ERCOLE UGO D'ANDREA - Il poeta dello spazio domestico-
Qualcuno ha pubblicato a mia insaputa su myboxtv.com il mio intervento al primo convegno tenutosi a Galatone su Ercole Ugo D'Andrea qualche mese dopo la sua scomparsa. Qualche giorno fa un giovane allievo e anche lui poeta, aveva inserito sempre su mybox la registrazione audio di una sua intervista al Poeta qualche mese prima della morte. Ebbene, a giudicare dal numero dei collegamenti, per l'uno e l'altro inserimento, debbo dire che Ercole D' Andrea continua ad interessare molte persone; i cittadini di Galatone lo amano, il suo nome e la sua poesia hanno ormai travalicato i confini del Salento, hanno raggiunto l'intera nazione. Una mia precedente pubblicazione sul sito, Dulcissima mater, conta oltre due mila visioni: è una ulteriore conferma dell'interesse per questo poeta, per il quale la sua città ha ancora fatto pochino. Nella relazione parlo di "adottare" il poeta E.U.D'Andrea, di gemellaggio tra le due patrie di Galatone e Civitella e di un Centro studi in suo nome. Ebbene, fatto il gemellaggio tra le due patrie per iniziativa del primo circolo didattico Don Milani di Galatone, si resta in attesa di veder nascere quel Centro studi che ho invocato tante volte, ma che sinora non ha appassionato granchè.
Intanto ritengo opportuno pubblicare il testo scritto della relazione che tenni quella sera del 14 dicembre 2002, alla quale diedi il titolo "Ercole Ugo D'Andrea: il poeta dello spazio domestico".
Mi auguro di fare cosa gradita agli amici che entreranno nel blog, i quali potranno anche vedere il video, che di seguito provvedo a linkare, unitamente a quello relativo al Gemellaggio tra le due patrie del Poeta.
Il poeta dello”spazio domestico”.
La mia presenza qui, in questo convegno in onore di Ercole Ugo D’Andrea, mi riempie di gioia ed è motivo di gratitudine verso l’associazione “Il piccolo principe” e specialmente verso i familiari che hanno voluto annoverarmi tra gli amici del Poeta. Suo amico ed estimatore lo sono sempre stato e sono certo che lui di ciò sia stato pienamente consapevole. La mia amicizia, invero, ha abbracciato altri membri della famiglia: la madre, che per singolare coincidenza mi cedeva la classe nell’andare in pensione, senza rinunciare a volermi conoscere e a darmi tante calde raccomandazioni; la sorella Rita e la moglie Silvana, ottime figure di educatrici colte e impegnate, tanto diverse e tanto simili ad Ercole D’Andrea, il fratello, i nipoti. Conservo gelosamente una sua dedica su L’orto dei ribes.. che mi donò la sera del 20 aprile 1999 al termine del convegno in suo onore che avevo organizzato come direttore didattico e assessore alla cultura. Un’amicizia antica e sincera, fatta di pochi colloqui e di tanti silenzi, e quindi ricca e autentica, come sono le cose non ostentate e non gridate. A volte i silenzi valgono più delle parole, dice lo stesso poeta, perché consentono lo scambio e la comprensione, là dove, invece, il parolare concitato, il chiasso, la voglia di prevaricare – tratti purtroppo comuni ai nostri giorni – rendono sordi e chiusi. La mia conoscenza di D’Andrea si è andata affinando nel corso delle giornate in suo onore, non tante, e la lettura non sempre ordinata, a volte estemporanea, delle sue liriche che si andavano accumulando nella mia biblioteca. L’occasione di questo convegno mi ha costretto ad uno studio più completo e sistematico, ad integrare i documenti in mio possesso, a leggere e rileggere, a riflettere….Mi sono immerso in un viaggio, nel mondo del poeta, tra le cose e le persone della sua esperienza, tra le sue motivazioni, i suoi problemi, le ansie, le angosce, le paure, le sofferenze, le certezze… Nel suo mondo poetico, nel suo microcosmo, che stranamente mi sembravano non troppo diversi, non troppo lontani…. Lo sforzo di capire e comprendere il suo microcosmo mi ha aiutato a decifrare il mio: ecco il miracolo della poesia.
