venerdì, 04 dicembre 2009
postilla 44
LA POSTILLA N. 44
Il sasso nello stagno
Non confondere l’idea con le sue possibili applicazioni; il progetto con la ricerca degli strumenti più utili per la sua realizzazione. La Città del Galateo è tutta nel sogno di vedere una città nuova, attraente, dinamica ed efficiente; la fondazione, un utile strumento per assicurare ordine e regolarità nella sua organizzazione e nell’esercizio delle principali attività. Alla base rimangono la presenza delle risorse materiali e immateriali, necessarie per un futuro di sviluppo, e la motivazione sicura e condivisa di vederlo effettivamente realizzato. A giudicare da quanto s’è visto in queste ultime settimane, si può felicemente constatare che quanto necessario c’è già. La voglia di fare innanzitutto, l’impegno intelligente e positivo che ha portato tante associazioni a progettare insieme; dei bravi cittadini a lanciare l’invito ad animare il centro storico; l’Agesci, nobilissima associazione, ad ospitare, in occasione del convegno “Protagonisti per educare alla speranza”, un apostolo di pace e di giustizia sociale; veder nascere un protocollo d’intesa tra la scuola secondaria e un’associazione di militari che hanno saggiamente deciso di investire nella cultura e nel sociale. Le monadi si aprono, la socialità si spande, i giovani scoprono ruolo e possibilità. La Città del Galateo, dunque, esiste già, ha fatto un passo avanti, la possiamo vedere e vivere; la fondazione è in gestazione, seguirà la sua strada che mi auguro giunga a conclusione, ma essa è la parte estrinseca del progetto, ne rappresenta soltanto l’aspetto pratico, non la certificazione d’esistenza in vita. E’ costretta, comunque, a seguire la procedura e i tempi della burocrazia; auguriamoci almeno che non debba risultare vittima delle consuete logiche. Intanto registriamo significativi cambiamenti nella vita di ogni giorno, gli eventi si succedono con ritmo talmente incalzante che risulta difficile tenerne il passo. La palla adesso è nelle mani dell’amministrazione cittadina, che deve darsi il giusto posto nella socialità, dare ordine e regole, promuovere la sintesi e dirigere, nel rispetto dell’azione libera e creativa di tutti gli attori sociali.
Torno da un convegno nel quale ho ascoltato parole che attendevo da tempo, che non mi sono stancato di ripetere nel corso di tante postille, a volte in toni duri, che non mi sono consentanei e che vorrei sempre evitare. A Galatone sì è rischiata la rottura tra amministrazione e socialità, tra governanti e cittadini, che ad un certo punto son sembrati divisi, nei pensieri e nelle azioni, quasi due mondi separati e in una condizione di incomprensibile conflitto. Oggi, invece, vediamo l’assessore alla cultura impegnato accanto alle istituzioni scolastiche per progetti comuni; il vice sindaco discettare di urbanistica, cultura e vita sociale; il Sindaco dare sostegno e collaborazioni ad un intelligente progetto rientrante in “Bollenti spiriti”, proposto da due giovani di Maruggio che ha ottenuto il finanziamento regionale. Il progetto, “Vox loci, la parola agli abitanti”, vede Galatone interessata alla realizzazione di un “Ecomuseo”, che, come si legge nel depliant, ha quale scopo “la valorizzazione di ambienti di vita tradizionali, del patrimonio naturalistico e di quello storico-artistico […], è anche strumento di sviluppo del territorio, capace di integrarsi con l’artigianato e l’agricoltura locale, valorizzando anche in chiave turistica il patrimonio etnografico-culturale della Gente che risiede nel territorio.” Dai vari interventi sono ritornati spesso l’importanza dell’apertura delle amministrazioni, la necessità di ricercare partner e costituire reti e sinergie, di progettare, di coinvolgere i cittadini e le associazioni, di utilizzare gli eventi significativi per richiamare i visitatori e dare respiro al turismo, che la cultura e i beni paesaggistici, artistici e culturali sono delle importanti risorse per la promozione del territorio. Non c’è futuro per una popolazione - ha solennemente dichiarato l’autore del progetto - senza la ricerca e la fedeltà alla propria storia e alle proprie radici. Parole gratificanti, musica per le mie orecchie. Finalmente ci siamo – ho pensato - soprattutto è importante constatare che l’amministrazione cittadina sembra intraprendere la direzione giusta, che oggi faccia parlare di Galatone come di una città aperta e governata da una amministrazione saggia e disponibile e che si dimostra sensibile alla cultura e pronta nel progettare azioni positive per la crescita e lo sviluppo del territorio. Queste espressioni sono ritornate più volte, dalla voce dell’assessore Lippolis del comune di Alberobello, con il quale si sta allacciando una importante partnership, dal progettista e dai due giovani autori dell’idea.
A questo punto potremmo anche chiederci come sia potuto accadere questo improvviso e radicale cambio di marcia e a chi vada riconosciuto il merito della svolta, anche se tali domande possono apparire del tutto inutili e le possibili risposte risultare fuorvianti. Una web cittadina non è cosa da poco, così come una funzione importante rivestono i blog e i fogli locali, quali strumenti di informazione e stimoli alla critica, e fondamentali sono le numerose iniziative culturali che promuovono conoscenza e confronto. Ma nemmeno essi, nel loro insieme, possono ritenersi autori della piacevole svolta che ci sembra di cogliere. Nessuno ha il potere o la capacità di modificare, da solo, una situazione di stallo; se ciò accade è perché probabilmente ne esistevano già le condizioni. E’ la città nel suo insieme che ha provocato la rivoluzione che tutti vorremmo considerare reale e definitiva; le sue tante associazioni che ne rappresentano il lievito di idee e di iniziative, di rapporti sociali e di cultura; i giovani che in tante occasioni e nei più disparati campi dimostrano entusiasmo, genio e tanta voglia di fare. Una città vivace e in ebollizione, ho ripetuto più volte, che attendeva soltanto un piccolo segnale per esplodere. E i segnali non sono mancati, da parte di tanti. Non c’è mai un solo artefice nelle buone cose di questo mondo; ciascuno di noi può soltanto fare qualcosa, dare il proprio modesto contributo, lanciare il sasso nello stagno e mettersi in attesa. Che l’intelligenza e la creatività, che sono patrimonio di tutti e di ciascuno, trovino le condizioni per venir fuori ed esplodere. Partecipare, vivere profondamente la socialità, rifiutare ogni steccato, frutto di egoismo e arroganza, rendersi disponibili, mettere a disposizione degli altri il poco che ciascuno conserva, condividere pensieri e azioni, parlare e ascoltare, raccogliere bisogni e urgenze: ecco la consegna che ciascuno di noi deve porre a se stesso. Mutuandola, magari, da quella nuova pedagogia scoutistica che Paola Mola e Tiziano Resta ci hanno suggestivamente illustrato.
Ritornano significative e pesanti, a questo punto, le parole di padre Alex Zanotelli, che invita a vivere il mondo in tutte le sue realtà umane e sociali, a spendersi generosamente, senza risparmio e senza paure, a non ricercare eremi o rifugi. Qui lo spirito e l’intelligenza si consumano in un solipsismo narcisistico e improduttivo.
 
Enrico Longo

Il MyboxTG di venerdì 4 dicembre '09 in cui è presente l'editoriale "La Postilla":
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venerdì, 23 ottobre 2009

postilla 39     LA POSTILLA N. 39

 

     Paesaggi in chiaroscuro

 Myboxtv, nei suoi servizi in video e nelle colonne dei blog, è ormai divenuta una preziosa finestra sulla vita sociale e politica, testimone di fatti e questioni che mettono a nudo il problematico mondo in cui viviamo, dove non sempre risulta facile orientarsi, comprendere il senso delle cose, le ragioni di accadimenti e questioni, che sembrano piovere a volte senza alcuna plausibile giustificazione. Affacciarsi alla finestra è comunque irrinunciabile, necessario per sentirsi parte di questo mondo che, pur tra tante difficoltà ed enigmi, lascia di tanto in tanto trasparire qualcosa di positivo e gratificante, un appiglio a cui aggrapparsi per cercare di coltivare una qualche speranza che il futile o il nulla non abbiano il sopravvento, che non siamo fatalmente esposti alla rovina progressiva e che il destino nostro e delle generazioni future resta comunque legato a quanto sapremo fare con la nostra intelligenza e il nostro impegno.

La prima di queste possibilità ce la offre Mimino Nuzzo, al quale sembra doveroso dedicare l’incipit di questa postilla, alla sua nobile Associazione Fulcignano, che insegna calcio e vita, tecnica e moralità, tattica e sani modelli di comportamento. Lo dichiara lui stesso ai nostri microfoni in occasione dell’apertura della stagione 2009/10, che vedrà impegnati nelle attività calcistiche un centinaio di ragazzetti dai cinque ai dodici anni d’età. Un’età fondamentale per lo sviluppo fisico-motorio, nel corso della quale, per dirla con la scienza, si viene strutturando quasi compiutamente lo schema corporeo e si acquisiscono le principali coordinazioni psicomotorie. Ma è anche un periodo della vita in cui si pongono le basi della personalità complessiva e si apre la coscienza e lo spirito all’acquisizione dei valori deputati a dare direzione e orientamento nella vita. Tutte queste cose ben le sa Mimino Nuzzo, che considera riduttivo insegnare calcio e stimolare l’agonismo, preferendo soprattutto aiutare i giovani ad entrare nella vita, forti di una formazione dove alberghino gli intramontabili valori positivi, che sono presenti nella vita sportiva se vissuta nel pieno rispetto delle regole della convivenza civile e della solidarietà. Nessun fine di lucro, quindi, ma la costante preoccupazione di secondare le più nobili esigenze della persona in costruzione, nella piena condivisione del compito educativo con la famiglia. Sono espressioni, quelle che abbiamo ascoltato, che non possono lasciare indifferenti in un momento in cui sembrano prevalere gli opposti sentimenti di onnipotenza, di prevaricazione e di successo ad ogni costo. Anche scavalcando le più elementari regole del vivere civile e democratico. Non ha mai chiesto niente a nessuno Mimino Nuzzo, che ha realizzato ogni cosa contando sulla passione e sul sacrificio personali. Complimenti, pertanto, a lui e ai tanti collaboratori che si fanno carico di un fondamentale servizio civile senza pretendere alcuna ricompensa. A loro, se non altro, vada almeno il riconoscimento della cittadinanza tutta.

