lunedì, 16 novembre 2009

uomo che camminaDue soldi di speranza

Si era levato presto, la mattina, aveva ancora nelle orecchie e negli occhi le cose che aveva sentito e visto il giorno prima e che si rincorrevano disordinatamente, l’una dopo e accanto all’altra nella mente; immagini e suoni autoritari e violenti, in aperta guerra tra loro, quasi volessero conquistare pieno esclusivo possesso di pensieri e memoria. Incurante di questa drammatica competizione, procedeva gustando un'intima soddisfazione, una strana impalpabile euforìa, che lasciava passare il sempre più netto convincimento di un futuro a tinte chiare, forse come da tempo coltivava segretamente e del quale non gli era parso di cogliere segni che offrissero sostegno alla speranza. Ora gli sembrava di vederli, incerti ancora e appena accennati, ma concreti, presenti, tangibili. Segni, indizi, o semplici auspici? che a Galatone stesse accadendo qualcosa di nuovo, che qualcosa si muovesse come da tempo andava sperando, che si potesse alimentare la fede di poter realmente fare tanto di più e di meglio o comunque semplicemente di fare. Soprattutto se a segnare la strada erano giovani, che sanno fare teatro dalle cose che vedono e che toccano, che sanno fare musica invitando a “navigare” sulle ali di una creatività che si accompagna a messaggi profondi, o che inventano forme e stili musicali nuovi e conquistano piazze lontane interpretandone il gusto e provocandone significativa evoluzione. Un futuro costruito dai e sui giovani ha solide basi e ragioni, andava rimuginando, mentre si apprestava a vivere gli allettanti appuntamenti che la giornata prometteva. La cultura per tutti, e per i grandi, avrebbe aperto la giornata con l’inaugurazione dell’Università della terza età, perché vivo rimanga, e per tutti, l’amore per il sapere, per la ricerca, per l’impegno della mente e del cuore per le cose che contano, per l’oggetto fondamentale della fatica secolare degli uomini. Perché si conservi alta la dignità e l’esperienza di tutti, cittadini di un mondo e di un tempo in cui è sempre più difficile essere parte consapevole senza il costante e significativo sforzo di condivisione di ansie e problematiche. Fortunata Galatone, pensava, che aveva saputo darsi questo strumento di elevamento culturale, certamente non presente in tutte le comunità salentine, ma vivo ed attivo invece nella sua comunità, per la lungimiranza di chi ne aveva scoperto la grande utilità. E dunque si avviava verso la periferia, non dimenticando di attraversare il centro, le viuzze strette, che nella solidale articolazione disegnano l’armonia e oscurano le tante porte chiuse e i segni dell’incuria. Alzava gli occhi al palazzo, imponente e maestoso, ed alla Chiesa prospiciente che conquista gli sguardi per gli ammiccamenti della splendida facciata. Si sarebbe fermato certamente a guardare, a lungo come il suo solito, l’una e l’altra icona della città, se la musica e le movenze di qualche giovinetta non gli avessero anticipato che la piazza sarebbe stata teatro di altra festa, anche questa di cultura e di spirito e con giovani e giovanissimi protagonisti. Più tardi, entro un paio d’ore; giusto il tempo, quindi, di assaporare l’altro appuntamento e tornare a vedere. Il tempo di stringere la mano e complimentarsi con un cittadino sensibile e attento, capace di cantare e di cantarle a difesa degli anziani, per correre, fare in fretta e tornare in piazza, perché ad uno spettacolo di ragazzi non poteva assolutamente mancare. La sera, nel doppio appuntamento, la prova ulteriore di interesse per la cultura e d’amore per il De Ferrariis, il Galateo, cui si guarda da sempre con l’orgoglio di sentirsene eredi e con la speranza di saperne ricavare stimoli e traguardi di nuovo e duraturo rinascimento. Autorità, uomini di scienza e di cultura, ma soprattutto cittadini, e giovani, tanti giovani. I consiglieri provinciali, sempre lodevolmente presenti, e questa volta anche amministratori cittadini. Tra i premiati, Giuseppe Manisco, un galatonese che offre alla città il meglio di sé, generosamente e in assoluto disinteresse. Ma non è il solo; altri son pronti ad offrire e ad offrirsi, per quello che sono e per quello che hanno: l’interesse e l’amore per la città sono forse più sentiti e diffusi di quanto si possa immaginare. Con questi sentimenti, dunque, si avviava lentamente verso a casa ed ogni scalpiccìo gli richiamava alla mente immagini e suoni decisamente tinteggiati di un ottimismo resistente ad ogni pensiero e considerazione che pure s’affacciava impertinente. Tutto è da verificare, deve trovare una qualche conferma, niente di quanto segretamente da tempo coltiva s’è ancora in un certo qual modo materializzato, tutto è labile, forse accennato, appena intravisto. Niente, le immagini vissute s’impongono, l’hanno vinta su dubbi e incertezze e delusioni, di storie passate e vissute. Oggi è così; domani chissà. Ma intanto verificava quanto fosse gradevole respirare quell’aria fresca e diversa e sostare nei felici pensieri che finivano per dominare incontrastati il campo della sua mente.