Il poeta ci aiuta a comprenderci, ad entrare in un mondo sconosciuto anche a chi ci è più vicino, e spesso anche a noi. L’esperienza poetica è quel miracolo di compenetrazione degli spiriti che aiuta a scoprire e scoprirsi, a leggere dentro, nei settori più interni e significativi di noi stessi. Oggi la conoscenza di D’Andrea si è ampliata e, per molti versi chiarita, ma un personaggio come lui merita una organica, completa e critica lettura, e, di conseguenza, azioni che non possono attendere oltre…
La città di Galatone deve ufficialmente adottare Ercole Ugo D’Andrea, espressione alta e genuina dell’arte e della cultura contemporanea, deve diffonderne la personalità e l’opera, deve dare concreta testimonianza della sua esistenza e della sua produzione. Penso a un Centro studi in suo nome e a un nuovo articolato convegno che, con il contributo di quanti lo ebbero amico e conoscente, ne raccolsero testimonianze, dei circoli culturali dei quali fece parte, degli uomini di cultura, raccolga un congruo patrimonio di conoscenze che ci consenta di far luce in aspetti del suo sentire che ancora non sono pienamenti compresi.
Penso al gemellaggio tra le due città che composero il suo “spazio domestico “, Galatone e Civitella Alfedena, un gemellaggio che il poeta ha già consumato in una lirica ispirata alle nonne Nicoletta e Adelina , “ nonna d’Abruzzo e nonna salentina”; gemellaggio necessario perché la sua immaginazione abbracciava egualmente l’una e l’altra città, entrambe importanti, entrambe familiari. La famiglia, gli amici, l’intellighenzia cittadina, chi lo conobbe ed ebbe modo di apprezzarlo si sentano sodali in questa iniziativa, che è vantaggiosa non solo per il nome del D’Andrea, ma per l’intera città. Io dichiaro già da oggi la mia personale disponibilità.
Poeta è un mestiere come tanti, come occuparsi della vigna, dei campi o sedere in un pubblico ufficio, così si esprime D’Andrea, ma forse non è sincero: nonostante cerchi di banalizzare il suo lavoro, dichiari di sentirsi inutile e sterile, ha considerato la poesia come la cosa più importante di sé, sua insopprimibile necessità. Fu poeta dall’infanzia e per tutta la vita, fece dire ad uno dei suoi più illustri critici ed amici che “non fu mai bambino” con l’aggiunta “ che parimenti non sarà mai vecchio”.
D’Andrea che, secondo le testimonianze invece “bambino” lo fu e nella forma più ortodossa, possedeva quella profonda e fine sensibilità, l’abito all’osservazione penetrante, l’amore cristiano per le cose e le persone che, insieme ad un acuto spirito creativo, dovevano fatalmente condurlo alla poesia.
Poeta dello spazio domestico, mi preme sottolineare, non per delimitare uno spazio o trovare un limite al suo lavoro poetico, ma a segnare un carattere preciso, significativo, imposto dalla natura. Lo spazio domestico, espressione che titola una delle sue prime pubblicazioni, comprende ambienti, cose, esperienze e, anzitutto, persone: la sua città, la città del padre dove la famiglia trascorreva il periodo estivo, le persone e le cose d’Abruzzo e di Puglia, il primo amore, la casa, che ci dice essere costata tanti sacrifici, il melograno, la fruttiera, la confettiera dei misteriosi dieci confetti, il fratello, la sorella, i nipoti, il padre, la madre. La casa in particolare, insieme di cose e di persone, sulla quale costantemente invoca l’ala protettiva della notte, del silenzio, dell’autunno, dell’amore, che accarezza con parole come “chiusa – stretta – vicini” – e la metafora del rosario, con i suoi grani stretti e vicini, gelosamente nascosti tra le mani di chi lo usa nella preghiera.
Casa, spazi e ambienti egli non avrebbe mai voluto abbandonare, chè rappresentavano il suo mondo e il motivo primo e ultimo della sua poesia. Lo spazio domestico, che attraverso un ponte immaginario univa il Salento all’Abruzzo, dava rilievo e significato al fiorire del mandorlo, al rosseggiare del melograno, all’apparire dell’orologio nella piazza cittadina di Alfedena, al carretto che fende il buio della notte, alla pecora che si isola dal gregge per andare a beccare il sale dalle mani dei bambini, al vecchio dell’ospizio privo di presenze e di affetti, ai bambini che cingono di chiasso la piazza e le strade….