Il lavoro fisso diventa il tema della settimana per una battuta più o meno estemporanea uscita da Tremonti. Avrei fatto a meno di parlare di tale argomento in un periodo in cui sembra più tristemente d’attualità la crisi occupazionale e il dramma di tanti lavoratori che da un giorno all’altro si trovano senza posto e senza prospettive. Che senso hanno le parole di Tremonti e quelle forzatamente coincidenti del premier? E che senso possono avere le discussioni senza fine e con poco costrutto che ne sono seguite sui canali televisivi e sulle colonne dei giornali? Posizioni quasi sempre determinate dall’appartenenza politica e quindi non certo il risultato di un ragionamento o di un onesto riferimento ai valori. A ben vedere, chiedersi se sia un valore il lavoro stabile o la precarietà è come formulare la domanda se risulti più gradita una vita tranquilla o una piena di incertezze. L’argomento meriterebbe più adeguato approfondimento, ma in questa sede basta chiedersi perché si debba guardare al lavoro dal solo punto di vista economicistico e non considerarlo dalla parte del lavoratore, per il significato che riveste nelle aspettative e nell’esperienza di ciascuno. La flessibilità del lavoro come conseguenza della globalizzazione è un semplice dato di fatto, non una realtà che possa rivoluzionare la scala di valori di una società che costituzionalmente pone al centro dell’attenzione l’uomo e i suoi diritti. Accettabile appare invece la posizione espressa da Benedetto XVI nell’ultima enciclica, dove, muovendosi nel tradizionale solco della dottrina sociale della Chiesa, pur accettando l’ineluttabilità dei fatti storici, non dimentica di mettere in chiara evidenza gli effetti deleteri che l’incertezza e l’instabilità del lavoro possono creare nelle persone e nelle loro stesse famiglie. La mobilità lavorativa, associata alla deregolamentazione generalizzata, - si legge nell’enciclica - è stata un fenomeno importante, non privo di aspetti positivi perché capace di stimolare la produzione di nuova ricchezza e lo scambio tra culture diverse. Tuttavia, quando l'incertezza circa le condizioni di lavoro, in conseguenza dei processi di mobilità e di deregolamentazione, diviene endemica, si creano forme di instabilità psicologica, di difficoltà a costruire propri percorsi coerenti nell'esistenza, compreso anche quello verso il matrimonio”.

Niente può dunque apparire più futile di un dibattito fatto di preconcette contrapposizioni su questo tema, che invece deve suggerire le ragioni della convergenza per creare le condizioni perché i governanti si sentanoimpegnati a dare un profilo rinnovato agli assetti economici e sociali del mondo” (…) perchè “il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l'uomo, la persona, nella sua integrità: L'uomo infatti è l'autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale”. Sì, la globalizzazione ha imposto la deregulation e la flessibilità, le leggi Treu, Biagi, Maroni e Sacconi avranno pure contribuito a creare nuovi posti di lavoro, ma la considerazione umanistica e personalistica del lavoro vuole che almeno il giudizio di valore vada ricercato nella persona, che nell’attività lavorativa vuole trovare risposta al duplice bisogno di realizzarsi e di contribuire al benessere collettivo. Da parte nostra auguriamoci che tali condizioni possano al più presto tornare attuali per una migliorata situazione economica della società italiana e mondiale.

La Regione, con un disegno di legge tenta il rilancio dell’agricoltura e dell’impresa di settore. Ce ne dà notizia Dino Salamanna annunciando l’approvazione del bando pubblico, relativo alla misura 112 del Piano di sviluppo rurale. L’obiettivo è di incoraggiare i giovani ad interessarsi di agricoltura, promuovere un ricambio generazionale nel settore, dove possano entrare, insieme alle tecnologie e alla progettualità, anche l’entusiasmo e il senso della compartecipazione e della rete, che rappresentano condizioni necessarie per meglio competere in campo internazionale. Speriamo che i giovani sappiano e vogliano raccogliere la sfida. Altra strategia positiva è l’interesse per lo sviluppo dell’eolico nella nostra provincia, che potrebbe assicurarci energia pulita in grande quantità e a buon mercato. Sin qui tutto bene, se non capitasse di dover constatare delle pericolose interferenze. Una grande superficie di terreno agricolo a Salice Salentino sarà sottratta alla piantagione di oliveto per ospitare pannelli del fotovoltaico. Il giovane proprietario del terreno, che potrebbe essere uno degli attori dell’auspicato rilancio dell’impresa agricola, si dichiara invece pienamente soddisfatto della possibilità che gli si offre. Incassa una bella cifra e finisce di tribolare per le tante vicissitudini che si accompagnano al lavoro dei campi: è un’operazione davvero conveniente! Ad essere minacciato è anche il parco naturale dell’antica Foresta Belvedere, il “Parco dei Paduli”. Qui, invece, non c’è condivisione. Insorgono i sindaci dei 12 paesi del parco e si oppongono al mostro che minaccia di sconvolgere la bellezza del territorio, che rappresenta una preziosa impagabile risorsa. Bene puntare sull’eolico e sulle forme di energia alternativa, ma non certamente a danno delle terre coltivate e della bellezza di un sito di pregio paesaggistico o culturale. Perché non darsi regole ben precise - mi chiedo - nell’individuazione dei siti e non assicurare maggiori controlli da parte della Provincia e della Regione, per scongiurare opportunismi ciechi e campanilismi di varia natura?

Crescono in provincia di Lecce i comuni virtuosi, ma non vengono meno gli atti contrari alla salute dell’ambiente e delle persone. Leverano, che da tempo ha avviato la raccolta differenziata spinta, compie un ulteriore passo avanti con il progetto riduci rifiuto. Il sindaco Durante, in collaborazione con commercianti e cittadini, promuove una campagna tesa a ridurre sensibilmente la produzione di materiale da imballo. Ci si muove secondo precise strategie e nella piena compartecipazione.

Il piccolo comune di Minervino è il primo in tutto il Salento ad aderire al Patto dei Sindaci per le politiche energetiche. Si tratta di una misura europea finalizzata a ridurre le emissioni di Co2 nell’atmosfera. Un comune che si muove sulle orme di Melpignano, che è uno dei fondatori dell’associazione dei comuni virtuosi. Intanto, però, a Casarano si scopre una grande massa di residui di pneumatici bruciati e un’altra discarica abusiva è sequestrata a Porto Cesareo, una località da tempo impegnata nella promozione del territorio, perché soltanto nel turismo può giocarsi le carte dello sviluppo. A Gallipoli entrerà presto in funzione l'impianto di affinamento dei reflui del depuratore consortile, che assolverà alla duplice funzione di depurazione e di irrigazione. Notizie di segno opposto, dove allo scrupolo e al civismo di alcuni, continua a far da contraltare l’irresponsabilità e l’assenza di un minimo di senso civico degli altri.

Intanto si parla di turismo. Se ne discute anche a seguito di un disegno di legge regionale che sta per essere approvato. Se ne parla a Castro in un convegno organizzato dall'Ordine provinciale dei commercialisti. "E' necessario”, dice il sen. Costa, “assecondare, anche tramite una semplificazione normativa, la volontà di coloro che decidono di diventare imprenditori turistici, perché è da loro che passa lo sviluppo del territorio". Parole che non suonerano certamente nuove a chi abbia seguito regolarmente “postilla” e “portavoce”.

E il nostro comune quale via sembra deciso a seguire? E’ nelle mani del sindaco e dei consiglieri di entrambi gli schieramenti la bozza di fondazione per La Città del Galateo. Ho notizia che se ne sta parlando, che dopo il consiglio comunale del 27 ottobre qualcosa dovrebbe venir fuori. Me lo dice Ginetto Filoni che mi assicura l’interessata attenzione del sindaco. Attendo la buona novella; se sarà, potrebbe anche la nostra cittadina accodarsi finalmente ai comuni virtuosi. Ne saremmo tutti contenti.

Enrico Longo

 
Il MyboxTG di venerdì 23 ottobre '09 in cui è presente "La Postilla":
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venerdì, 16 ottobre 2009

postilla38LA POSTILLA N.38

 

Il Bene comune

Alcuni fatti di rilievo, caduti tra la generale sorpresa, ci costringono a riflettere e a ripensare su tanti aspetti della nostra realtà cittadina che risultano sempre più difficili da tollerare. Una discarica enorme di materiali inerti scoperta dalla finanza e sequestrata, costituitasi giorno dopo giorno dietro l’irresponsabilità di taluni e la disattenzione di altri. Una seconda discarica, materializzatasi quasi dal nulla, che appare, anche questa tra lo stupore dei più, nel tristemente famoso sito di Castellino, questa volta in agro di Galatone. La prima ha conservato tutta la gravità dell’inizio; la seconda, forse, in gran parte è stata ridimensionata, perché si tratterebbe, in effetti, di un sito di stoccaggio di materiali speciali non pericolosi che, dopo un adeguato trattamento, possono essere conservati in condizioni tali da non nuocere alla pubblica salute. La questione è emersa soltanto dietro la denuncia fatta, dalle colonne del suo blog, da parte dell’architetto Resta, il quale, più che le critiche delle autorità, merita il ringraziamento della cittadinanza, per avere squarciato i veli di omertosi silenzi su una questione di interesse generale, che meritava di essere tempestivamente pubblicizzata in tutte le maniere. Dietro la denuncia sono prontamente intervenuti il presidente Gabellone con un comunicato stampa e Il Quotidiano con un ampio servizio. Adesso finalmente sappiamo di che si tratta, anche se non riusciamo ad evitare dubbi e preoccupazioni che tutto venga fatto a regola d’arte e che nel tempo siano sempre assicurati i seri e rigorosi controlli che sembrano indispensabili. Si tratta, infatti di enormi quantità di materiali che possono risultare estremamente pericolosi se non trattati con tutta la dovuta attenzione. Un sito necessario, comunque, che dovrebbe scongiurare le minacce per la nostra salute, come invece non può dirsi per la discarica sequestrata, dove i rifiuti speciali si trovano sparsi qua e là senza alcuna forma di trattamento. In ogni caso due discariche funzionanti senza che la popolazione di Galatone ne avesse avuto alcun sentore.