 

Enrico Longo


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domenica, 08 marzo 2009

OTTO MARZO: Festa della Donna.

Si è detto e si dice tanto sulle donne. Quest’anno a loro dedico soltanto un pensiero e alcune liriche, di grandi poeti, che, della donna, hanno saputo cogliere i tratti più autentici e significativi.

 

DANTE

Tanto gentil e tanto onesta pare
la donna mia quand'ella altrui saluta,
ch'ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l'ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d'umilta' vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi si' piacente a chi la mira,
che da' per li occhi una dolcezza al core,
che 'ntender non la puo' chi no la prova;

e par che de la sua labbia si mova
uno spirito soave pien d'amore,
che va dicendo a l'anima: Sospira.

 

 

PETRARCA

Erano i capei d'oro a l'aura sparsi
che 'n mille dolci nodi gli avolgea,
e 'l vago lume oltra misura ardea
di quei begli occhi ch'or ne son sì scarsi;

e 'l viso di pietosi color farsi,
non so se vero o falso, mi parea:
i' che l'esca amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di subito arsi?

Non era l'andar suo cosa mortale
ma d'angelica forma, e le parole
sonavan altro che pur voce umana;

uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel ch'i' vidi, e se non fosse or tale,
piaga per allentar d'arco non sana.

 

LEOPARDI

Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi? 

Sonavan le quiete
stanze, e le vie d'intorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all'opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno. 

Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela....

DE AMICIS

Non sempre il tempo la beltà cancella
O la sfioran le lagrime e gli affanni;
Mia madre ha sessant'anni,
E più la guardo e più mi sembra bella.
Non ha un accento, un guardo, un riso, un atto
Che non mi tocchi dolcemente il core:
Ah! Se fossi pittore,
Farei tutta la vita il suo ritratto!
Vorrei ritrarla quando inchina il viso
Perchè io le baci la sua treccia bianca,
O quando inferma e stanca
Nasconde il suo dolore sotto un sorriso....
Pur se fosse un mio prego in cielo accolto,
Non chiederei di Raffael D'Urbino
Il pennello divino
Per coronar di gloria il suo bel volto;
Vorrei poter cangiar vita con vita,
Darle tutto il vigor degli anni miei,
Veder me vecchio, e lei
Dal sacrificio mio ringiovanita

 

 

D’ANDREA

“Madre, vorrei dirti parole

 come Iddio vuole:

una coroncina di parole

 strette

 come le poste del rosario

 della tua giornata

 faticata,

 mentre un attimo ti riposi,

 in cucina,

 già ripigli fiato, metti i ceci

 a bagno per la mattina.

