venerdì, 27 febbraio 2009

 

Il diritto di voto. 

In un Paese in cui praticamente si vota ogni anno non è forse fuori luogo fermarsi a discettare su alcune questioni che alle vicende elettorali sono particolarmente legate. Anzitutto sul diritto di voto che è aspetto fondamentale della democrazia ed esercizio di libertà da parte del cittadino elettore. Tale diritto, per essere esercitato in maniera sostanziale, comporta l’effettivo esercizio di una serie di scelte: una ideologica, legata alla natura stessa del partito; una relativa ai contenuti e al progetto politico delle forze in campo ed infine una terza riguardo alle persone proposte per la realizzazione dei vari programmi. La prima riflessione che mi viene è che tale diritto sia stato progressivamente eroso in ciascuno dei suoi aspetti. Su quello ideologico si assiste a un duplice opposto fenomeno, di frazionamento di partiti che restano profondamente legati ad un ceppo forte e omogeneo, e di integrazione, pur in presenza di diversità profonde e, secondo me, difficilmente colmabili. Tali processi agli occhi del cittadino elettore appaiono inspiegabili, almeno ad analisi socio-culturali e ideologiche, e infatti talvolta alla loro base non sono ragioni storiche o sociali, ma più prosaici motivi, quali la sete di potere, rivalse o la voglia di sopravvivere ad ogni costo. Sta di fatto, comunque, che da un giorno all’altro, dinanzi all’ignaro cittadino elettore, si presenta una geografia politica affatto nuova, che gli crea più di qualche disorientamento, anche perché la stampa, la tv e tutti i mezzi di comunicazione non sono sempre dalla sua parte o risultano più preoccupati sul versante dell’ermeneutica che su quello della comunicazione.

L’erosione del diritto di voto si manifesta anche sul secondo aspetto, quello relativo ai programmi, perchè anche qui il cittadino, al centro o in periferia, è soltanto soggetto passivo di operazioni sulle quali conserva soltanto il diritto di essere informato, spesso, peraltro, in maniera inadeguata o tendenziosa. Nel nostro sistema democratico è trascurata la possibilità di interrogare la gente sulle scelte che contano, per cui sovente si decide il futuro nostro e dei nostri figli senza essere chiamati in causa e risultare in qualche misura coinvolti. Accade così che l’alta velocità, l’energia, la giustizia, la scuola, la sanità, che indubbiamente meriterebbero un minimo di coinvolgimento per l’importanza che rivestono, seguono vie e forme che ci lasciano estranei, semplici spettatori. L’esproprio di cui si parla si verifica, a ben vedere, anche nel corso delle amministrative, allorchè il programma, lungo o corto che sia, è la cosa meno importante da fare, tanto che viene copiato di volta in volta o addirittura delegato a qualcuno che conosca le parti del discorso e sappia formulare pensieri corretti e possibilmente accattivanti. All’indomani della vittoria o della sconfitta, nessuno va a consultarli, per realizzarli o per verificarne la realizzazione.

E veniamo alla scelta dei candidati, dove l’esproprio dei diritti risulta ancora più evidente. Ogni votazione ha le sue regole ma, a ben vedere, intorno all’esercizio della scelta l’elettore ha sempre meno possibilità. Dall’ individuazione dei candidati sino all’ esercizio del voto, il cittadino non esercita praticamente alcuna scelta, che ricade interamente sugli “addetti ai lavori”. In questi giorni i partiti si stanno interrogando, stanno vagliando i “pro” e i “contra”, non sempre le scelte sono ispirate a criteri di oggettività e di utilità, molto spesso rispondono a logiche di corrente, individualistiche, di potere. I cittadini elettori in questa operazione non contano nulla, anche quando si finge di ricorrere alle primarie che, com’è noto, da noi sono talmente truccate da risultare poco più di una semplice burla. Con l’alibi di voler semplificare le operazioni di voto all’elettore resta ormai solo da apporre un grafema, perché, evidentemente ritenuto più ignorante dei primi elettori alla nascita della Repubblica.

A volte i partiti si pongono il dilemma se attingere al loro interno o dalla società civile, venendo a considerare politica e società come due mondi staccati e lontani. Accade poi che si ricorra alla così detta “società civile” tutte le volte che i risultati precedenti o le ultime vicende “interne” siano catastrofiche, dando così adito a due fondati sospetti: che si vogliano scaricare sul prescelto cittadino i guasti prodotti o che si voglia soltanto prendere in prestito la sua bella faccia fintanto che possa risultare utile. Ebbene, tralasciando le peripezìe cui andrà sicuramente incontro il malcapitato esponente della società civile, merita fermarsi invece sulla prima questione, la separazione tra politica e società che ci introduce su due aspetti sostanziali della questione: i contenuti della politica e le credenziali del buon candidato. Se non nasce dalla società e non si orienta su di essa che cosa è la politica? A che serve? E se il politico non è una creatura del suo ambiente e della sua gente, se non ne conosce problemi e ansie e legittime attese che cosa ci sta a fare negli organi della democrazia? Il politico non può fare a meno di una adeguata formazione previa e questa non può realizzarsi all’interno della sezione di partito, tra i presunti “addetti ai lavori”, perchè i problemi veri e reali da affrontare stanno fuori, nella società, nelle piazze, nelle famiglie. Il politico adeguato si forma nella “civitas”, partecipando alla vita dei cittadini, spendendosi per la sua gente, a contatto e in collaborazione con gli altri, costruendosi un’ampia cerchia di amicizie, arricchendosi di socialità. Il vero “socius” nasce all’interno delle associazioni e dei circoli, che offrono importanti esperienze di confronto, di discussione, di approfondimento, di assunzione di responsabilità e di soluzione di problemi, che sono insostituibile palestra di democrazia.