Con un pubblico manifesto il sindaco risponde alla denuncia dei consiglieri d’opposizione per la trascuratezza degli impianti sportivi e la leggerezza con cui si procede alla loro gestione. Anche su questa vicenda non mancano i motivi di riflessione, in particolare circa l’assenza di attenzione per i cittadini e per le finalità sociali che le strutture stesse dovrebbero conservare. Anzitutto sembra utile dire che queste benedette strutture, nate per stimolare l’interesse per l’attività sportiva, sono state costantemente avvertite dai più quasi come un corpo estraneo alla cittadinanza. Una struttura di altri e per pochi. Ebbene, pensando a tali strutture, vengono spontanei non pochi interrogativi.

Impossibile pensare a forme diverse di gestione che consentissero di renderle vicine al grande pubblico, facendo di esse un vero strumento di promozione sportiva e culturale? Perché non sono mai state offerte alle associazioni sportive che, per la loro particolare sensibilità per lo sport, ne avrebbero fatto uso certamente diverso? Perchè dobbiamo regolarmente sentire della condizione di dissesto e di degrado in cui versano? Si tiene regolarmente la manutenzione straordinaria e ordinaria? Le varie amministrazioni civiche, che si sono succedute nel tempo, sono state attente a procedere a regolari controlli? Sono stati chiamati alle responsabilità coloro i quali fossero risultati colpevoli di non averle sapute conservare secondo i principi della buona gestione? Al momento della riconsegna si è chiesto ai gestori il conto dei danni arrecati? Quanto costano, indirettamente, questi impianti alla cittadinanza? A me pare che i cittadini avrebbero tutto il diritto di ricevere risposta a questi interrogativi e che i consiglieri accusanti, alcuni dei quali in consiglio comunale o con responsabilità dirette nel passato, dovrebbero chiarire ogni aspetto del problema e non limitarsi a lanciare le accuse a chi si trovi al momento a gestire la cosa pubblica. Una documentazione storica si impone in merito, perché si possano rilevare carenze ed errori nel tempo e comprendere, alla luce di verifiche accurate, dove e quando s’è sbagliato e quali errori evitare per giungere ad una gestione che possa economicamente e socialmente presentarsi come la più vantaggiosa. Senza un adeguato approfondimento della questione si rischia di restare nel vago, nel gioco delle accuse e delle repliche, con i cittadini che restano nella posizione di semplici spettatori non sapendo a chi dare ragione. Anche nel caso delle strutture sportive si discute di un bene comune, nato per evidenti ragioni sociali e che va trattato, quindi, con tutta la necessaria attenzione e trasparenza.

 Ecco, è su questo che intendo fermare l’attenzione, sul carattere privato e riservato che si attribuisce ad operazioni che andrebbere invece pubblicizzate e per le quali la popolazione andrebbe meglio coinvolta.

E’ la nozione di “bene comune” che deve finalmente ricevere attenzione nella nostra cittadina, sia fra la gente che fra chi amministra. Cosa dire del bene comune? E’ di tutti e di nessuno ed è indisponibile per una gestione privatistica e assoluta. Presuppone, dunque, responsabilità nella sua tutela, competenza nella gestione e, soprattutto, informazione piena e tempestiva, sino a giungere alla corresponsabilizzazione generale dinanzi a decisioni di un certo rilievo. Dalla parte dei cittadini, a loro volta, s’impone interesse, sensibilità e partecipazione.

Bene comune è il territorio con tutti gli elementi ad esso connessi: aria, acqua, prodotti della terra: gli elementi base del nostro benessere. E quella del bene comune è una nozione che merita attenzione particolare e attente riflessioni in tanti settori della nostra esperienza. Su quella educativa interpella la famiglia e la scuola perché i giovani acquisiscano e consolidino comportamenti di rispetto e di responsabilità. Se si brucia un cassonetto o gomme d’auto, se, consapevolmente o meno, si trasformano i nostri giardini o le vie di periferia in piccole discariche, se si lasciano dove capita i resti di bivacchi, se si sporcano monumenti e fontane o si offendono le pareti di edifici pubblici con scritte e disegni, si dà chiara l’idea che qualcosa non ha funzionato nelle scelte o nei modi operativi dei due più importanti istituti educativi. Una famiglia assente, debole o distratta ed una scuola che tralasci le finalità educative che sono parte essenziale della formazione complessiva, ci presentano presto il risultato della loro insipienza pedagogica. A Galatone dobbiamo purtroppo registrare che i risultati di tali disattenzioni sono del tutto evidenti e aggravati peraltro dall’assenza di attenzione e rigore da parte delle autorità cittadine. Se, infatti, a qualunque scempio non seguono le opportune sanzioni, si finisce per dare l’idea che qualunque nefandezza sia lecita o che comunque si riesca sempre a farla franca. "Bene comune" sono anche l’arte, la storia, la tradizione, che rappresentano il frutto dell’azione e dell’ingegno degli uomini e quindi il più importante connotato di un territorio. Anche questi non possono restare nella gestione privatistica, non appartengono alla sola responsabilità della politica e non possono subire le conseguenze di dimenticanze o di scelte sbagliate. Socialità e politica debbono, anche per questi importanti beni, recuperare doti e condizioni per la loro migliore gestione. Anche in questo caso probabilmente avremmo rischiato l’approccio privatistico e riservato della parte amministrativa, se non si fosse per tempo levata la voce della cittadinanza che invocava il diritto di contare e di essere chiamata a partecipare nelle scelte più importanti.

Di questa esigenza si è fatto interprete il gruppo di persone che ha costituito La Città del Galateo, un movimento culturale e civile che nasce fondamentalmente con l’obiettivo di realizzare un’opera di socializzazione ampia e costruttiva che impegni l’intera socialità delle associazioni e del mondo del lavoro in un processo di riappropriazione del diritto di partecipare e di decidere. A tale processo non può restare estranea l’amministrazione cittadina, che invece deve assumere il ruolo di direzione che le compete per logica e per opportunità. Il processo oggi finalmente sembra entrare nella sua fase decisiva, quella che dovrà portarlo alla sua conclusione con buone possibilità di successo, nonostante che non si possa fare a meno di nutrire ancora qualche legittima incertezza. Il dubbio non riguarda certamente il gruppo di coordinamento, all’interno del quale si registra una significativa convergenza di valutazioni e di scelte, approdate nell’elaborazione di una bozza di fondazione di partecipazione. Riguarda, invece, l’atteggiamento dell’amministrazione comunale che nelle prime fasi si è tenuta in disparte, non partecipando alle riunioni alle quali era stata regolarmente invitata. Nell’ultimo incontro, peraltro, ha espresso piena adesione attraverso la voce del vice sindaco Filoni. Determinanti saranno dunque i passi successivi, che sembrano richiedere il confronto con la Giunta per una delibazione collettiva e coordinata della bozza e l’approdo in Consiglio comunale per la deliberazione e la stesura del testo definitivo. Un percorso che può ancora nascondere insidie e trovare intoppi e ostacoli, ma questi non potranno comunque fermare il processo che giungerà sicuramente a compimento, anche senza quei sostegni che vengono ritenuti doverosi e necessari. La fondazione di partecipazione si aprirà presto alle associazioni, al mondo giovanile, a quello dell’impresa e del commercio, alla cultura, all’università, agli enti territoriali. Nessun ostacolo potrà risultare insormontabile e nessuna defezione di autorevoli partner ne potrà fermare il cammino. Costoro potrebbero soltanto ritardarne i tempi, assumendosi però la responsabilità morale e politica di tali ritardi. La cultura, le tradizioni, l’arte, la storia, gli eventi e i sapori unici di questa terra sono la sua principale risorsa, il bene comune intorno al quale si possano ritrovare le persone di buona volontà per tentare l’avvio di un processo virtuoso di sviluppo e di crescita che non può più tardare.  

 

Enrico Longo

Il MyboxTG di venerdì 16 ottobre '09 in cui è presente l'editoriale "La Postilla":