 E ingiallisci come un autunno,

 madre, lieve stormisci

 pei figli, i malanni;

ma sempre ti dài pace,

per poca brace che covi

sotto la cenere degli anni.

Sempre rifiorisci, la pazienza

 ti monda, e ti fai bella

 la casa… e l’anima. “

 

postato da: EnricoLongo alle ore 07:35 | Permalink | commenti
categoria:letteratura, galatone
domenica, 04 gennaio 2009

   Per i più piccoli 

 

La Storia della pasta

 

Isola Gaia era scritto sulla carta geografica; Isola Triste l’avevano ribattezzata i suoi abitanti. Ed era giusto, perché oltre il sole, il mare, un grande fiume…non c’era niente altro: soltanto una lunga distesa pianeggiante ricoperta d’erbacce e di rovi; non alberi da frutta…soltanto piante selvatiche che offrivano le loro bacche dolci e succose. Ma soltanto e sempre bacche ed erbe potevano mangiare  i suoi abitanti, la mattina a colazione, e poi ancora erbe e bacche a pranzo, e lo stesso a cena…sempre così, anche la domenica e il giorno di Pasqua. Bacche ed erbe anche a Natale e il 32 gennaio, la principale festa nazionale.

I cittadini di Isola Gaia/Triste erano persone  perbene, oneste, non avevano mai rubato, anche perché non si poteva rubare il sole, o il mare o il grande fiume, né era, tutto sommato, opportuno rubare i rovi e le erbacce.

Erano grandi artisti e amanti delle arti; in ogni famiglia c’erano almeno tre artisti su quattro; pochi ce n’erano tra le donne specie se sposate, quelle che ogni giorno avevano il poco invidiabile compito di preparare il pranzo e servire a tavola. In quei particolari momenti in ogni famiglia c’erano litigi e grida, le mogli si facevano sentire, a volte accompagnandosi con strumenti da cucina, alcuni dei quali furono detti matterelli perché usati da quelle donne nelle occasioni in cui erano veramente “fuori dai gangheri”.

Una signora, una tale  Demonia De Svitatiis, si diede un giorno col suo matterello a menare non solo al marito e a tutti i suoi figli maschi, ma anche sui quadri, quadretti e sui fogli da musica, gridando con ferocia: “Ve la do io la musica, ve la do io la pittura” se poi non c’è nulla da mangiare, se dobbiamo sempre assaporare quel maledettissimo sapore dolciastro delle bacche e quello amarognolo dell’erba selvatica.

Alcuni mariti, spaventati, pensarono che fosse prudente allontanarsi per un certo periodo dalla loro isola e decisero di andare in volontario esilio in altra più igienica zona sino all’avvento di giorni più propizi.

Approdarono a Cerealiland, un’isola non lontana, non certamente bella e pittoresca come isola Gaia/Triste, priva purtroppo di artisti e poeti, abitata solo da contadini, non molto istruiti, rozzi, forti, laboriosi.

In quest’ isola non si riposava mai, sempre a lavorare, sempre a coltivare i campi. Non c’erano università in quell’isola, né scuole liceali, c’erano soltanto tre asili  infantili, nessuno conosceva il latino, nessuno sapeva di greco, tutti odiavano le lingue straniere. La loro passione erano i campi, gli alberi da frutta e le erbe…coltivate. Quella più diffusa era una certa  spiga  che, a loro dire, era la pianta più nobile e preziosa.

Ai profughi sembrava strano tutto ciò e qualche volta, di nascosto, ridevano della dabbenaggine di quella gente, che passava tanto tempo a curare quella strana pianta, piccola, con uno stelo talmente risicato, così magra e smunta da sembrare l’emblema della fame, non certo dell’abbondanza.

E invece per quelli era la pianta più nobile, più preziosa, più utile.