Quanti credono di saperla lunga, invece, si negano alla socialità, si appartano, per lunghi periodi sembrano scomparire, quasi centellinando l’immagine e le apparizioni. All’avvicinarsi delle scadenze poi, si riaffacciano alla vita, non si negano più e non si risparmiano, li si vede sempre presenti agli appuntamenti che contano, pronti ad inaugurare e a tagliare i nastri. Ancora, la politica non è fatta di slogans o di frasi ad effetto o di parolacce e offese nei confronti dell’avversario, come sembra ridotta in questi anni; se vuole recuperare dignità e rispetto deve tornare ad essere “progetto”, risposta ai bisogni della società, dalla quale deve trarre i motivi di riflessione e alla quale deve saper fornire plausibili e utili risposte. Il compito del politico è molto più semplice di quanto si vorrebbe lasciar intendere e terribilmente difficile da assolvere con dignità. Formazione sociale, presenza e partecipazione, capacità di interagire e progettare: ecco alcune importanti credenziali di un politico accettabile.

Ma, ciò detto, torniamo alla questione del diritto di voto. Potremo, nelle prossime scadenze elettorali, esercitarlo in maniera significativa e in piena assunzione di responsabilità? Questa rimane una importante questione, forse inspiegabile per una società avanzata come la nostra, ma che deve vedere tutti attenti e sensibili a darle significativa risposta. Il diritto di voto è esercizio primario di democrazia e, come tale, va esercitato nel pieno rispetto della libertà e della responsabilità delle scelte individuali.

 

Enrico Longo

Il link del MyboxTG di venerdì 27 febbraio in cui è presente "La Postilla":

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mercoledì, 25 febbraio 2009

 

Don Mimino 

Una vita di fede e di azione, al servizio dell’uomo. Accanto ai giovani, tra di loro, a condividere problemi e speranze, a stimolare le più profonde risorse umane e spirituali, a ricercare le vie d’uscita anche dalle più gravi sciagure e difficoltà. Accanto agli ultimi, ai poveri, ai terremotati, agli schiavi della droga. Don Mimino Colazzo ha lasciato una indelebile traccia e ancora oggi è presente nel ricordo di tutti quanti lo conobbero ed ebbero occasione di ascoltarlo o di operare con lui. Fondatore degli scout, di Telefono amico e del Centro d’ascolto, educatore e docente di grande pregio culturale e pedagogico, strenuo sostenitore dell’autonomia dell’Istituto industriale, per la cui causa occupò la scuola accanto agli studenti, dirigente della Caritas e protagonista di tante iniziative di carattere sociale, instancabile nel perseguire la costruzione della Chiesa dei SS.Medici, che oggi gli dedica il salone principale. Si possono dire tante cose di Don Mimino, sono tanti i cittadini di Galatone, e non solo, che conservano un suo ricordo, una storia da raccontare.

“Il Portavoce”, certo di venire incontro ad un desiderio avvertito da tanti, ha deciso di dedicare la puntata n. 32 a Don Mimino. Saranno presenti in qualità di ospiti tante persone che custodiscono uno spicchio della sua esistenza e delle sue opere. La puntata sarà aperta al pubblico e si terrà nel salone dei SS. Medici intitolato a Lui. Chi ha un ricordo, un episodio da raccontare, qualcosa da dire è pregato di farlo, lasciando un commento, fornirà un prezioso contributo, utile a completare la figura di questa persona.Tutte le testimonianze saranno presentate nel corso della trasmissione e contribuiranno a completare il quadro di un personaggio del quale sfugge sempre qualcosa.

Intanto vi anticipo che la puntata sarà ripresa, con la partecipazione del pubblico, Giovedì 12 marzo alle ore 18,30, presso il salone “Don Mimino” della Parrocchia SS.Medici.

 

Enrico Longo

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venerdì, 20 febbraio 2009

 L’ombra del Gattopardo 

Una notizia che avrebbe dovuto turbare e che invece, postata su mybox, è stata appena degnata di qualche sguardo ed è presto scomparsa. I lavoratori che denunciavano di essere da tre mesi senza salario non hanno ricevuto ascolto e attenzione. Da chi poi? Dalla politica? I nostri politici hanno altro cui pensare che guardare ai problemi della gente, alla crisi che avanza inesorabilmente e che si fa ogni giorno più vicina e drammatica.