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martedì, 06 ottobre 2009

fotoportavoceblasiinsieme.tifIL PORTAVOCE N.48

Il segreto della Taranta

Un’ora di colloquio fitto, nell’ufficio di sindaco, tra un’ infinità di fotografie e quadri della ricchissima esperienza e, al termine, un ringraziamento e un saluto, cordiale ma veloce. Non si può far attendere la gente, che aspetta, che ha qualcosa da chiedere al sindaco: un chiarimento, un consiglio, un aiuto. O che forse vuole soltanto vederlo, salutarlo, stringergli la mano. Perchè in questi giorni il sindaco non si trova sempre nella sua Melpignano; gli impegni lo portano a Bari, a Roma, di qua e di là. C’è tanto da fare, appuntamenti da onorare, contatti, incontri: con politici, sindacati, lavoratori in difficoltà. E poi c’è da seguire con la solita passione e attenzione i progetti avviati e quelli in cantiere. Che sono sempre tanti e che meritano di essere curati personalmente, anche per l’importanza che rivestono in questo momento di crisi. Resta colpito dal saluto che gli riporto del prof. Cassano, per il quale dimostra grande stima ed affetto. Un suo maestro ed amico, un punto di riferimento, a cui deve il principale indirizzo per la prima campagna elettorale, rimasto poi come ideale regolativo per l’azione politica e sociale successiva. Il pensiero di Cassano lo recita a memoria senza alcuna difficoltà: “Occorre restituire al Sud l’antica dignità di soggetto del pensiero, interrompere una lunga sequenza in cui esso è stato pensato solo da altri”. Un pensiero fermo e sempre presente, che non è di sinistra e non è di destra, ma che appartiene ai politici illuminati, a quelli che vivono la politica con passione e amore per la propria terra e per i cittadini che sono chiamati a rappresentare. La fede sul partito che rappresenta è totale, così come l’idea che in questi primi due anni non sia stato all’altezza delle aspettative. La politica è un’attività importante, essenziale per la vita democratica e i partiti sono l’anima della democrazia. Ma l’una e gli altri debbono essere vissuti in una certa maniera, tanto diversa dalle pratiche che possiamo quotidianemente osservare. Gli presento le idee-forza che ho desunto dal suo programma: Cultura, Ambiente, Sviluppo sostenibile, Energie alternative, Laicità, Partecipazione, Sussidiarietà verticale e orizzontale, Pari opportunità, Mediterraneo. Ne ho indicato qualcuna in più o ne ho dimenticata qualcuna? Sì, ho dimenticato la Tradizione, fondamentale componente della nostra natura e vero segreto di uno sviluppo secondo i nostri caratteri e le nostre possibilità. Il Sud come motivo trasversale a tutti i partiti ma non un partito del Sud, la Puglia come centro e non periferia in un futuro non lontano, il Mediterraneo crocevia di culture e di commerci, una via d’acqua destinata ad avvicinare popolazioni di tre continenti. Dovremo essere pronti ad entrare da protagonisti in una realtà che non tarderà ad arrivare. Dobbiamo recuperare terreno, dotarci delle infrastrutture utili, compiere i necessari passi avanti. E per tutto questo dobbiamo pretendere le risorse che ci sono state sottratte: i fondi Fas ci spettano e sono determinanti non solo per l’oggi, ma sopprattutto per il nostro avvenire. Merito, competenza, etica debbono entrare nella vita economica e sociale. E ancora, uguaglianza delle opportunità e diritto all’educazione in una scuola che sia rispettata nella sua funzione e che non si veda aggredita puntualmente ad ogni cambiar di governo, per il solo gusto di stamparle il proprio marchio di fabbrica. Diritto della donna al pari trattamento e piena liberalizzazione dell’accesso al lavoro, salvaguardia della maternità e miglioramento delle leggi di riferimento. Si è parlato anche di energia e di fonti energetiche, di ambiente, di raccolta differenziata. Melpignano è una cittadina di circa 2.200 abitanti, è pulita, non presenta cassonetti, non sembra toccata dal problema dei rifiuti. Nessuno si lamenta e nessuno protesta, tutti insieme hanno voluto la raccolta differenziata spinta e mostrano di essere contenti del risultato. Quanto prima godranno dell’energia pulita e a costro zero. Il come lo si può ascoltare dalla viva voce del sindaco. Volevo scoprire il segreto della Taranta; già a mezzo del colloquio avevo capito tante cose; al termine mi era tutto chiaro. Il segreto, però, a conclusione l’ho lasciato alla narrazione di Sergio Blasi. Perché tutto fosse autentico.

 

Enrico Longo

Il link della puntata:
http://www.myboxtv.com/site/show.aspx?Cod=11271

venerdì, 18 settembre 2009

postilla 34LA POSTILLA N.34

 

La difficile arte

La comunicazione, prima e insopprimibile esigenza degli uomini, nella società postindustriale sembra pericolosamente esposta ad un fenomeno di erosione funzionale, che rischia di farle progressivamente perdere ragione ed efficacia. Si parla sempre meno nell’inimitabile esperienza del “faccia a faccia”, dove la parola è “uno” e non l’unico mezzo di veicolazione del messaggio, essendo parti significative tutte le componenti “soprasegmentali” alla parola e, in particolare il tono, le espressioni facciali, gli atteggiamenti, tutti gli altri strumenti fàtici. Tale tipo di relazione è senza dubbio la più efficace, perché si gioca su un costante scambio di ruoli di parlato-ascolto, si torna più volte per puntualizzare e precisare, si chiede e si ottiene conferma alle ipotesi. Insomma nel “faccia a faccia” si ha la possibilità di spiegarsi e di comprendere. Eguale risultato si può ottenere attraverso il confronto tra due o più interlocutori in un dibattito pubblico, dove la presenza di spettatori fornisce un valore aggiunto, specie se li si renda compartecipi attivi dell’esperienza. Queste dunque le migliori forme di relazione comunicativa, contro le quali si vanno però rilevando due ostacoli, sempre più consistenti. Il primo ostacolo è rappresentato dalla fuga da tali forme di comunicazione per ragioni che possono risultare più o meno comprensibili. Insomma si compare in pubblico molto raramente e quando fa comodo, si è sempre poco propensi ad esporsi e, se proprio necessario, ci si guarda bene dall’essere diretti e chiari. Ne vien fuori, di regola, una comunicazione-non comunicazione opaca, criptica, dai significati plurimi e dalle interpretazioni facili da smentire. La politica ce ne fornisce due esempi: c’è chi parla ogni giorno, smentendo “a posteriori” le interpretazioni scomode e c’è chi non parla mai, preferendo chiudersi nelle “secrete stanze”, nel silenzio o nel monologo.

Il secondo ostacolo è rappresentato da quelli che definirei i “filtri” della comunicazione, alcuni positivi, come la cultura, le conoscenze pregresse, la propria visione del mondo, che risultano facilitatori della relazione; altri sicuramente non legittimi e non utili, come l’ideologia e l’interesse di parte, che nella misura in cui fanno aggio su tutte le altre componenti della comunicazione, ne alterano senso e significato che indirizzano nelle direzioni più disparate e più convenienti. Se per il primo problema può anche bastarne la segnalazione, qualcosa di più merita il secondo che stravolge la finalità della comunicazione e finisce con l’ingenerare un clima di generale incomprensione.

L’intervista a Luxuria, oggettivamente rilevante per le questioni sollevate, tutto sommato non ha suscitato il giusto clamore, anche se su Myboxtv ha ricevuto un discreto numero di ascolti e qualche significativo commento. Sul piano nazionale è scattato il filtro dell’omertà e del mito della “normalità”, che hanno oscurato il principio della “diversità come valore” che evidentemente vale per tutte le condizioni, ma non per il cambiamento di sesso di una persona, che si vede da un momento all’altro rifiutata dal mondo e senza lavoro.

Restiamo nel tema. L’orientamento alla tolleranza ed all’accettazione del diverso, le ragioni e le modalità della sua migliore integrazione sono “materia scolastica” e finalità generali della formazione dei giovani, ma non sembrano eccessivamente considerati neppure da chi sta al potere per cui dovrebbe preoccuparsi di verificarne rispetto ed osservanza. Ai piani alti della politica si assiste invece ad una generale levata di scudi nei confronti della terza carica dello Stato, che propone misure applicative di tale significativo orientamento culturale, che non sembrano antitetiche nè ai traguardi educativi della scuola, né ai principi generali della Costituzione che trovano fondamento nell’art. 3, che, come tutti sappiamo, così recita: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”

Bene, si vuole soltanto ridurre i tempi per l’acquisizione della cittadinanza ai fini di una più tempestiva e completa integrazione nei confronti di quanti hanno posto il domicilio da noi, hanno un lavoro, osservano le leggi, pagano le tasse e contribuiscono, quindi, al benessere collettivo. In questo caso è intervenuto il filtro ideologico della Lega, forte di una crescente egemonia politica che non va trovando ostacoli e opposizione alcuna.

Il ministro della P.I. ha dichiarato che nelle classi non deve essere superato il tetto del 30% di immigrati. Una dichiarazione che si presta ad almeno due diverse interpretazioni e che non mi sento di condannare “a priori” prima che ne venga esplicitato il senso. Si vogliono distribuire meglio gli immigrati per evitare le classi-ghetto come accade da qualche parte, dove questi soggetti scomodi vengono concentrati tutti in un’unica classe? Si vuole dunque favorire la compresenza di più modelli culturali e quindi la migliore loro integrazione? In questo senso io sarei pienamente d’accordo, perché si garantisce agli immigrati il diritto ad un trattamento didattico giusto e formativo. Se invece si intende porre il 30% come un limite alla frequenza, allora sono con quanti hanno visto, in questa, l’unica interpretazione. Si tratterebbe di una sorta di “respingimento” di chi minacci di entrare nei nostri territori socio-culturali. Ecco, ancora una volta, l’importanza di essere chiari ed esaurienti nel proporre il messaggio e dell’onestà interpretativa di chi lo riceve, che non deve distorcerlo attraverso alcun filtro di comodo.

“A scuola non si fa politica”, ha tuonato ancora la Gelmini, e anche questa è una frase da puntualizzare, perché potrebbe ingenerare il sospetto che si voglia trasformare il docente in una semplice macchina che fornisce informazione a comando. No, ministro Gelmini, qui è abbastanza ambiguo il messaggio. Sarebbe stato più opportuno parlare di parzialità-tendenziosità-univocità-acriticità come difetti da evitare, perché l’alfabetizzazione scolastica deve essere, insieme, un processo di acquisizione di conoscenze e di sviluppo dei poteri mentali, all’interno di una progressiva individualizzazione, che è conquista di sé nel senso della diversità e della divergenza. Nessun indottrinamento quindi nella scuola e nessun limite all’azione didattica ed educativa del docente, che deve liberamente dispiegarsi in funzione della piena realizzazione dei suoi allievi. Difetto di veicolazione del messaggio o manifesta volontà di condizionare l’azione formativa dei docenti? In questo caso pongo decisamente il filtro del popperiano senso critico, che non sopporta parzialità e forzature nella ricerca del vero. E raccomando uno studio accurato del semantema “politica”, da troppo tempo e da tanti considerato non nella sua più genuina accezione, ma nella veste che gli è stata confezionata dalla stessa politica e da certe sue basse vicende.

In questi ultimi giorni sta chiaramente venendo fuori il rapporto difficile tra informazione e potere, dove sono rinvenibili eccessi da una parte e dall’altra, insieme ad una pericolosa deriva di certa stampa verso il pettegolezzo e lo scandalismo. Anche qui risulta latitante la chiarezza e l’onestà della comunicazione e della critica che, per quanto dura e senza sconti, deve conservare obbiettività nei confronti delle questioni e rispetto per la persona.