Lo spazio domestico è apparso a qualcuno limitato e limitante; il maturo D’Andrea doveva cercare e tentare vie nuove, “extra moenia”, allargare il campo dell’ispirazione, cercare motivi più alti e universali. Ecco l’urgere della partenza, di toccare nuove sponde terrene, dare linfa nuova alla poesia, conquistare la posizione più conveniente alla sua promettente e ormai matura arte poetica. Ecco apparire l’ immagine del volo, degli uccelli, del mare a significare la necessità, forse la volontà, di andare via, uscire, lasciare la domus …aprire il rosario! Le lacrime del padre, la madre che “sembra l’Addolorata”…..la partenza… In un primo momento: “…Allora salpare, salpare! / Ma una patria per tornare!” – Poi: “…Ora ogni giorno vuole vedere il mare.( …) /la madre racconta, ma il figlio/ vuole vedere il mare”.
Se prima partenza e ritorno sembrano di necessità legati, in un secondo momento prevale solo la voglia di andar via, di cambiare. Scopre ben presto però che il mare, i luoghi, le persone, le nuove città, gli amici, pure a lui cari, pure per lui importanti, non sono il suo mare, i suoi luoghi, le sue persone. E dall’esperienza del ritorno trae forse il convincimento che i nuovi più prestigiosi traguardi per la sua vita di poeta, l’esigenza dell’ “extra moenia” - il Tutto - l’Universalità, verso cui insistentemente si è sentito spingere e che forse per un momento ebbero significato anche per lui, non possono condizionargli le scelte e la vocazione e che le sue più autentiche motivazioni hanno piena degnità e forza di poesia.
Scopre probabilmente che l’universalità non è data dall’ampiezza materiale dei luoghi e dei problemi, quanto piuttosto dallo spessore e dall’intensità del sentire e che gli oggetti, le cose, il suo mare, il suo cielo, le pecore, i pastori, il melograno, gli elementi della sua confettiera possono valere più di tante ricerche lontane. Negli anni della maturità D’Andrea scopre forse che quella “sintesi a priori” il poeta la può rendere attraverso l’universalizzazione delle cose e delle esperienze alle quali sempre si è sentito legato: ritorna agli ambienti più cari, allo spazio domestico, alla felice infanzia.
D’Andrea, come detto, fu poeta molto presto, ma visse un’ infanzia perfettamente normale. Era addirittura un monello, mi dice la sorella e mi conferma chi ebbe modo di conoscerlo da vicino. Giocava al pallone, rompeva i vetri delle finestre, rubava la frutta ancora acerba. Amava molto la città nativa del padre, Civitella Alfedena, nel bel mezzo del Parco nazionale d’Abruzzo, anche perché per lui significava l’estate, la libertà, il riunificarsi della famiglia, il primo amore. L’infanzia passa tra Galatone e Civitella, i luoghi rispettivamente dello studio e della spensieratezza; entrambi significativi perché riscaldati dagli affetti di una famiglia sana e unita. L’infanzia, felice - spensierata- vitale - calda di affetti, è dal poeta mitizzata sino a rappresentare la vita vera, creativa, piena.
Se l’Infanzia è la metafora della compiutezza, la Malattia è il segno della finitezza e della precarietà. L’infanzia passa presto, dietro l’accelerazione imposta dalle tristi vicende della vita, e con essa se ne vanno le corse pazze, i vetri rotti, i fuochi e le nostalgie d’amore, le certezze; s’affacciano invece i contrasti: sanità e sofferenza, vita e morte, pienezza e assenza, angoscia, timore che venga meno il calore rassicurante dello spazio domestico, che vengano a mancare ad uno ad uno quei preziosi pezzi della confettiera.
I momenti felici perdono la loro completezza e diventano soste, attese, vigilie di qualcosa che non si vorrebbe che accadesse e che purtuttavia è fatale che avvenga : “Forse qualcosa sta per accadere/ di molto finale, o nulla”. “Io appunto questa attesa.”
Quanto più è dolce e piena la vita, tanto più si presenta quell’angoscia a ricordarci la finitezza di tutto e di noi in quel tutto. Si affina quel sentimento di tristezza, di limite, di morte, s’affaccia l’autunno come stagione di questo vivere, l’inverno. Scopre il tempo, terribile dimensione del nostro vivere, che insensibile alle persone e alle cose..…va avanti, non si ferma, procede implacabilmente…..noncurante di noi …….nonostante noi.