Osservavano attentamente il loro operato e li vedevano gioire quando pioveva. Dicevano: “Meno male che piove. Chissà come si disseteranno le spighe.” E quando per lungo tempo non pioveva, li vedevano afflitti: “Chissà come soffriranno le spighe per questa lunga siccità”.

E subito giù a portare acqua, a costruire argini intorno al fiume, a fare canali e a dirigere l’acqua verso le spighe. E poi tutti soddisfatti a dire: “Siamo stanchi, ma almeno le spighe staranno finalmente bene”.

Quando arrivò la primavera non pensarono più all’acqua e sembravano contenti nelle giornate di sole. Li si sentiva dire: “Forza sole, asciugale, rinforzale, biondeggiale!”.

In una giornata di giugno gli ospiti di Cerealiland furono svegliati da un colpo di cannone, dal cantare dei galli, da campane e campanelle, da trombette e tric trac. Per tutte le strade era tutto un correre: correvano gli uomini, correvano le donne, correvano i vecchi, i bambini, gli zii e i cognati, i nipoti e i cugini; tutti verso i campi, saltando, cantando, sghignazzando.

Cos’era successo? La rivoluzione? Sono scesi i marziani?

Niente di tutto questo. Andavano tutti a tagliare le spighe e poi le accumulavano, ne facevano mucchi, le battevano, nei giorni successivi le calpestavano.

A chi chiese spiegazioni fu risposto che era arrivato il tempo del raccolto, i giorni dell’abbondanza e della felicità. E quindi videro quelle spighe ridotte in polvere e poi impastate con acqua e prendere forme strane. Sentirono dire che quella roba era la più gustosa leccornìa  esistente. Furono invitati, increduli, al primo banchetto ufficiale e ne restarono conquistati. Decisero che dovevano fare qualcosa per le loro donne, per i loro bambini, per i loro vecchi.

Presero ciascuno di loro una spiga e la portarono a Isola Gaia/Triste; dissodarono il terreno, lavorarono e lavorarono, sudarono e sudarono, ma non pensarono mai alla loro fatica, alla loro sofferenza:  fecero esattamente tutto ciò che avevano visto fare agli abitanti di Cerealiland. Con l’aggiunta di una cosa soltanto. Come ho detto, essi erano artisti e vollero dare il tocco della loro arte a quella cosa che chiamarono  pasta. E così vennero fuori le tagliatelle, i rigatoni, le lasagne lisce e ricciolute, i granulini, i maccheroni.

Tutte le forme di pasta che oggi vediamo sulle nostre tavole fecero la loro prima apparizione nelle felici tavolate di Isola Gaia/Triste.

Tutti erano soddisfatti, tutti erano beati, ma più beati e soddisfatti di tutti…le mogli e i camerieri che, finalmente, ricevevano sorrisi e complimenti quando presentavano i piatti in tavola.

Così finisce la storia della pasta. Ah, c’è da dire un’ultima cosa. Con l’arrivo della pasta Isola Gaia/Triste tornò a chiamarsi Isola Gaia, com’era giusto che fosse, com’era scritto sulla carta geografica da 200 anni e più.

 

    Enrico Longo

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categoria:letteratura, scuola, pedagogia, educazione, salento, societĂ 
venerdì, 14 novembre 2008

 