Torniamo agli elementi base della semiologia.

Nella comunicazione, come tutti sappiamo, risultano necessari tre elementi: l’emittente (chi comunica), il qualcosa che vien detto (il messaggio) e il ricevente (chi ascolta o legge). L’assenza di uno di questi tre elementi inficia l’atto comunicativo e lo rende inutile, insignificante, inesistente.

A creare impedimento alla comunicazione da tempo esistono due forme, il “Qui lo dico, qui lo nego” che fa mancare il messaggio (detto e non detto contemporaneamente) e “l’Anonimato” che fa mancare l’emittente (un messaggio che arriva chissà da chi e chissà perchè). I filtri ermeneutici, come detto, fanno venir meno l’onestà interpretativa del ricevente. Vizi che impediscono di fatto la relazione comunicativa e che dunque rappresentano la “non comunicazione”.

Negli ultimi giorni a queste due forme da noi se ne sta aggiungendo una terza, che definirei il “c’era una volta”, la comunicazione attraverso la riscrittura di una favola o di un racconto che, a ben vedere, nel conservare gran parte dei vizi su detti, sembra aggiungerne degli altri, ad ulteriore detrimento del rapporto comunicativo. Raccontando favolette o facendone riscrittura infatti:

-         si offre una comunicazione oltre che criptica e nebulosa, non onesta, perché non si dà la possibilità a chi è il bersaglio di chiarire come stanno le cose, che potrebbero essere molto diverse da come pensi chi scrive la favoletta;

-         si rischia di non risultare utili a risolvere per il meglio i problemi se la risoluzione dei problemi è lo scopo di chi scrive. La persona bersaglio della critica, infatti, può non sapere di esserlo, per cui non è posta nella condizione di chiarire meglio la sua posizione.

E’ da tenere in conto, infine, che l’uso di queste favole non condivide la finalità morale del classico “castigat ridendo mores”, presentandosi invece come forma alternativa di semplice comunicazione.

Perché dunque far ricorso a tale strumento, non onesto, non esplicito, non utile? Meglio tornare alle normali forme di comunicazione: diretta, esplicita, solare, senza riserve. Riprendere l’abitudine di parlare e di ascoltare, di sforzarsi di capire, di mettersi dal punto di vista dell’altro, di non voler sempre avere ragione, di accettare le critiche. Di parlare, ragionare, argomentare, criticare, approfondire. Con il solo intendimento di sapere come stanno realmente le cose. Capire perché qualcuno si lamenta, perché qualcuno critica. E soprattutto non arrogarsi il diritto di stilare pagelle o di ricorrere ad immagini offensive. Non è poi un’arte così difficile quella del comunicare, richiede soltanto disponibilità per l’altro, rispetto per la sua dignità di persona e il coraggio della chiarezza. Con un piccolo sforzo possiamo farcela tutti.

Enrico Longo

Il MyboxTG di venerdì 18 settembre '09 in cui è presente l'editoriale "La Postilla":
http://www.myboxtv.com/site/show.aspx?Cod=10939

venerdì, 11 settembre 2009

postilla 33

LA POSTILLA N. 33

La politica per le emergenze

Quali sono le politiche adeguate per affrontare le emergenze che ci troviamo davanti? Sono più d’una, in verità, queste emergenze; qualcuna particolarmente grave, perché non si ha sufficiente consapevolezza di come sia potuta venir fuori o delle conseguenze che possa lasciare nel tempo. Qualche altra subdola, ma non meno devastante; qualcuna condivisa con l’intero pianeta, qualche altra tutta nostra, frutto di errori storici o di oggi, di sciagurate politiche o di improvvisi raptus. Alcune attuali ed emerse in superficie, altre tenute nascoste o forse ignorate. L’errore più grave sarebbe la leggerezza o il semplice ottimismo che in un modo o nell’altro se ne possa venir fuori, ma un minimo di responsabilità impone che si abbia il coraggio di tentarne onesta e chiara comprensione, perché nessun problema può essere risolto sino a quando rimanga come un oscuro enigma. Conoscere le ragioni, le origini, le dimensioni e le implicanze di ogni problema deve rappresentare la prima regola della politica per l’emergenza, perché nulla è possibile senza la piena consapevolezza delle difficoltà che ci troviamo di fronte.

L’emergenza occupazionale, fatale conseguenza del primo fenomeno pandemico è la più evidente; quella che più ci preoccupa per gli effetti immediati e devastanti su tante famiglie italiane. E’ triste constatare la continua caduta di posti di lavoro e la crisi di tante piccole imprese che, fra tutte, sono quelle che rappresentano meglio la vitalità della nostra incipiente capacità di fare impresa e che esaltano la creatività e la voglia di fare. La piccola impresa, che cominciava a rappresentare la speranza di crescita di un Sud finalmente capace di camminare sulle sue gambe, rischia di smarrire la creatività e la baldanza di tanti giovani imprenditori.

La seconda emergenza ha le fattezze dell’ennesimo virus che, nella mente dei governi, sembra minacciare, più che la sicurezza dei cittadini, le casse dello stato per il rischio di vedere per una diecina di giorni a letto una grande percentuale di lavoratori dipendenti. L’efficienza organizzativa e il tempestivo approvvigionamento dei vaccini potrebbe scongiurare il temuto inconveniente, specie se accompagnato da un responsabile senso civico che dovrebbe tenere a freno fenomeni di panico o di irrazionalità. Capacità organizzativa e concorso di responsabilità in questo caso rappresentano le più utili armi per ridurre i rischi di ingovernabilità dell’emergenza. Tali condizioni, che peraltro risulterebbero importanti in qualunque frangente, sono spesso dimenticati sino a lasciare il sospetto che mal si attaglino alla nostra cultura e al nostro modo di essere. Organizzazione e collaborazione negli ultimi anni sono stati dimenticati dal sistema scolastico, in particolare in occasione delle ultime vicende riformatrici che sono apparse affrettate, non sufficientemente approfondite, non socializzate e certamente non ispirate ad una chiara visione psicopedagogica. Il risparmio, il taglio dei posti, l’ossequio ai diktat del ministro dell’economia, queste le vere ragioni, mentre al Ministro della P.I. è stato lasciato soltanto il compito di tentare, non sempre riuscendovi, di trovare le “pezze colorate” e di presentare quale urgenza didattica quella che fondamentalmente era dettata da ben altri motivi.

 A nulla servono le balle sul tempo pieno. Sappiamo tutti che tale modalità organizzativa, che pochi conoscono e che tutti fingono di condividere, al sud non è richiesta che da pochissime persone, mentre rappresenta un ulteriore segnale di una politica dettata dagli interessi del nord e ad essi destinata. Scusate se vi sembro immodesto, ma il tempo pieno l’ho portato avanti per dieci anni, cercando di darne contenuto e forma apprezzabili e in parte riuscendovi ma a prezzo di impegno, lavoro e di continua stressante opera di convincimento nei confronti delle famiglie per tentare di recuperare un qualche loro coinvolgimento.

Il ministero della P.I. è dunque colpevole e non vittima della mascherata grave situazione in cui versa la scuola italiana, almeno in quei settori dove s’è abbattuta la falcidia razionalizzatrice della riforma, che ne ha portato improvvisa e radicale destrutturazione. Buon senso e saggia prudenza avrebbero dovuto far comprendere l’impossibilità di riparare in una sola soluzione i guasti prodotti da una trentennale dissennata politica pedagogico-sindacale, che ha mirato fondamentalmente a moltiplicare i posti di insegnamento, violentando la stessa enciclopedia delle discipline e operando contro la preparazione, l’impegno e il merito. Si continua a proporre di eliminare il precariato dopo averlo prodotto per decenni in quantità industriale. Sarebbe risultata quanto mai opportuna la distribuzione nel tempo della falce razionalizzatrice; oggi si corre ai ripari, si trovano rimedi sottoforma di un decreto che umilia il precario ridotto a tappabuchi mentre si rischia di allungare i tempi dell’agognata fine delle graduatorie ad esaurimento (nervoso). Non è difficile pronosticare che anche nel mondo della scuola si apra una stagione difficile, di frustrazioni e di conflitti.

Questa settimana è venuto a mancare un personaggio televisivo caro ai telespettatori italiani, Mike Bongiorno. Di lui si son dette tante cose, tutte positive. A me del personaggio preme sottolineare soprattutto la serietà e la correttezza nel lavoro, dettate non solo dalla sua naturale indole, ma probabilmente dalla consapevolezza di rappresentare un “modello” dinanzi ai milioni di spettatori italiani. Non accettò il “tapiro” dallo sventurato che intendeva consegnarglielo nel corso dei preparativi alla trasmissione. Non poteva accettare che si scherzasse durante il lavoro che è attività che richiede, appunto, serietà e impegno. Un esempio di compostezza il nostro Mike, che ad un certo momento è parso superato, al di fuori del tempo, di quel tempo che virava verso la tv spazzatura, fatta di banalità, grida, insulti, scurrilità. La tv che oggi viene offerta ai nostri figli per gran parte della giornata.

Lavoro, salute, scuola: emergenze del pianeta ed emergenze solo nostre. Quali altre politiche sembrano opportune?

Non certamente quella dell’efficientismo, più esibito che reale, né lo specchiarsi quotidianamente per avere conferma di essere il migliore, né fare la guerra a chi pretenda di ragionare e guardare lontano, perché la politica impone che, di tanto in tanto, si pensi anche al “dopo”.