Quel tempo che si vede nelle cose e nelle persone, che si fanno più aride, gialle, pallide.
Il tempo gli toglie il padre, verso cui conserverà un caro ricordo dei felici periodi dell’infanzia – le passeggiate ai Cappuccini, i lupini e le nocciole alla festa, gli accorati incoraggiamenti, forse qualche comprensibile rimprovero per il protrarsi degli anni dello studio e della sistemazione - quel padre che tanto su lui aveva investito e verso il quale dichiara di sentire acuto il rimorso per non essere stato pari alle sue attese e alle sue speranze.
Il tempo gli toglie il fratello, il fratello buono, cui si sentiva tanto legato. Il tempo minaccia la persona più cara, la madre, sempre più bianca, più stanca.
Le persone.
Se si eccettuano le liriche dedicate a Mario Luzi o a Girolamo Comi, a qualche amico, le persone sono sempre e soltanto quelle dello spazio domestico. Ai fratelli dedica una poesia e alcune raccolte.
A Rita, a Aurelio: “Fresie, calendole, giunchiglie, /la madre fa festa dei suoi gesti puri /davanti alle immagini dei morti, / vivi le restano i figli, /uno, il più buono, ha visitato il mondo / e s’è ammogliato, / l’altra è una specie di formica / e le ha dato i nipoti, / me, il più delicato e disutile, / m’ha seppellito già nella sua grazia./ Fresie, calendole, giunchiglie…”.
Le dediche sono sempre per i familiari. Significativo che li comprenda tutti quando pensa di lasciare il contesto familiare per approdare a nuovi diversi lidi. Tante sono le poesie al padre , sicuramente figura importante e centrale nella sua formazione e nel suo animo. Persona fatta della stessa sostanza della terra che gli diede i natali, guida sicura e coerente all’interno dello spazio domestico.
E’ presenza attiva nelle liriche che scrive dopo la sua morte, “quello che non mi perdono sono le lacrime / che ti feci piangere, vivente”. “Tu sei mio padre, un grigio d’anni, / invecchi./ Conosco un poco la tua vita, a brani, /meglio la realtà del domani/ delle tue speranze deluse so, che son io / tra l’altro che forse non ti spiacque/ ch’era confidenza del tribolare / nel mare degli stenti, / e anche ora t’accontenti, dici / e so ch’è vero, /sol ti venissero quelle consolazioni / un po’ finali, certi frutti, / da chi poi invece non sa darti pace, /salvo che patti provvisori, brutti, / da questa, del tuo figlio, / sì stranamente lunga fioritura.” In “Bellezza della madre” sono dedicate a lui le liriche della prima parte .
A mio padre in memoria: “Dopo che ci facesti il torto di morire, / s’è infittito il monologo. /Tu, in me, rimani . è certo.Ma devo scoprire (è arduo) / se nelle immediate adiacenze delle tenebre, / per te, si fa luce in proprio. / Non mi piace dove sei sepolto. / Ci vengo di rado. / Per accompagnare la madre. / Ti cerco, invece, in ogni aspetto / della Bellezza che non muta, / in queste lente metamorfosi del sogno. …..”. Molto fine questo ricordo del padre: Vigilia. “”Torna felice il tempo della rosa, / la madre è serena, / la casa riposa./ Padre che talvolta mi compari in sogno, / triste, malato, / o sorridente e fiero, / meli intenerivano contrade, / noi stavamo in contrada Cappuccini, / mi compravi una tasca di lupini / sotto porta S.Sebastiano, / risalivamo piano. / Padre, domani è Pasqua: / se campane rompessero le funi, / se deragliasse la Terra, / se l’Angelo con tromba di giglio / annunciasse finita la guerra / che non esiste, non c’è, tra vita e morte !””.
La Madre
Figura centrale nell’esistenza di Ercole D’Andrea, vero e principale, forse unico motivo della sua poesia. Prima e ultima ispirazione, riferimento fondamentale metro di confronto per ogni cosa e persona, sostegno, direzione, giustificazione del vivere. Forse un aneddoto raccontatomi dalla figlia Rita può risultare utile a dare qualche pur minima giustificazione a quanto vengo dicendo. Si riferisce agli anni della guerra, all’epoca dell’occupazione nazista del nostro territorio. Il padre, per mettere al sicuro la famiglia, la manda da Galatone, che sembrava pericolosamente esposta, a Civitella, quel paesino sperduto tra i monti d’Abruzzo dove la moglie e i tre figli sarebbero stati al sicuro. Accade, invece, che i tedeschi decidano di stabilire proprie postazioni proprio lì, a Civitella, occupando uffici, case, stalle. La madre corre con i tre figli verso Pescasseroli e s’imbatte in un blocco stradale tedesco.