Da qualche mese il governo sta spogliando la scuola del sud del minimo per una sussistenza almeno accettabile: si tagliano i trasferimenti finanziari, si taglia il tempo scuola, si riducono gli organici, si preparano licenziamenti di migliaia di precari, si toglie ogni speranza di assunzione per quanti stazionano, sempre meno fiduciosi, nelle graduatorie ad esaurimento (nervoso). Si taglieranno migliaia di posti di collaboratori scolastici, di personale ata ecc...ecc...Nessuno sta prestando attenzione allo scempio sociale che si sta consumando per realizzare dei risparmi, peraltro tutti da dimostrare. E chi avrebbe dovuto prestarvi attenzione? La politica? I nostri politici, anche in questo caso, avevano altro a cui pensare.

I politici del nord, evidentemente fatti di altra pasta, attenti agli interessi di parte e non servi sciocchi, hanno preteso e ottenuto ogni tutela per la loro scuola, che conserverà, ed anzi incrementerà, il tempo pieno salvando orari e organici; i nostri, invece, tutti concentrati nell’adorazione del leader carismatico e preoccupati di non dispiacergli in alcun modo, hanno invece avallato tutto, senza profferir parola: nè sui tagli agli organici, nè sul rischio che tanti docenti si vedranno costretti a rifugiarsi a decine di chilometri da casa, nè sulla riduzione quantitativa e qualitativa dell’offerta di istruzione, nè per la drastica riduzione di risorse. Niente, imperterriti e fedeli fino al sacrificio (degli altri) hanno accettato le cose e hanno fatto finta di non vedere; si sono addirittura esaltati e commossi quando la ministra è venuta a Galatina a regalare qualche lavagna multimediale, a propagandare una improbabile futura scuola d’avanguardia e formativa.

Intanto il governo ha in serbo nuove idee geniali. Il disegno di legge Aprea prevede la trasformazione delle istituzioni scolastiche in fondazioni e, quindi, in istituzioni private che si reggeranno su finanziamenti e regole dei privati, nomineranno direttamente gli insegnanti, si svincoleranno via via da ogni legge e regola disposta dall’alto. Una scuola democratica? Diciamo una scuola dipendente: da capitali,  che ci potranno essere e che ci potranno non essere, che qui ci saranno e là non ci saranno; una scuola, insomma, legata alle possibilità economiche del “territorio”. E’ naturale che non tarderanno a crearsi scuole di diversa categoria e che le nostre non vedranno facilmente la serie A. Che dicono i nostri politici? Niente, sembra che non conoscano i problemi delle nostre regioni; in tutt’altre faccende affaccendati, guardano altrove, hanno altro cui pensare. Le nostre aziende mostrano di sentire la crisi economica ormai, purtroppo, non più teorica come continua a dire chi governa, cadono posti di lavoro nelle piccole e medie imprese, si riducono gli spazi lavorativi nella scuola, ma nessuno sembra particolarmente turbato da tutto questo: fa parte del regolare svolgimento delle cose.

E se qualcuno osa pensare che il federalismo possa ulteriormente aggravare la situazione, il minimo che può sentirsi dire è che non ha capito nulla del federalismo, che questo prevede la fase della compensazione tra regioni ricche e regioni povere, che la solidarietà avrà comunque significativa presenza in ogni situazione. Lo slogan è che il federalismo è sinonimo di progresso, di benessere, di democrazia, di avanzamento. E nel mentre le forze di governo sono tutte intente a dimostrare l’indimostrabile, ossia che si possano coniugare i costi del federalismo  con la crisi economica, con il costante aumento del costo della vita e il parallelo sgretolarsi di salari e stipendi e con la crescente disoccupazione, a sinistra si ha sempre altro cui pensare. Si è nel pieno del gioco che affascina, la guerra eterna di tutti contro tutti, della polverizzazione in gruppetti di partitini a dimensione quasi familiare, del tiro al bersaglio al leader di turno, facendo, a ben vedere, il gioco dell’avversario, che può governare senza rischi e senza timori, passando di successo in successo in qualunque vicenda elettorale. Il Sud, il povero sud rimane senza guida e senza speranza, orfano della politica di sinistra, sempre più velleitaria, e della stessa politica di destra, pure potente e saldamente in sella. Sembra però che, improvvisamente, questa situazione sia stata in un certo qual modo avvertita, sia a destra che a sinistra, ed ecco quindi Vendola tentare le vie di un movimento di sinistra e sganciarsi dalla pletorica costellazione di partiti e partitini; ed ecco l’idea della Poli di dar vita a un movimento per il Sud e divorziare dal suo leader sempre più distratto da speranze e sogni personalistici. Movimenti, che si vorrebbero centrati sui problemi reali della gente, che hanno avuto l’ immediato effetto di spiazzare e di mettere in crisi il comodo platonismo della politica salottiera e conviviale. Non è passato molto, però, che l’amore per la gente ha contagiato anche gli altri, e mentre a sinistra si cerca ancora di capirne qualcosa, a destra è già partita la crociata contro la Poli che già cominciava a conquistare larghe frange del centro destra e stringeva accordi con l’UDC per la costituzione di un terzo polo. E così inaspettatamente scopriamo che l’amore per il sud è grande, generale, condiviso: a destra e a sinistra. Si dice di voler pensare alla gente, al lavoro, all’economia, all’energia, all’ambiente, ai giovani. C’è da stare allegri, insomma, la politica sembra rinsavire e incanalarsi nelle giuste direzioni. Qualcosa dunque sembra cambiare, l’unica preoccupazione però è che improvvisamente sembra cambiare tutto dato che, da un giorno all’altro, a destra i movimenti sono diventati due, l’idea della Poli ha contagiato l’intera destra, al “Movimento per il Sud” si contrappone La “Puglia innanzi tutto” che, guarda caso, ospita tutti i politici dai quali la Poli si era voluta allontanare. Tutto è cambiato, troppo è cambiato, dal che nasce il sospetto che il cambiamento, degli uni o degli altri o di entrambi, non sia dettato dagli interessi reali della gente del sud, ma da oscure o poco chiare strategie politiche di parte. Resta il timore che sia tutto tatticismo finalizzato a restare a galla o per vincere la corsa a qualcosa che al momento risulta difficile da decifrare. Che l’attenzione per il sud e la sua gente sia insomma strumentale e che tutto, calate le tende, ritorni come prima. “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi “, torna irresistibile alla mente la frase di Tancredi del romanzo del Tomasi, che fotografava la Sicilia del lontano 1860. Certo, altri tempi, altro contesto, ma da qualche giorno questa frase non m’abbandona: l’ombra del Gattopardo è sempre più difficile da allontanare.