Nei momenti di emergenza si impone quella politica che altrove ho detto alla “Frank Capra”, la politica del coinvolgimento, della solidarietà, della rete. “Tutti insieme appassionatamente”, senza spirito di parte, senza steccati, con il popolo, accanto ai cittadini. Non la politica dell’”IO”, ma il “NOI” declinato in ogni modo e in ogni contesto. La politica della serietà, della moralità, dell’impegno, della socialità. Accanto a chi maggiormente soffre delle conseguenze delle crisi e in assoluta tensione per cercare di alleviarle e di porvi rimedio. Umiltà e disponibilità, spirito bipartisan, voglia di fare squadra. Non mancano gli esempi positivi di queste politiche virtuose e non mancano i personaggi che possono essere presi ad esempio. Abbiamo tutti sentito Gabellone, il presidente della Provincia che, da me invitato, ha prontamente saputo ritagliarsi lo spazio di qualche ora per onorare una città e il pubblico di spettatori di Myboxtv. Lo abbiamo sentito affrontare tutte le importanti e concrete questioni senza remore e senza arroganza, con animo aperto alla collaborazione istituzionale con qualunque personalità, indipendentemente dall’appartenenza politica. Il giorno dopo ha chiamato il presidente della Regione per affrontare il problema dell’energia alternativa che sembra accomunarli nel superiore interesse delle popolazioni pugliesi. Sentiremo Blasi, mi auguro nella prossima puntata, una persona che continua a dare prova di intelligenza e lungimiranza nella sua azione di sindaco e di politico. “Voglio un PD del Noi” ha subito dichiarato dopo l’individuazione quale candidato alla segreteria regionale. Una frase non buttata lì per l’occasione, ma sicuramente elemento caratterizzante dell’azione amministrativa nella sua cittadina di Melpignano, che è uno dei quattro fondatori dell’Associazione dei Comuni virtuosi, insieme con Colorno (PR), Monsano (AN) e Vezzano Ligure (SP), che si son dati un programma di sviluppo nel senso dell’ecologia, dell’ambiente e delle buone prassi amministrative.

Qualcosa s’è mosso anche da noi in questi ultimi giorni. Opportuna l’iniziativa dell’amm.ne cittadina di organizzare l’incontro-dibattito sulla L.R.104 del 30 luglio u.s. per l’edilizia, significativa l’idea del “nonno vigile”. Iniziative che mostrano intelligenza e tatto e che tornano utili in un momento problematico e critico come quello che viviamo. L’edilizia è senza alcun dubbio il volano della nostra economia, legata com’è all’intero sistema dell’artigianato e a gran parte di quello commerciale. La sua crisi non è dunque soltanto la crisi di un settore. La responsabilizzazione sociale dei nonni è segno di sensibile attenzione verso un’età che va recuperata socialmente e che promette sicuri risultati educativi e pratici.

Due fatti positivi ed omogenei ad una politica per l’emergenza, per il recupero di una socialità per troppo tempo trascurata. Mi auguro però che rappresentino solo un primo passo verso il recupero di un rapporto con la più ampia socialità cittadina, colpevolmente attaccata da parole e comportamenti che vanno al più presto riparati nella maniera più adeguata. A nessuno sfugge il distacco che s’è creato tra amministratori e cittadinanza, specialmente con quella parte che non persegue altro scopo che la promozione sociale e civile e che per questi scopi si spende senza limiti e disinteressatamente. Perseguire o accettare la divisione nel tessuto sociale della Città che si amministra è una incomprensibile e grave mancanza, tanto più grave nel momento in cui si scopre tutta l’importanza dello sforzo comune e condiviso per far fronte a situazioni che lasciano poco spazio alle polemiche e alle contrapposizioni.

Enrico Longo

Il MyboxTG di venerdì 11 settembre '09 in cui è presente l'editoriale "La Postilla":

http://www.myboxtv.com/site/show.aspx?Cod=10800

venerdì, 21 agosto 2009

montagna[1]Piccoli e grandi uomini

Noi al mare o sui monti o in viaggio in cerca di bellezze di paesaggio o d’arte un mesetto di riposo lo concediamo al nostro cervello; i grandi della politica, invece, così adusi al lavoro e alla fatica del corpo e della mente, creano - producono - ammaestrano - senza posa, anche col solleone. Riposo fisico, non mentale per queste menti vulcaniche ed esplosive.

Nessuna sfera dell’esperienza umana è lasciata scoperta, nessun ambito del pensare e dell’agire. E mentre il Presidente del Consiglio si è interamente dedicato alla morale e all’etica, il suo “fraterno amico” Bossi si è lanciato sulla pedagogia e sulla nobile arte della musica. La scuola deve educare al separatismo, di qua i nordici, di là i sudici; l’inno di Mameli non è musicalmente bello, nel caso di un festival europeo rischieremmo di non qualificarci neppure per i quarti di finale, meglio il “Va’, pensiero”; i dirigenti scolastici e gli insegnanti sudisti ( o sudici) debbono conoscere il dialetto della provincia dove vanno ad operare e così via con tanti pensieri e proposte. Idee, contenuti, riforme; nella mente di Bossi in quel di Ponte di legno non c’è spazio per il relax, per il riposo. Le idee già tutte pronte, gli ambiti chiari e precisi. Si passi subito al resto: procedure, metodi e tecniche e criteri di valutazione, come si conviene ad ogni buona teoria pedagogica. Ma anche per questi aspetti è quasi tutto chiaro e pronto; anche in questo caso i leghisti danno prova di rigorosa e seria organizzazione. Scurati? Damiano? Bruner? No, certamente e nemmeno si farà ricorso ai grandi della psicologia e della pedagogia del passato. Niente Piaget, niente Popper e niente Montessori e niente nessun altro. I primi due poi sono stranieri, la terza addirittura al di sotto della linea gotica.

Per quanto riguarda la didattica del dialetto basta seguire la metodologia della signora Bossi, che insegna e se ne intende. Ecco, i dialetti si possono apprendere attraverso le canzoncine: “Oh mia bella Madunina”….ed è presto fatto: l’idoneità è conseguita. Per quanto riguarda la legge…ci pensa Calderoli, sempre al fianco di Bossi, con penna e taccuino e uno schema di legge pronto in testa. Come accadde per la riforma elettorale, fatta subito, con l’incredibile velocità e sicurezza del grande giurista. Venne fuori quella che lui stesso definì “una porcata” e che il mondo intero battezzò “porcellum”. Ebbene, anche in questa occasione, tutto è già pronto, manca solo il nome. Vogliamo attendere che sia ancora lui ad ispirarlo o tentiamo già noi di proporne qualcuno?

                                             

Al cinema Arena di Galatone tanta gente e nessun politico di maggioranza, nemmeno chi avrebbe dovuto sedere in tribuna come relatore. Assente anche il sostituto e il sostituto del sostituto. Presenti, tra il pubblico, due consiglieri di maggioranza per i quali, all’annuncio della loro presenza, non s’è avvertito neppure un timido pallido applauso. Per quasi tre ore si è parlato di sud, di problemi socio-economico-culturali e di sviluppo nella più completa assenza dei grandi politici nostrani che, volere o volare, sono quelli cui attualmente abbiamo affidato il nostro destino. A cose fatte, comunque, poco male, a parte la figuraccia. Ascoltando Veneziani e Blasi abbiamo avuto tutti conferma di quali siano le ragioni del nostro ritardo e quali le direzioni dello sviluppo. Qualcuno alla fine commentava di comprendere l’assenza dei nostri grandi della politica oltre a scoprire che ci stiamo muovendo ( se ci stiamo muovendo) nella direzione esattamente opposta a quella adombrata dal libro e dai relatori.

 

A proposito del libro di Veneziani, letto e apprezzato a tutte le latitudini, a nord come al sud: secondo voi l’avranno letto Bossi e Calderoli?

A presto

Enrico Longo

postato da: EnricoLongo alle ore 09:02 | Permalink | commenti
categoria:cultura, politica, scuola, economia, pedagogia, educazione, democrazia, società, galatone
domenica, 12 luglio 2009

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Con queste parole, certamente sentite, la mia scuola mi ha salutato al termine del mio ultimo collegio dei docenti. Parole che soltanto persone di scuola, avvezze ad entrare profondamente nell'umano sentire, a "leggere dentro", oltre le apparenze, a capire, comprendere e condividere, potevano avvertire e significare. Avermi connotato dei tratti della generosa disponibilità a spendere per gli altri le personali anche se minime conoscenze e  individuato l' orgoglio dell'appartenenza ad una cultura che ci avvolge dei  valori fondamentali dello spirito quali sono certamente la generosità e la piena disponibilità umana, aver rimarcato la costante difesa della scuola dai rozzi e ingiustificati tentativi di destabilizzazione che nessuno gli ha voluto risparmiare e che scaturiscono fondamentalmente da scarsa conoscenza della realtà o da malintesa idea pedagogica, mi hanno profondamente colpito e fatto vacillare. La lezione di Don Milani, la "meridionalità" profondamente vissuta e l'amore per la scuola hanno rappresentato, insieme alla famiglia e alla fede, i nuclei  centrali intorno ai quali mi si è costruita la visione del mondo e l’esperienza di vita. Resteranno certamente regolazioni essenziali per gli anni a venire. Grazie, dunque, maestri educatori sensibili e perspicaci, grazie per i tanti positivi anni di convivenza nel comune compito di elevazione spirituale, civile e culturale di tante generazioni, grazie per la sintonia e la comunanza solidale pur nella dialettica e nel civile confronto, grazie per la serenità che mi trasmettete con le vostre generose espressioni. Con l'augurio che possiate ricevere il giusto riconoscimento per l'illuminata e generosa azione educativa che quotidianamente profondete per le giovani generazioni, Vi abbraccio

Enrico Longo 

 

Galatone, 12 giugno

 

Carissimo Dirigente,

 

tutti noi della Scuola, docenti e non docenti, sentiamo oggi il bisogno di rivolgerle un saluto. Consapevoli della sua discrezione, non intendiamo fare molto rumore, ma non possiamo neanche far passare sotto silenzio un momento così particolare per lei e per noi.

Sarà, quindi, il nostro dire non il resoconto della vita professionale del dottor Enrico Longo che certamente è sotto gli occhi di tutti, ma l’espressione di un sentire di quanti, per tanto tempo, con ruoli diversi, le sono stati accanto e hanno camminato con lei come compagni di viaggio nel comune spazio educativo che è la Scuola.

