Il diritto di voto.
In un Paese in cui praticamente si vota ogni anno non è forse fuori luogo fermarsi a discettare su alcune questioni che alle vicende elettorali sono particolarmente legate. Anzitutto sul diritto di voto che è aspetto fondamentale della democrazia ed esercizio di libertà da parte del cittadino elettore. Tale diritto, per essere esercitato in maniera sostanziale, comporta l’effettivo esercizio di una serie di scelte: una ideologica, legata alla natura stessa del partito; una relativa ai contenuti e al progetto politico delle forze in campo ed infine una terza riguardo alle persone proposte per la realizzazione dei vari programmi. La prima riflessione che mi viene è che tale diritto sia stato progressivamente eroso in ciascuno dei suoi aspetti. Su quello ideologico si assiste a un duplice opposto fenomeno, di frazionamento di partiti che restano profondamente legati ad un ceppo forte e omogeneo, e di integrazione, pur in presenza di diversità profonde e, secondo me, difficilmente colmabili. Tali processi agli occhi del cittadino elettore appaiono inspiegabili, almeno ad analisi socio-culturali e ideologiche, e infatti talvolta alla loro base non sono ragioni storiche o sociali, ma più prosaici motivi, quali la sete di potere, rivalse o la voglia di sopravvivere ad ogni costo. Sta di fatto, comunque, che da un giorno all’altro, dinanzi all’ignaro cittadino elettore, si presenta una geografia politica affatto nuova, che gli crea più di qualche disorientamento, anche perché la stampa, la tv e tutti i mezzi di comunicazione non sono sempre dalla sua parte o risultano più preoccupati sul versante dell’ermeneutica che su quello della comunicazione.
L’erosione del diritto di voto si manifesta anche sul secondo aspetto, quello relativo ai programmi, perchè anche qui il cittadino, al centro o in periferia, è soltanto soggetto passivo di operazioni sulle quali conserva soltanto il diritto di essere informato, spesso, peraltro, in maniera inadeguata o tendenziosa. Nel nostro sistema democratico è trascurata la possibilità di interrogare la gente sulle scelte che contano, per cui sovente si decide il futuro nostro e dei nostri figli senza essere chiamati in causa e risultare in qualche misura coinvolti. Accade così che l’alta velocità, l’energia, la giustizia, la scuola, la sanità, che indubbiamente meriterebbero un minimo di coinvolgimento per l’importanza che rivestono, seguono vie e forme che ci lasciano estranei, semplici spettatori. L’esproprio di cui si parla si verifica, a ben vedere, anche nel corso delle amministrative, allorchè il programma, lungo o corto che sia, è la cosa meno importante da fare, tanto che viene copiato di volta in volta o addirittura delegato a qualcuno che conosca le parti del discorso e sappia formulare pensieri corretti e possibilmente accattivanti. All’indomani della vittoria o della sconfitta, nessuno va a consultarli, per realizzarli o per verificarne la realizzazione.
E veniamo alla scelta dei candidati, dove l’esproprio dei diritti risulta ancora più evidente. Ogni votazione ha le sue regole ma, a ben vedere, intorno all’esercizio della scelta l’elettore ha sempre meno possibilità. Dall’ individuazione dei candidati sino all’ esercizio del voto, il cittadino non esercita praticamente alcuna scelta, che ricade interamente sugli “addetti ai lavori”. In questi giorni i partiti si stanno interrogando, stanno vagliando i “pro” e i “contra”, non sempre le scelte sono ispirate a criteri di oggettività e di utilità, molto spesso rispondono a logiche di corrente, individualistiche, di potere. I cittadini elettori in questa operazione non contano nulla, anche quando si finge di ricorrere alle primarie che, com’è noto, da noi sono talmente truccate da risultare poco più di una semplice burla. Con l’alibi di voler semplificare le operazioni di voto all’elettore resta ormai solo da apporre un grafema, perché, evidentemente ritenuto più ignorante dei primi elettori alla nascita della Repubblica.
A volte i partiti si pongono il dilemma se attingere al loro interno o dalla società civile, venendo a considerare politica e società come due mondi staccati e lontani. Accade poi che si ricorra alla così detta “società civile” tutte le volte che i risultati precedenti o le ultime vicende “interne” siano catastrofiche, dando così adito a due fondati sospetti: che si vogliano scaricare sul prescelto cittadino i guasti prodotti o che si voglia soltanto prendere in prestito la sua bella faccia fintanto che possa risultare utile. Ebbene, tralasciando le peripezìe cui andrà sicuramente incontro il malcapitato esponente della società civile, merita fermarsi invece sulla prima questione, la separazione tra politica e società che ci introduce su due aspetti sostanziali della questione: i contenuti della politica e le credenziali del buon candidato. Se non nasce dalla società e non si orienta su di essa che cosa è la politica? A che serve? E se il politico non è una creatura del suo ambiente e della sua gente, se non ne conosce problemi e ansie e legittime attese che cosa ci sta a fare negli organi della democrazia? Il politico non può fare a meno di una adeguata formazione previa e questa non può realizzarsi all’interno della sezione di partito, tra i presunti “addetti ai lavori”, perchè i problemi veri e reali da affrontare stanno fuori, nella società, nelle piazze, nelle famiglie. Il politico adeguato si forma nella “civitas”, partecipando alla vita dei cittadini, spendendosi per la sua gente, a contatto e in collaborazione con gli altri, costruendosi un’ampia cerchia di amicizie, arricchendosi di socialità. Il vero “socius” nasce all’interno delle associazioni e dei circoli, che offrono importanti esperienze di confronto, di discussione, di approfondimento, di assunzione di responsabilità e di soluzione di problemi, che sono insostituibile palestra di democrazia.
Quanti credono di saperla lunga, invece, si negano alla socialità, si appartano, per lunghi periodi sembrano scomparire, quasi centellinando l’immagine e le apparizioni. All’avvicinarsi delle scadenze poi, si riaffacciano alla vita, non si negano più e non si risparmiano, li si vede sempre presenti agli appuntamenti che contano, pronti ad inaugurare e a tagliare i nastri. Ancora, la politica non è fatta di slogans o di frasi ad effetto o di parolacce e offese nei confronti dell’avversario, come sembra ridotta in questi anni; se vuole recuperare dignità e rispetto deve tornare ad essere “progetto”, risposta ai bisogni della società, dalla quale deve trarre i motivi di riflessione e alla quale deve saper fornire plausibili e utili risposte. Il compito del politico è molto più semplice di quanto si vorrebbe lasciar intendere e terribilmente difficile da assolvere con dignità. Formazione sociale, presenza e partecipazione, capacità di interagire e progettare: ecco alcune importanti credenziali di un politico accettabile.
Ma, ciò detto, torniamo alla questione del diritto di voto. Potremo, nelle prossime scadenze elettorali, esercitarlo in maniera significativa e in piena assunzione di responsabilità? Questa rimane una importante questione, forse inspiegabile per una società avanzata come la nostra, ma che deve vedere tutti attenti e sensibili a darle significativa risposta. Il diritto di voto è esercizio primario di democrazia e, come tale, va esercitato nel pieno rispetto della libertà e della responsabilità delle scelte individuali.
Enrico Longo
Il link del MyboxTG di venerdì 27 febbraio in cui è presente "La Postilla":



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Il coraggio di interrogarsi