 

 Enrico Longo

Il link del MyboxTG di venerdì 20 febbraio in cui è presente "La Postilla":

http://www.myboxtv.com/site/show.aspx?Cod=8394

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martedì, 17 febbraio 2009

Il coraggio di interrogarsi

 

Quando pensai all’argomento da discutere nella puntata n.31, avevo davanti a me una problematica ben precisa, che non sfugge sicuramente a nessun osservatore attento della nostra società e della quale il fatto di Nettuno rappresentava un segnale perfettamente indicativo. Una realtà in cui si stanno progressivamente perdendo le fondamentali coordinate di una società sana, solidale, centrata sui valori perenni del rispetto, della dignità, del libero e civile rapporto di convivenza. Una società che, in tutte le sue strutture e nella generale organizzazione, si preoccupi di darsi e tramandare modelli di comportamento e direzioni etiche improntati a sicuri principi morali, che curi costantemente di “riempire” la mente delle giovani generazioni di contenuti e di senso. La famiglia è la prima struttura sociale significativa, unica e diversa da tutte le altre, per il suo caratteristico modo di socializzare e di educare, forse l’unica alla quale è assegnato, istituzionalmente, un compito educativo globale, pervasivo, strutturante. L’educazione familiare si realizza nella convivenza, nella rete dei sentimenti, nei rapporti quotidiani, nei richiami al dovere, nelle catechizzazioni fatte al momento opportuno, ma non ha nulla di estemporaneo o di improvvisato. Nessuna famiglia può pensare di educare nelle forme più adeguate se non ha chiara l’idea delle cose da trasmettere (contenuti), delle direzioni verso cui orientare, del metodo attraverso cui veicolare al meglio gli uni e le altre, in un processo educativo che è orientamento, appunto, ricerca dell’”oriente”, delle giuste mete da perseguire e, possibilmente, raggiungere. In quanto comunità, educa e orienta attraverso la vita e le esperienze quotidiane, è una realtà “esemplare”, ossia che educa attraverso l’esempio e le vie indirette della comunicazione spontanea. Le decisioni che vengono prese, i commenti che si fanno, i giudizi che si lanciano, ogni minimo profferire di parola, anche su cose apparentemente banali e neutre, possono avere un riflesso, positivo o negativo, sollecitante o sconvolgente, nella coscienza “in costruzione” dei fanciulli e dei giovanetti. La scuola completa, integra e a volte incide anche in profondità; e così anche il mondo delle associazioni, nel quale il giovane dovrebbe entrare il più presto possibile, ma nessuna di esse può assumere funzione vicariante della famiglia, senza effetti più o meno gravi o senza lacune e vuoti educativi. Certamente i ragazzi trovano anche al di fuori della famiglia modelli significativi e stimolanti, ma nulla può sostituirsi a quel processo di “assorbimento” spontaneo di modelli di pensiero e di vita che è tipico ed esclusivo dell’interazione familiare. In questa si va affinando la sensibilità, si vengono acquisendo le regole della condotta, si assumono i valori, si viene formando la persona, possibilmente completa, armonica e piena. Non tutto è rose e fiori nella vita familiare, ma è bene precisare che non può e non deve essere così; il giovane deve conoscere il rifiuto, la difficoltà, l’opposizione, purchè siano giustificati ed orientati secondo i modelli educativi fondamentali; deve affrontare le avversità, incontrare soggetti diversi e opposti, fare i conti con le regole cui nessuno può sottrarsi essendo, esse, parte insostituibile della formazione alla moralità (Kant, Piaget, Ausubel). Sull’educazione familiare, a causa della sua importanza, si potrebbero dire tante cose e sarei tentato di scrivere un romanzo a puntate, ma credo che nell’economia del discorso sia utile darsi delle domande. Le famiglie, oggi, hanno sempre dinanzi a sè un progetto educativo? Sono consapevoli della necessità di dover stabilire delle regole di condotta precise e certe, necessarie e costanti? Hanno chiara l’idea della estrema plasticità del bambino che assorbe, come diceva la Montessori, contenuti, modi e forme dell’esperienza esterna e