Tenendo per mano i figli, probabilmente terrorizzati, chiede di passare, ma viene bloccata e spinta in malo modo, per una , due, più volte.
Vistasi perduta, sicuramente spaventata in cuor suo, guarda i figli e comincia ad urlare con quanto fiato aveva in gola, a spingere e colpire con i pugni sul petto quel risoluto stupido militare nazista sino a quando….questi non si tira indietro, si fa da parte, lascia passare la famigliola. Quello che sarà passato nella mente e nella coscienza di Ercole D’Andrea non mi è dato sapere, certamente avrà contribuito a costruire quell’immagine di persona forte, ferma, protettiva che traspare dalle tantissime liriche a lei dedicate.
La figura della madre nel corso degli anni e nelle varie liriche resta centrale, ineludibile per delineare lo spazio domestico, il mondo spirituale del poeta. Donna forte, laboriosa, che ha sempre qualcosa da fare, che ha un pensiero per tutti, che soffre per tutti e che sa trovare le parole giuste per rasserenare, comprendere, giustificare. Donna pratica, tutta per gli altri, che per sé non ha cure né attenzioni. Presenza pesante, consistente, è la classica donna del sud, nata per dare, per donare, per donarsi. E’ l’opposto del poeta: lei a lavorare / lui ad oziare; lei presente / lui assente; lei loquace / lui silenzioso; lei importante / lui inutile.
“”Mia madre ed io. / Dentro l’autunno. / Io nell’ignoranza, lei in una / rigorosa povertà, / io nell’indifferenza, lei caritativa, /io con ironia, lei con fede.””
La madre, che pure è una donna di cultura e che ha degnamente onorato la professione docente fino all’ultimo giorno di attività, conserva quella semplicità negli atti, la spontaneità nel donarsi che sono tipiche delle persone umili e spontanee, laddove il poeta avverte in sé arroganza e presunzione per studi e per cultura; la madre è pregna di fede, lui schiavo dell’ironia e della supponenza. Splendidi i ritratti che ci fa di questa donna nell’esercizio del suo viver quotidiano, nel suo mettere a bagno i ceci, nel muoversi da un posto all’altro a creare ordine e armonia, pensare a tutti, alle cose e alle persone, ai vivi e ai morti, a trovare il tempo di rasserenare gli animi in guerra, a consolare chi sembri insofferente dello spazio domestico, a giustificare il mestiere di poeta a chi sente il peso di un’attività forse sterile.
Non v’è chi non veda in questo ritratto di donna la propria madre, la moglie, la donna, elemento centrale della famiglia e della vita domestica, una donna che forse va progressivamente scomparendo col mutare dei tempi, ma che qui, nel nostro Salento, nel sud resta come modello generale. ”Ha chiuso la sua / giornata operosa, / ha rinnovato la lampada, / fiori freschi / davanti ai morti / in cornicette scure.../"”
Paziente / laboriosa / Stanca / Sbiadita /Segnata dal tempo / Vera donna del Sud / Tenera e Forte / Attiva / Volitiva / Affettuosa / Concreta. Io sono nato per l’ozio, mia madre per il negozio.
Bellezza della madre. ”La madre mette a bagno i ceci, / arde la stufa, / si sfoglia la rosa di novembre, / l’autunno declina / e gli anni miei, / ma m’innamora questa vita / immobile e serena.”
La pazienza ti monda. ”Madre, vorrei dirti parole / come Iddio vuole:/ una coroncina di parole / strette/ come le poste del rosario / della tua giornata / faticata, / mentre un attimo ti riposi, / in cucina, / già ripigli fiato, metti i ceci / a bagno per la mattina. /E ingiallisci come un autunno, / madre, lieve stormisci / pei figli, i malanni; /ma sempre ti dài pace, / per poca brace che covi/ sotto la cenere degli anni. / Sempre rifiorisci, la pazienza / ti monda, e ti fai bella / la casa…e l’anima.”