Lo sguardo che le rivolgiamo oggi non vede le normali comuni divergenze di punti di vista, che hanno caratterizzato a volte il nostro modo di affrontare e di risolvere i problemi. Il nostro sguardo, oggi, osserva, al di là dei fatti contingenti, la persona che per tanti anni ha guidato la Scuola 1° Circolo Don L. Milani. Una persona che, con caparbietà elettiva, si è ispirata in gran parte ai principi e ai valori del grande educatore di Barbiana.

Quante volte la figura di Don L. Milani si è fatta presente nel suo essere uomo di scuola, amante del sapere, di quel sapere che vale solo se viene trasmesso.

Uomo di scuola e di cultura, aperto ai cambiamenti, capace di leggerli e di interpretarli in modo critico, di valutarne l’efficacia ai fini dell’operare quotidiano.

Uomo di passione per la storia del nostro territorio. Sebbene non sia stato galatonese di nascita ed abbia fatto sempre i conti con il suo “spirito emigrante”, galatonese lo è diventato per adozione; a Galatone ha costruito la sua bella famiglia e la rete di relazioni e di affetti che di solito radicano più in un luogo invece che in un altro.

E l’amore per il territorio di appartenenza è venuto fuori con la ricerca e l’approfondimento di figure di nostri concittadini che hanno dato lustro al nostro paese.

Il già famoso, fuori da Galatone, nostro poeta Ercole Ugo D’Andrea, ha potuto diffondere il profumo delicato del gelsomino anche tra i cuori di noi galatonesi, grazie alla sua opera di approfondimento e all’operare silenzioso e quotidiano di tanti docenti che hanno creduto come lei nella bellezza e nella singolarità della poesia dell’autore.

Lei ci ha ricordato, scrivendo il copione Le tante Storie, che la storia non viene scritta solo da grandi personaggi, ma anche da tutte quelle persone che “manzonianamente” sembrano passare sulla Terra senza lasciare traccia di sé. Dare invece valore al loro faticoso vivere quotidiano, ricostruirlo attraverso la ricerca di documenti scritti e di testimonianze dirette è un modo per rendere partecipi tutti di un patrimonio che ci appartiene e ci caratterizza e ci fa capire meglio chi eravamo, chi siamo e dove possiamo andare.

L’ultimo suo lavoro a favore delle classi quinte, ha mirato a far riconoscere le doti di accoglienza del nostro popolo anche verso gli Ebrei scampati all’olocausto.

E le testimonianze di noi compagni di viaggio non si fermerebbero qui.

Non dimentichiamo di ricordare “l’uomo di tolleranza” che, pur nel coraggio della verità, ha cercato sempre di salvaguardare il buon nome della scuola, di tutti noi, spesso bersaglio di attacchi esterni.

L’altra dote che le riconosciamo è quella della sensibilità umana, divenuta col tempo più ampia, ma sempre riservata e discreta: nessuno mai che si sia rivolto a lei per chiedere comprensione e aiuto, è rimasto inascoltato.

Sappiamo che il distacco della scuola non sarà indolore, ma siamo certi che lei si è già preparato. Le sue risorse intellettuali, sempre vive, troveranno terreno in altri spazi, il suo fervore di idee e la sua ricchezza di parole prenderanno forma, diventeranno poesia, storie narrate in copioni da drammatizzare, voce al microfono, per entrare nei fatti che caratterizzano la nostra società e, attraverso i moderni sentieri dell’etere, raggiungere menti e mete lontane.

E noi? Cercheremo di continuare a far valere la forza delle nostre idee, selezioneremo le nostre scelte con senso critico per progettare ancora itinerari al centro dei quali ci sarà sempre il bambino.

Siamo certi di interpretare così il suo augurio per noi, “gente di scuola”.

E per lei l’augurio di una nuova stagione felice.

 

Tutti noi della scuola

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categoria:cultura, scuola, pedagogia, fede, scienza, educazione, democrazia, galatone
venerdì, 24 aprile 2009

LA POSTILLA N. 17

I bambini ci guardano

e a volte giudicano, e nei loro giudizi sono spesso taglienti e implacabili. Non sopportano di essere ingannati, non si lasciano prendere in giro, registrano, ricordano ed hanno memoria lunga. Un nutritissimo gruppo di Pricò di tre classi seconde del plesso Don Milani, andati alla scoperta della loro bella cittadina, sono tornati in classe letteralmente esterrefatti per lo spettacolo offerto loro dalla fontana di piazza Itria apparsa in una tristissima, drammatica edizione. Non finivano di raccontarmi la delusione vissuta. Deturpata, per tutta la sua superficie, da scritte e disegni, offesa al suo interno dall’acqua stagnante, scura e maleodorante, nella quale galleggiavano o giacevano rifiuti di ogni genere: palme e rami di altre piante, scatoloni, pacchetti di sigarette e tantissime cicche galleggianti, bottiglie, piatti e bicchieri di plastica, buste di plastica, bottiglie di vetro, frammenti di bottiglie evidentemente scagliate con forza contro la fontana. Ancora, barattoli, lattine, pietre, una biciclettina rotta, ecc...ecc...ecc... Una discarica “in umido”, nel bel mezzo di un giardino di una grande e bella piazza cittadina. Tutt’ intorno un miasma insopportabile, mosche e zanzare, insetti di ogni genere. Sono così preciso nell’elenco, peraltro incompleto, perchè, dietro il racconto dei bambini ( e delle loro maestre), ho avvertito la necessità di controllare di persona. Nella speranza che si fossero sbagliati. Che si fosse trattato solo di un momento. Chissà che tutto nel frattempo non fosse stato rimosso e che la fontana avesse già recuperato la sua naturale bellezza! E invece tutto era così come mi era stato descritto, anzi, debbo dire che forse i bambini erano stati sin troppo prudenti. Ho resistito soltanto pochi minuti davanti alla fontana, sono scappato via. Una bella lezione, non c’è che dire, per settanta bambini di seconda classe, iniziati dalle insegnanti al lavoro di ricerca e di...scoperta. E la prima di queste scoperte non era stata sicuramente delle più edificanti. Hanno iniziato a scoprire che quando gli adulti parlano di igiene dicono spesso cose su cui non credono poi tanto. Che quando parlano di raccolta differenziata fanno semplice esercizio di fabulazione; che non hanno alcuna cura o interesse per l’ambiente e per la loro città e che evidentemente considerano l’igiene e la salute delle cose assolutamente trascurabili, che non credono poi tanto negli insegnamenti sui quali essi si stanno impegnando in questi due primi anni di scuola primaria. Avevano scelto piazza Itria e la bella immagine della fontana per riposare un pochino sulle panchine e consumare una piccola colazione al termine della lunga passeggiata in città. “Avremmo gettato i rifiuti nei cestini” ritengono di dovermi assicurare, ma io su questo non nutrivo alcun dubbio perchè so bene come e quanto hanno lavorato in attività teorico-pratiche su certe questioni. Sono da tempo pronti, come i compagni delle classi più avanti, alla raccolta differenziata che verrà, o che almeno dovrebbe, prima o poi diventare realtà. E so bene come nell’intelletto e nella coscienza dei bambini radichino certi apprendimenti, specie se gli adulti hanno saputo bene motivarli ed orientarli nel processo di ricerca. Cosa avrei potuto raccontar loro per limitare i danni dell’esperienza antieducativa che avevano vissuto? Apprendevo in quel momento che molti ne avevano parlato a casa con i propri genitori, che qualcuno aveva già scritto e consegnato un bigliettino al sindaco, che era intendimento delle tre scolaresche di farsi sentire con gli amministratori cittadini perchè prendano i provvedimenti giusti per scongiurare che tali scempi abbiano a ripetersi. L’amministrazione cittadina, mi chiedo, non ha in cantiere un progetto per la promozione del territorio e del turismo? E lo stato attuale della fontana è in sintonia con tale strategia? Tornando ai bambini, ho chiesto loro chi ritenessero responsabili di tale scempio della fontana e dalle loro risposte ho rilevato il tentativo, o forse la speranza, di escludere gli adulti, le persone mature. Dunque responsabili sarebbero stati bambini maleducati, monelli e non rispettosi dell’ambiente e cose di questo genere. “Ma i bambini non fumano”, ha osservato qualcuno; “non bevono birra”, ha aggiunto qualche altro; “e non comprano bottiglie di plastica”, “non tagliano i rami”, “non svuotano i cartoni”, e così via. Sono stati dunque costretti a pensare anche ai grandi. Sì, sono i grandi, adulti che hanno tanto da imparare sul piano del civismo e della buona educazione, e tra questi forse anche padri e madri che pretendono dai figli (degli altri) il rispetto per l’ambiente, per l’igiene, per la pulizia e che invocano, pretendono e gridano l’importanza di una città pulita, che si effettui al più presto la raccolta differenziata, possibilmente spinta e “porta a porta”. E che, nel frattempo, hanno individuato un’utile discarica, a portata di mano. Ho colto in molti di loro delusione, perplessità, incertezza, uno strano atteggiamento di confusione, quasi si sentissero traditi. Da parte dei docenti, soprattutto delusione e rabbia, per una esperienza che rischia di distruggere giorni e mesi di lavoro e “macchia” un percorso formativo avviato con entusiasmo e rigore di metodo. Ho preso in mano i quaderni della ricerca. I fanciulli sanno già tanto della loro Galatone: la derivazione del suo nome, le origini, la storia, le bellezze architettoniche e artistiche, le chiese. Adesso sanno anche qualcosa educativamente non troppo edificante. Che nella loro città vivono persone incivili che possono compiere impunemente qualunque nefandezza, che tutto è lecito, che non ci sono controlli, che l’igiene e la pulizia sono optional di scarso rilievo. Che si può sporcare, si può deturpare, si può distruggere. I bambini hanno visto e hanno registrato cose che non avrebbero dovuto vedere e ricordare. Vorrei raccomandare, comunque, ai loro insegnanti di continuare, nonostante tutto, il lavoro intrapreso. Non esistono esperienze inutili nella vita dei bambini; con tatto e intelligenza pedagogica da qualunque vicenda o fatto possiamo sempre trar fuori qualcosa di utile. Conoscere a fondo la propria cittadina è importante per sentirsene parte; saperne apprezzare le bellezze, rispettarle e difenderle dall’incuria e dall’indifferenza è carattere di una buona formazione alla cittadinanza. Pretendere l’imposizione, da chi di dovere, di regole e di controlli, di misure di sicurezza e di tutela degli ambienti, di essere presenti e attivi, di farsi sentire, di usare ogni mezzo, preventivo e punitivo, per la salvaguardia del territorio è aspetto centrale e conclusivo di una buona educazione morale ed etica. Bene sarebbe comunque se presto potessero verificare che la loro denuncia ha trovato la giusta attenzione e che gli adulti, tra le loro mancanze, possiedono pure la capacità di cambiare. Questi insegnamenti dovrebbero poterli constatare direttamente, di persona, tornando nei luoghi dello scempio e constatando questa volta una piazza pulita, decorosa, con la fontana liberata dalle scritte e finalmente ridente nel dolce fragore dell’acqua tornata a zampillare nella sua fresca cascata. I bambini ci guardano, giudicano e condannano, ma sanno anche dimenticare.