che, non orientato per tempo e secondo le giuste vie, rischia di procedere verso direzioni sbagliate, dalle quali ben difficilmente potrà essere poi recuperato? La famiglia è l’istituzione che deve dare “senso” alle esperienze di vita, che deve orientare verso il “positivo”, verso l’altro, che deve curare tempestivamente la socializzazione primaria, che deve progressivamente far acquisire e consolidare i valori (del bello, del buono, del giusto, del rispetto, della libertà, della pace, della solidarietà...), aprire agli interessi positivi, far acquisire le regole del buon comportamento, orientare alla seconda socializzazione, verso la socialità più comprensiva del gruppo sociale, curando di tenere costanti e costruttivi rapporti con le realtà formative e sociali successive, e in primis, con la scuola. Tutto questo, però, non sempre accade, sempre più frequentemente viene trascurato, a volte del tutto dimenticato o tradito. E allora ecco le incoerenze tra gli istituti educativi, di cui parla don Francesco, gli episodi di prevaricazione, su cui si ferma Giuseppe Manisco, l’andare oltre le stesse richieste dei ragazzi, come esordisce Giorgio Colopi, il vuoto sociale e i conflitti tra le stesse istituzioni educative su cui si ferma a riflettere Tiziano Resta. E’ la famiglia che domina la discussione, e non poteva essere altrimenti. Mi viene di rammentare le sagge parole di J.Dewey il quale, per la lunga vita vissuta (1859-1952), ebbe modo di verificare tanti cambiamenti sociali, ma non sconfessò mai quanto ebbe a scrivere nel 1897 (Scuola e società), ossia che la socializzazione etica della famiglia patriarcale,  aveva in sè, come valore educativo intrinseco, l’orientamento verso l’ interiorizzazione delle buone regole, perchè ogni membro della famiglia, dal più piccolo al più vecchio, aveva da affrontare dei problemi e da assumere impegni nell’intrapresa familiare. Anche il più piccolo partecipava ai principali processi della vita giornaliera, dal loro manifestarsi sino alla più felice conclusione, e nella fatica del vivere nessuno era esonerato dal fornire il contributo possibile: fare luce, accendere la legna, tosare le pecore, accudire gli animali. Da queste considerazioni il grande filosofo e pedagogista americano concludeva che le leggi della socializzazione e dell’educazione morale, vere e profonde, si reggevano fondamentalmente su un caratteristico modello di esperienza: il lavoro collaborativo per uno scopo comune. Impegno, rispetto delle regole, condivisione di scopi e interazione solidale, serietà e responsabilità, ecco le regole per dare senso e significatro all’agire e per veicolare nella giusta forma il processo educativo della persona. E questi modelli debbono tornare a rappresentare motivi basilari dell’educazione anche oggi, per il contributo di senso e di responsabilità che contribuiscono a generare e per scongiurare quel senso di vuoto e di disorientamento che sempre più frequentemente andiamo rilevando. Una buona socializzazione familiare, rapporti positivi di collaborazione e di integrazione con la scuola e, presto, il completamento sociale ed etico con l’ingresso nel mondo associativo, religioso, culturale o sportivo, che ha il pregio di completare la formazione della personalità e a volte di colmare lacune o di modificare errate direzioni di marcia. "Don Mimino a volte era profetico", dice Tiziano Resta, e in effetti il nostro indimenticato parroco spese le sue migliori energie per la promozione dell’associazionismo nella nostra cittadina. Ed è certamente su di esso che possiamo contare per cercare di conservare sana la nostra comunità che, grazie a Dio, fa delle tante associazioni uno degli elementi più importanti per conservarsi al riparo dai tanti guasti sociali che rileviamo sempre più frequentemente.

Un’ora passa presto, soprattutto quando si affrontano certe problematiche, non abbiamo sicuramente esaurito l’argomento, probabilmente vi abbiamo soltanto fatto ingresso; chissà che non ci si torni, magari quanto prima. Per ora accontentiamoci di aver aperto il discorso e conserviamo la speranza che sia servito almeno come stimolo ad interrogarsi.