Mamma di latte e di cielo. ” Mamma di latte e di Cielo, / mamma mia pignatta di saggezza/ che gorgogli / e mi fai spogli i desideri/ che svisceri insinceri, / da creatura a creatura – dal cuore / tuo al mio -/ m’è dato pregare Iddio. / La tua vecchiaia esige il sacrifizio / d’ogni mio vuoto artifizio. /Quando lungo i vespri benedetti / ti conduci alla messa, / mi ricuci l’infanzia stessa. / T’ è calendario / di verdi date il cuore: / ardi lumini ai morti, / ai vivi scrivi lettere d’amore. / Madre, mio quaderno ingiallito / di quanti dolori, / sfogliami ancora colla tua ruvida grazia, / dentro e fuori.”
La donna della sua poesia non è più sua madre, è la madre, resa dalla poesia una donna universale, LA DONNA. Ma il processo di universalizzazione della madre non si ferma qui. Questa donna, segnata dal tempo e dagli anni, non deve morire, “ può morire un angelo?” si chiede il poeta in una sua lirica ( La madre di carità in La confettiera…). La madre porta la vita dove c’è morte, è la vita essa stessa: ”Che ci fa una lumachina / chiusa, tenera, bianca, / sulla stanca/ cornice d’un morto famigliare! / E’ dovuta scivolare / dal mazzo di fiori freschi, / che mia madre ha composto, / andare / sino a quella sbiadita eternità.”
Eppure anche l’Angelo gli sarà tolto e per qualche tempo per il poeta sarà spenta la vena poetica, forse anche la volontà di lottare e di vivere. L’autunno si fa inverno nero e tetro, ma non si affievolisce la presenza di questa Madre, che non si percepisce più come creatura terrena e che è sempre presente accanto al figlio con la sua pungente nostalgia, anche nei momenti che dovrebbero essere lieti, come accade in occasione di un matrimonio, con la famiglia e gli amici tutti riuniti a festeggiare.
Si è ricomposto lo “spazio domestico”? No. C’è l’Assenza.
In “Nozze mediterranee”, composta in occasione del matrimonio dell’adorata nipote Elena, il motivo principale resta lei, la sua assenza, in un lapidario densissimo verso: “..ma tu non c’eri.”
Perché questi ingiustificati confini tra vita e morte, perché questa inconcepibile guerra? aveva detto in alcune liriche. Non esista dunque la morte, non esista la vita : “ Non ci sono né vivi né morti, /altrimenti cosa / staremmo a fare. QUA ? “ (L’orto dei ribes..).
“Madre mia, primo ricordo e ultimo. Sulla terra..” “ Madre, non morire più…” (Ibidem).
Quale significato dare a questa drammatica invocazione? Importante mi sembra lo scorrimento delle 51 poste di Rosario ultimo, dove forse va ricercato il senso della sua “sintesi a priori”. Questa madre è viva e trepida per il poeta, conosce il suo strazio e la vuotezza del suo animo, è ancora accanto a lui e per lui si prodiga: gli ha trovato un’ altra guida, un secondo Angelo sulla terra che gli rinfocoli il gusto di vivere e di scrivere ancora.
Quest’angelo è la moglie Silvana, alla quale, dopo aver dedicato gli ultimi lavori, dedica queste splendide parole che riprendono il senso del caldo tenero abbraccio che ha dedicato alle cose e persone più care:”Io, poi, che ne so del mondo, / del fuoco sottile della conoscenza…/ No quiero saber, / tranne della piccola donna / a cui m’hai affidato, madre, / la piccola Silvana, / la volpècola, la leprotta, / che mi trasmette la volontà di vivere / e mi rassicura”.
La nuova donna della sua poesia è Silvana, ora custode gelosa dell’opera del marito.
A lei è affidato l’importante compito di raccogliere e conservare quanto è stato scritto e detto, di divulgare il prezioso patrimonio di cultura e di arte, di dare avvio a quelle azioni necessarie ad assegnare al poeta il posto che gli compete nella cultura salentina e nazionale
Enrico Longo
- GEMELLAGGIO GALATONE CIVITELLA ALFEDENA
http://www.myboxtv.com/site/show.aspx?Cod=2850
- Serata in onore di Ercole Ugo D'Andrea - 2002
http://www.myboxtv.com/site/show.aspx?Cod=5048