Enrico Longo

Il MyboxTG di venerdì 24 aprile in cui è presente "La Postilla":

http://www.myboxtv.com/site/show.aspx?Cod=9075

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categoria:scuola, salute, educazione, società, rifiuti, pulizia, igiene, postilla, galatone
venerdì, 10 aprile 2009

LA POSTILLA N.15

 

Un messaggio di fede

Non poteva occuparsi di politica o di altre questioni sociali questa postilla che cade nel pieno del periodo pasquale. Doveva servire agli auguri, a scambiarsi segni di speranza essendo, appunto, la Pasqua, il più alto messaggio di speranza per tutti gli uomini di buona volontà. Ma come fare a parlarne dietro una immane tragedia destinata a restare nella memoria di tanti nostri connazionali? E’ difficile parlare di speranza a quel vecchietto seduto di fronte alla casa distrutta che sottovoce andava ripetendo che era ormai tutto finito, per sempre;  o per chi aveva perduto l’intera famiglia, o per i genitori degli studenti rimasti sotto le macerie dello studentato.

 L’Aquila è un importante centro universitario che accoglie circa 35 mila studenti provenienti da tutte le parti d’Italia e da paesi stranieri. La frequentano molti galatonesi o salentini, miracolosamente scampati all’evento, anche se certamente profondamente segnati. Uno di essi, coraggiosamente e lucidamente, ci ha fatto vivere la terribile esperienza e ci impone importanti riflessioni, alle quali non possiamo assolutamente sottrarci. Avevo ascoltato con profonda partecipazione l’intervista ad Alberto Zuccalà sul tg di mybox; ho poi seguito con grande commozione la successiva “lettera” con la quale ha voluto più puntualmente raccontare la terribile esperienza vissuta e che risulta invece un prezioso documento di umanità e di fede. L’ho riprodotta e l’ho riletta più volte, non rende quanto sentirla dalla viva voce di questo ragazzo sensibile e colto, pregno di fede e di positivi valori, che ha saputo mettere insieme un messaggio di fede e di amore che va gelosamente custodito da tutti noi nel profondo della nostra coscienza. Non voglio dire altro di questa lettera, che parla da sè, che non può essere commentata ma soltanto vissuta. Questa postilla trae dalle profonde riflessioni dello studente galatonese molti spunti e considerazioni.

Bando a qualunque tentazione di facile retorica o di condanne sommarie, ma non possono passare sotto silenzio alcuni fatti e situazioni che hanno pesato sicuramente nella tragica vicenda del terremoto, anche se, a meno di non volersi ostinare in un irragionevole ottimismo, si ha l’impressione che nessuna denuncia riuscirà a modificare lo stato delle cose. Lo abbiamo sentito dalla voce di Alberto Zuccalà e confermato dalla stampa nazionale. La gran parte, se non tutte, le costruzioni in luoghi tra i più a rischio in Italia, sorte da dieci-venti anni non hanno beneficiato di alcun vantaggio che la tecnologia dovrebbe essere oggi in grado di assicurare. Dai sopralluoghi e dalle facili verifiche sui materiali venuti alla luce del sole si rilevano le gravi responsabilità di costruttori e tecnici: si è lesinato, si è usato materiale inadatto, si è operato contro la sicurezza delle persone. Ecco perchè hanno meglio resistito manufatti di tanti secoli addietro che, nonostante i gravi danni, non sono crollati del tutto. E’ il caso della chiesa di S.Maria a Collemaggio che risale al 1287 o di S.Bernardino di circa due secoli dopo, che hanno perso soltanto parte della cupola e subito qualche lesione. Nonostante le continue scosse, lo sciame sismico con punte elevate di magnitudo, si è continuato a minimizzare, a tranquillizzare ad ogni costo, a dare del matto a chi avanzava drammatiche previsioni, a far finta di nulla. Il nostro Paese è bene organizzato a rispondere velocemente e congruamente a qualunque evenienza. Godiamo di una stuttura di protezione civile efficiente e tecnologicamente avanzata e, per i primi interventi, non abbiamo bisogno di aiuti esterni. Il nostro deficit è, invece, a monte e riguarda una forma quasi atavica di irresponsabilità e superficialismo che continuano ad essere causa di tragici eventi, nei quali la mano dell’uomo è determinante più di quella della stessa natura. Si pensi ai tanti incidenti sul lavoro e ai motivi che li hanno generati, nonostante la presenza di una legislazione tra le più scrupolose e costantemente aggiornata. Le riflessioni di Alberto Zuccalà a questo punto sembrano opportune e preziose. E’ importante la solidarietà, dice, ed è importante il denaro che sarà raccolto, perchè nulla si può realizzare senza il denaro, ma quello che conta veramente dovrebbe essere una diversa considerazione delle cose che contano. Di fronte alla tragedia appaiono banali e insignificanti le ragioni che regolarmente orientano la nostra vita. Sono senza senso il desiderio di arrivare, di inseguire successi e denaro. Si scopre invece l’importanza della disponibilità a rendersi utile, dell’amicizia e della solidarietà, di stare insieme e di aiutarsi l’un l’altro. Si scopre l’importanza della fede che rappresenta la nostra più autentica forza nei gravi momenti in cui si rischia di essere preda della disperazione. Di fronte alla porta sbarrata dal pesante asse di legno che gli impediva di guadagnare la salvezza, Alberto ha trovato coraggio e forza nella fede cristiana che è suo patrimonio intrinseco. Anche la fede laica, dice, è una risorsa significativa che può contribuire a darci la forza necessaria a fronteggiare le emergenze e a renderci utili agli altri. Nell’un caso e nell’altro la fede, aggiungo, non è abbandono e disimpegno, ma richiamo forte di tutte le personali risorse e stimolo all’azione. Senza fede non si ha motivo nè ragione di fare alcunchè, perchè si deve necessariamente avere appiglio in qualcosa di consistente in cui poter credere e su cui contare. In tal senso la fede è anche speranza: la fede cristiana è speranza-certezza di Dio e di poter contare sul suo Amore; la fede laica è speranza-certezza di poter contare sull’uomo e sulle sue utili azioni. Ed è qui che si rileva il limite di questa fede laica, che scopre presto di avere pochi appigli nella speranza-certezza di avere gli uomini costantemente pronti a rispondere nei tempi e nei modi giusti. La morale degli uomini è talvolta insufficiente, imperfetta, infedele, assente nei momenti che contano, vittima dei soliti e gravi limiti della natura umana. Superficialità, scarso senso di responsabilità, adesione a strambe scale di valori, dove cose importanti risultano stranamente dimenticate, ricorrono di frequente nell’esperienza di ogni giorno; troppo spesso si dimenticano i valori della solidarietà e dell’amicizia, sottoposti all’interesse egoistico o di parte e al tornaconto personale. Cosa avrebbe indotto a lesinare sui materiali di costruzione se non un insano sentimento di tal genere?  Che cosa avrebbe fatto minimizzare i terribili segnali della natura, se non una strana pigrizia nell’organizzare l’emergenza, anche nell’eventualità che poi nulla si sarebbe verificato? “Un generale esame di coscienza” titola gran parte della stampa di oggi e direi che il concetto è chiaro e condivisibile. E’ un più alto e profondo senso della coscienza individuale e collettiva che va recuperato per dare senso e significato a quella fede-speranza laica, sulla quale dobbiamo tornare a contare. Onestà, disinteresse, fedeltà agli impegni e capacità di rispondere ai nostri doveri. Serietà e responsabilità in tutte le nostre azioni, nel lavoro, nei rapporti sociali, nel campo dell’economia e della politica, negli impegni che andiamo assumendo e ai quali non possiamo sottrarci: ecco il nostro fondamentale dovere di cittadini di questo mondo. Essere capaci di riscrivere la scala di valori della vita e collocare ai primi posti l’amicizia, la generosità, la disponibilità, la solidarietà, l’Amore. Cancellare definitivamente quei tratti che hanno continuato a contraddistinguerci sino alla sciagurata notte del 5 aprile. Soltanto a queste condizioni potremo riprendere a sperare. Cosa dire, dunque, a conclusione di questa postilla pasquale? Cosa potersi augurare per queste giornate che dovrebbero richiamare insieme l’estremo sacrificio del figlio di Dio e la speranza dell’eternità per l’uomo? Qualche giorno di serenità almeno per tutti noi, insieme alla gioia di aver visto tornare salvi a casa i nostri giovani; per i nostri fratelli d’Abruzzo e per quanti sono stati tragicamente colpiti dall’evento, l’augurio che riescano a ritrovare al più presto possibile un qualche motivo di speranza e desiderio d’inseguire un futuro. La lettera di Alberto potrà rappresentare, per noi e per loro, un aiuto prezioso per scoprire o ricercare natura e significato della fede, laica e cristiana.

 

Enrico Longo

Il link del MyboxTG di venerdì 10 aprile in cui è presente "La Postilla":

http://www.myboxtv.com/site/show.aspx?Cod=8916

postato da: EnricoLongo alle ore 18:28 | Permalink | commenti (1)
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