 

Enrico Longo

Il link della puntata:

http://www.myboxtv.com/site/show.aspx?Cod=8364

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categoria:cultura, scuola, pedagogia, comunicazione, educazione, democrazia, societĂ , galatone
venerdì, 13 febbraio 2009

TRIPARTISAN

Da qualche giorno il palazzo marchesale, finalmente libero dalle coperture, si offre agli sguardi e all’ammirazione dei cittadini. Ha ridato una immagine nuova al contesto, alle strade e ai vicoli che gli si snodano intorno; con la Chiesa, che gli sta di fronte, contribuisce a disegnare una piazza gradevole, elegante, austera. Chi ha avuto modo di partecipare alle iniziative del "Gemellaggio", ha potuto anche ammirarne l’interno, ben rifinito, elegante, sistemato bene, con gusto: una struttura imponente e dignitosa. Complimenti a chi ci ha lavorato e a chi ha progettato. Ecco il primo elemento, ho pensato, di quell’insieme architettonico - artistico - culturale, pronto a rappresentare la parte ghiotta dell’offerta turistica interna alla città, che dovrà quanto prima comprendere i frantoi ipogei, la grotta dei Cappuccini e il castello di Fulcignano, che vorremmo vedere recuperato alla vita e alla libera fruizione. Attendiamo di vedere completato il risanamento del centro storico e attendiamo con fiducia che anche per la marina e il villaggio S.Rita si muova qualcosa nella giusta direzione. La promozione del territorio, a quel punto, sarebbe completata e l’offerta turistica ne uscirebbe certamente degna di ogni considerazione. Per quanto riguarda il palazzo Belmonte si presenta ora la questione della sua utilizzazione e, quindi, delle scelte tra le tante ipotesi che circolano e tra alcune richieste o aspettative, esplicite o nascoste, insieme al non trascurabile problema dei costi di gestione che non dovrebbero essere cosa di poco conto. Ecco, da parte mia, avverto la preoccupazione che nelle scelte possano avere la meglio le ragioni finanziarie e consigliare tipologie d’ uso che potrebbero risultare eterogenee e incompatibili con la natura e la qualità del manufatto. Non c’ è dubbio che intorno al palazzo si sono create tante attese e ciascuno pare pronto a tirare la corda dalla propria parte. Ho sentito parlare di trasferimento degli uffici comunali o di parte di essi, di ostelli della gioventù, di negozi e roba del genere. Insomma, ognuno sembra voler piegare le scelte alle proprie inclinazioni o alla propria attività professionale. Personalmente rabbrividisco al pensiero che la struttura possa trasformarsi in albergo o qualcosa del genere; che possa divenire ufficio e luogo di un disordinato e continuo andirivieni di persone o che possa ospitare attività economiche e commerciali, anche solo nella forma del centro amministrativo di riferimento. Due mi sembrano le questioni da porre sul tappeto a tal proposito: l’individuazione degli indicatori di qualità per il migliore e più compatibile utilizzo e la decisione sull’organo che deve coordinare le operazioni relative. La migliore destinazione del palazzo non può che essere culturale, quella di un contenitore di beni, strutture e attività, appunto, culturali. Questa è, peraltro, la ragione che, a suo tempo, giustificò i finanziamenti e che, senza alcun dubbio, rappresenta la forma che può assicurare il più significativo ritorno d’immagine per la città. Archivi, biblioteca, pinacoteca, centro studi di cultura galatea (De Ferraris, D’Andrea), museo leonardesco (Giuseppe Manisco), museo della cultura e della civiltà galatea, centro per congressi culturali e di notevole spessore civile e sociale, mostre, manifestazioni e spettacoli teatrali (all' esterno), ecco alcune forme di utilizzo degne e significative, capaci, nel contempo, di caratterizzare convenientemente la nostra città verso l’esterno. Già da queste ipotesi potrebbero scaturire quei ritorni economici che si ritengono necessari per mantenere decorosamente la struttura ma, eventualmente, altre forme di utilizzo potrebbero dare più consistenza alle entrate. Bene potrebbe anche andare l’utilizzo di un’ala da parte dell’Università di Lecce per allogarvi un dipartimento o una sezione o settori della biblioteca o delle attività di ricerca. Per quanto attiene al secondo punto, al chi deve decidere o coordinare le operazioni, una chiara esortazione sorge spontanea: non se ne faccia una questione di parte, non si faccia valere la forza consiliare: il braccio di ferro, in questi casi, risulterebbe pericoloso e deviante. Si continui, invece, nell’utile strategia seguita con il partecipapug, emendato da qualunque “piaccia o non piaccia”, e non ci si fermi qui. Si tenga a mente che qualunque maggioranza e qualunque opposizione sono a tempo, soltanto i cittadini sono per sempre e il palazzo marchesale è un bene che appartiene alla città. Si trovi, dunque, il modo di aprirsi all’esterno, si attinga alla generosa collaborazione di tanti cittadini, pronti a spendersi disinteressatamente per la propria città, che vorrebbero sempre vedere attraente e funzionale. Si formi un Comitato, composto da amministratori, assessore alla cultura o consigliere delegato, rappresentante di minoranza e cittadini, che abbiano competenze culturali e scientifiche e che si dichiarino disponibili ad operare gratuitamente, oppure si costituisca, nelle forme previste dal regolamento comunale, una Consulta ad hoc. Un’intesa tripartisan, ecco quel che ci vuole, quasi un’utopia nella società di oggi, ma il palazzo marchesale, per il valore intrinseco e per i sentimenti che suscita, merita di rappresentare  l’oggetto delle nostre migliori utopìe. Si segua, dunque, con decisione la strada dell’apertura e delle intese, chi sa che il palazzo marchesale non possa essere ricordato anche come il Palazzo della concordia.

