N. 2 "Sud: un nostro problema"
Da tempo coltivo l’idea di dedicare una serie di puntate de Il Portavoce alla questione meridionale che mi sembra centrale nella cultura e nella politica, anche ai nostri giorni. Il problema dovrà naturalmente essere affrontato con la partecipazione di storici, sociologi, economisti e rappresentanti del mondo della finanza. In attesa di metterlo più decisamente a fuoco è stato inserito, anche se non in maniera centrale ed esclusiva, nella serie di puntate avviate dopo la sosta estiva.
La rubrica Il Portavoce, infatti, sta attualmente seguendo un preciso percorso che prevede, come ho già detto, un incontro con tutti i possibili schieramenti politici per sentirne progetti, idee, propositi, strategie e tattiche, dalla viva voce di esponenti di spicco di ciascuno di essi. La prossima puntata sarà dedicata, probabilmente il 5 dicembre, ad Io Sud, con la presenza della sen. Poli, che ha già accolto l’invito, poi l’IDV e altri schieramenti di sinistra, la destra sociale. A ciascuno dei politici intervenuti è stato richiesto, tra l’altro, di parlare dei nostri problemi, dei problemi del Sud, mai risolti e secondo qualcuno mai affrontati nei modi giusti. Abbiamo avuto modo di ascoltare Gabellone, Durante, Blasi, Baldassarre ed abbiamo potuto probabilmente cogliere, pur nella diversità dell’impianto ideologico di ciascuno, un minimo comun denominatore centrato almeno su questi due motivi:
1. Il Sud vuole poter camminare con le sue gambe;
2. Il Sud deve ricevere dal governo centrale le precondizioni per poterlo realmente fare.
Niente assistenza quindi, né importazione di modelli di sviluppo non compatibili con le risorse e le caratteristiche dei territori meridionali, ma gli attesi interventi per la infrastrutturazione necessaria ad avviare una politica economica di sviluppo che ci veda protagonisti verso i mercati mediterranei e orientali. Il Commercio, lo sviluppo della piccola e media impresa, il rilancio della derelitta agricoltura, che in tutte le regioni meridionali potrebbe toccare livelli di eccellenza, l’industria di trasformazione dei prodotti agricoli, il turismo: questi i settori sui quali puntare per il nostro decollo.
Una piccola ma importante convergenza di idee che potrebbe rappresentare un’utile base di partenza per affrontare, con una certa concretezza, quel problema meridionale, mai risolto e forse mai seriamente affrontato, che ritorna regolarmente di tanto in tanto con tutto il peso morale che forse vogliono farci pesare, presentandoci come la palla al piede per lo sviluppo del paese. Il Sud parassita, che attende assistenza, che dilapida, il sud inefficiente, che non sa camminare con le proprie gambe, che qualcuno vorrebbe abbandonare al suo destino. Poi tutto si dimentica e si torna a pensare ad altro, perché la politica ha altre più importanti scadenze: le questioni interne e quelle dei rapporti con gli altri partiti; le difficili candidature per le regionali, i processi del leader e la necessità di neutralizzarli, le riforme necessarie e quelle presunte, le guerre di successione al leader carismatico e le strategie per accreditarsi, la crisi del sistema bipolare e le sirene di un terzo polo, il ritorno al futuro della prima repubblica.
I problemi del mezzogiorno son tornati d’attualità in questi giorni per due autorevoli interventi, del presidente della Repubblica e del governatore della banca d’Italia. Il primo ha ribadito che la questione meridionale deve tornare tema centrale della politica e dell’azione di governo; il secondo ha fatto un’analisi approfondita sui mali del mezzogiorno, portando dati oggettivi insieme ad altri alquanto discutibili. Difficile contestare il grave condizionamento rappresentato dalla presenza della criminalità organizzata che pesa sullo sviluppo, specialmente in alcune regioni; come pure i dati relativi al Pil e all’occupazione che purtroppo continuano a trattenere il sud in posizione di svantaggio rispetto al resto del Paese. Quello che non convince anche perché non sufficientemente suffragato da dati oggettivi è quanto vien detto rispetto a servizi come la qualità dell’istruzione, la funzionalità degli asili nido, l’efficienza della pubblica ammistrazione, la raccolta differenziata, tutti dati per i quali forse sarebbe il caso di pensare ad un Sud a macchia di leopardo, dato che le situazioni che vengono riferite ben difficilmente possono essere generalizzate a tutto il meridione. Non solo si continua a non far nulla per il Sud e, addirittura, lo si spoglia delle stesse risorse finanziarie alle quali avrebbe diritto per potersi dare le strutture necessarie (vedi fondi Fas), o si continua ad allontanarlo dall’Europa riducendo gli eurostar e i voli in direzione della capitale e di Milano, ma si continua a ripetere stucchevoli ritornelli che ci siamo stancati di ascoltare, che suonano di pigrizia e di inefficienza. Per quanto letto e per le puntate a venire del Portavoce, mi piacerebbe aprire un dibattito su questi problemi, che sono problemi nostri, ai quali dobbiamo dare noi le necessarie risposte. In particolare mi sembrerebbe opportuno che venissero date risposte alle seguenti domande:
1. I politici meridionali stanno tutelando gli interessi dei loro territori?
2. Quali contributi dovrebbero venire dal Governo centrale?
3. Quale il ruolo degli Enti territoriali?
4. Cosa dovrebbero fare i cittadini per concorrere allo sviluppo?
5. Ritieni che l’analisi di Draghi sia giusta e fondata in ogni suo aspetto?
6. Qual è la tua idea di meridionalismo?
Queste domande sono rivolte a tutti e, in particolare, ai giovani, per i quali soprattutto si vuole pensare a un new deal per l’importante questione.
Enrico Longo
categoria:cultura, politica, turismo, democrazia, società , agricoltura, commercio, postilla, portavoce, artigianto, imprenditorìa



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