Enrico Longo  

il Link del MyboxTG di venerdì 13 febbraio in cui è presente "La Postilla":

http://www.myboxtv.com/site/show.aspx?Cod=8333           

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categoria:cultura, politica, scienza, comunicazione, turismo, societĂ , galatone
lunedì, 09 febbraio 2009

portavoce31avvisoIl coraggio di interrogarsi

Ogni giorno un inquietante episodio di prevaricazione, di violenza, di razzismo, che vedono spesso come protagonisti giovani e addirittura adolescenti.  Insicurezza, disorientamento, senso di vuoto e caduta dei valori sembrano sempre più difficili da contenere. Famiglia, Scuola, Associazioni debbono necessariamente trovare il coraggio di interrogarsi e di fare qualcosa. Che cosa?

Di queste problematiche cominceremo a parlare nella puntata n. 31 de “Il Portavoce” con Giorgio Colopi, don Francesco Danieli, Tiziano Resta e Giuseppe Manisco. Cercheremo di capire, di scoprire le ragioni, di individuare possibili vie d’uscita. Non sarà facile ma è giusto provarci.

Invito tutti, genitori – associazioni – insegnanti - cittadini tutti a seguire la trasmissione che affronterà tematiche di sicuro interesse educativo e sociale.

La puntata sarà ripresa lunedì 16 febbraio alle ore 19 e andrà in onda la mattina del giorno dopo.

Cordiali saluti

Enrico Longo

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categoria:scuola, educazione, societĂ , portavoce
sabato, 07 febbraio 2009

La politica può attendere

 

Lasciamo un po' da parte la politica, altri problemi urgono e meritano la giusta attenzione. L’episodio di Nettuno, del quale ho detto nel precedente post non è l’unico del genere; altre incomprensibili aggressioni si verificano contro il debole, l’emarginato, il diverso. Sono comportamenti da bullo in varie forme, che vanno dalla prepotenza, alla derisione, all’umiliazione, alla discriminazione, allo stupro, al razzismo. Non so se sto nel vero, ma non riesco a non vedere, nei suddetti atti, delle manifestazioni di bullismo alla base delle quali mi sembra di vedere una condizione di vuoto e di perdita di senso, una grave caduta di valori. Ho detto che nella nostra cittadina, grazie a Dio, episodi di particolare gravità non ne sono accaduti, ma non per questo possiamo ritenerci esonerati da una seria riflessione, anche perchè i cattivi esempi, secondo una nota teoria durkeimiana, risultano i più fascinosi.

Partiti e politici, dunque, possono attendere, risulterebbe, infatti, sterile accennare a delle problematiche di grosso rilievo e non procedere ad un’attenta riflessione e ad un adeguato approfondimento collettivo. Entriamo quindi dentro alle questioni, discutiamone, esponiamo le nostre considerazioni, cerchiamo di capirci qualcosa e tentiamo di trovare delle ipotesi convincenti. Il bullismo e la violenza non nascono dal nulla, debbono avere delle giustificazioni in qualcosa che non abbiamo fatto o che abbiamo fatto male. E in questo plurale mi sembra utile collocare l’insieme delle realtà che rivestono ruoli e funzioni fondamentali nel contesto socioculturale. Questi atti chiamano certamente in gioco la famiglia, la scuola, l’associazionismo, la politica, i media.

Tutte queste istituzioni rivestono un importante ruolo nell’orientamento e nella formazione dei giovani e probabilmente tutte, chi più chi meno, hanno commesso qualche errore e hanno qualcosa da modificare.

Tutti dobbiamo attentamente interrogarci senza fare sconti nè agli altri nè a noi stessi. Ho deciso di dedicare la punta n. 31 de Il Portavoce a queste problematiche, che fanno pensare ad una società in crisi, malata di violenza e di vuoto, una società sempre più intollerante e sempre meno capace di farsi carico delle difficoltà e delle sofferenze degli altri.

Gli argomenti della trasmissione e gli ospiti che ho invitato mi fanno ritenere che possa risultare utile a far riflettere e a ricercare le opportune risposte. Ospiti saranno Giorgio Colopi, giovane e brillante psicologo che ha operato nell’hinterland di Roma, proprio nei luoghi e tra le persone dove si stanno sempre più frequentemente verificando tanti dei misfatti dei quali ci ha reso partecipi la cronaca; don Francesco Danieli, che alla fede e alla cultura unisce la conoscenza del mondo giovanile, con i suoi disagi e le speranze; Tiziano Resta, da sempre membro attivo e responsabile nell’associazionismo; Giuseppe Manisco, che rappresenta un'ottima testimonianza del valore del tempo e di come possa essere utilizzato a vantaggio della creatività e dello spirito.

Ancora una volta ho voluto fare ricorso a concittadini, ad ulteriore riprova che nel nostro ambiente non mancano certamente le risorse civili e culturali intorno alle quali ritrovarsi per un progetto di vita denso di significato.

La puntata sarà registrata lunedì 16 febbraio per andare in onda su mybox nella mattinata del giorno dopo.

 

Enrico Longo

 

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martedì, 03 febbraio 2009

Una vita priva di senso

Un episodio assurdo, drammatico, stupido; tanto più grave quanto più privo di senso. Non un episodio di razzismo, già deprecabile di per sé, ma di disprezzo per la persona, per la vita, che può essere attaccata e distrutta soltanto perché non si sa cosa fare, come riempire il tempo, vuoto, della propria esistenza. Una vita priva di contenuti, di pensieri, di sentimenti, di progetti, di speranze: vuota. E’ questo il tema, drammatico, che pongo all’attenzione, riflettendo sullo squallido episodio accaduto nella serata di sabato scorso alla stazione di Nettuno, anche se nella nostra cittadina episodi del genere, fortunatamente, non se ne ricordano a memoria d’uomo. Ma proprio il fatto che sino ad oggi ne siamo rimasti immuni, lungi dal farci sentire al riparo, mi induce a ritenere che sia opportuno che se ne parli perché non debbano mai presentarsi, con la loro distruttiva drammaticità. E che non si ripresentino da nessuna parte, perché tali fatti risultano devastanti per la società che ne viene colpita.

Il tema, per me, è quello di dare senso alla vita di ciascuno di noi, di riempire il tempo di pensieri positivi, di relazioni, di atti  semplici e costruttivi, di aperture, di sentimenti, di speranze. Quali oscure motivazioni possono spiegare atti del genere, se non il vuoto dell’anima e la totale perdita del senso di vivere; e quali i possibili rimedi, se non la riscoperta dell’altro, del mondo e del significato dell’agire costruttivo e produttivo di significati. Scoprire l’importanza degli altri, di fare qualcosa con e per gli altri, soprattutto di non buttare via il tempo, che è prezioso, importante, veloce nel suo scorrere e che non può essere sprecato nel nulla dell’azione e dello spirito. E’ un tema che merita approfondimento nelle famiglie, dove ci si deve interrogare su tante cose: sui rapporti con i propri figli, sulle regole date o non date, sugli orientamenti educativi, sul giusto equilibrio tra autorità e libertà, sulla intensità e la natura del rapporto con la scuola e gli insegnanti. Si deve riflettere su tanti atteggiamenti di gratuito rifiuto degli interventi educativi della scuola e sui conflitti, giunti spesso sino alla violenza, a difesa di indifendibili comportamenti dei figli e sull’importanza, invece, di ricercare le ragioni di opportune e utili intese. E’ un tema che va approfondito all’interno della scuola stessa, che, anche nei gradi più alti e nei confronti degli adolescenti e dei giovani, deve conservare una equilibrata direttività accanto al riconoscimento di spazi progressivamente più significativi di libertà e di autonomia, di non limitarsi a punire, ma di non dimenticare che a volte anche il rigore e l’inflessibilità possono trovare piena giustificazione e produrre risultati apprezzabili. Non sarà certamente il cinque in condotta a risolvere il problema, ma la paura delle conseguenze di azioni irresponsabili è spesso efficace deterrente a non compierle.

 E’ un tema che appartiene in pieno alle associazioni, religiose-sportive-ricreative-culturali, che possono rappresentare inimitabile palestra per la costruzione degli interessi e per l’apertura ai valori, perché la fede, l’etica sportiva, il sano divertimento e la fruizione culturale riempiono di significato il pensiero e l’agire. E’ un tema che deve vedere tutti impegnati nel coniugare insieme diritti e doveri e nell’assegnare il giusto livello di serietà in ogni atto di impegno o di svago nella vita di ogni giorno. Soltanto dal vuoto e dal nulla nascono episodi come quelli di Nettuno e soltanto da una società sana e solidale possono scaturire le giuste sollecitazioni alla ricerca di senso.

 

          

    Amicizia è…

 

 Essere parte…mai sentirsi uno.

Avere in ogni ora, ad ogni istante accanto

qualcuno.

Sentire le sue ansie, le sue gioie

e  sapere che le nostre

 son sue.

Non provare cos’è la solitudine

e il buio che t’avvolge

ma cieli azzurri vedere,

 e radiosi.

Amicizia è donare, amicizia è ricevere.

È uscir da se stessi e avvertire il profumo

che emana dagli altri.

È un farsi più piccoli, per divenire più grandi,

superare se stessi e allargarsi a qualcuno:

essere parte…mai sentirsi uno.                      

 

Enrico Longo

postato da: EnricoLongo alle ore 14:32 | Permalink | commenti (3)
categoria:educazione, societĂ