La presentazione del libro “Tra parola e conflitto” di Mauro Bortone ha acceso ancora una volta le luci su Don Milani e la sua travagliata esperienza. L’autore ha centrato l’attenzione sul problema della comunicazione e della parola, argomento forse poco approfondito ma centrale e particolarmente significativo nel pensiero e nella esperienza milaniana. La comunicazione è incontro, relazione, partecipazione, esercizio di un fondamentale diritto che attiene ad ogni persona, quello di far parte di un contesto sociale e di esercitare un ruolo attivo e responsabile al suo interno, è diritto di cittadinanza. Don Milani dovette però scoprire che nell’Italia dei suoi tempi tale diritto non era da tutti, perché non tutti possedevano gli strumenti necessari al suo effettivo esercizio, ossia la cultura e la parola. Dovette pure constatare che tali gravi mancanze, sicuri deficit di democrazia, non sembravano turbare nessuno, uomini o istituzioni. La Chiesa, la politica, i due più importanti partiti politici del tempo, i media, la scuola sembravano irresponsabilmente coinvolti in un tacito patto di conservazione e di ratifica dell’esistente. Don Milani fu soprattutto e forse soltanto, un prete, ma dovette per necessità inventarsi maestro e calarsi profondamente nei vari settori della società facendo sistematico uso della frusta e della lingua. Ad uso del povero, dalla parte del diseredato, perché lottare per loro era la sua scelta di campo sicura e ferma. La critica di “classista” gli calza a pennello, perché si iscrisse decisamente nella classe dei poveri ma, si badi bene, non per vivere tra i poveri ma per tentarne, con tutti i mezzi e i modi possibili, il riscatto e la promozione umana e culturale. Tante cose si son dette e si vanno dicendo su Don Milani. Dalla destra politica dei suoi tempi gli vennero derisione e addirittura minacce; da quella di oggi viene considerato responsabile di aver  bandito la meritocrazia dalla scuola, di aver causato il caos del 1968 ed altre cose del genere. Dalla sinistra si registrò una considerazione diametralmente opposta, che giunse forse fino alla speranza di appropriazione. La lettera a Pipetta valse a fugare ogni dubbio e a far capire che l’unico schieramento del priore era accanto agli uomini e, tra essi, accanto al povero e all’emarginato.  Tanti i riconoscimenti e le valutazioni oneste e obbiettive, da parte di importanti studiosi, di politici illuminati, di religiosi, di uomini di scuola. Qualche tentativo di “domenicalizzazione” e di santificazione che  va subito respinto, perché finirebbe per tradire la vera natura del personaggio. Uomo colto, intelligente, deciso, coerente, ecco chi era Don Milani. Rispondendo ad un intervento ho detto che, se applicassimo il metodo strutturale della “reductio ad unum”, potremmo definire il priore di Barbiana come una persona che voleva il prete fare il prete, il maestro fare il maestro, e così il sindacalista, il politico, il giornalista. Tutte persone che assolvono una funzione sociale, che trova la sua origine e giustificazione nell’uomo e nella sua utilità, ma che spesso e sistematicamente, più allora ma anche oggi, dimenticano il soggetto cui va rivolta la propria azione istituzionale. La Chiesa è per l’ uomo e così la scuola e così ogni istituzione sociale che dall’uomo e dai suoi bisogni trae la ragione di esistere. L’assenza di comunicazione e il deficit di cultura e di parola di cui soffrivano negli anni di Don Milani tante persone era sicuramente una prova che non si era data ancora significativa attuazione alla Carta Costituzionale che, opportunamente, era uno dei documenti che a Barbiana veniva letto con maggiore frequenza. “Cosa è cambiato rispetto ad oggi”- mi ha chiesto un giovane studente- “anche oggi registriamo una comunicazione faziosa, incompleta, tendenziosa, futile…”. Cosa è cambiato? “Sei cambiato tu –ho risposto- “è cambiata la tua famiglia, la tua scuola, il tuo prete che ti hanno dato, attraverso modi e contenuti diversi, la possibilità di capire, di criticare, di opporti, di poter rilevare le cose che stai dicendo adesso. In questo senso è cambiata la società e in tale cambiamento è rinvenibile il processo della nostra democrazia”. La soddisfazione del ragazzo, autore di una domanda intelligente e profonda, è stata la mia soddisfazione. Ebbene questo era l’obiettivo non nascosto di Don Milani: che i giovani, tutti i giovani, fossero aiutati a crescere in ogni dimensione della persona perché potessero divenire soggetti attivi e critici all’interno della società.

Enrico Longo

il link del video della presentazione del libro:

http://www.myboxtv.com/site/show.aspx?Cod=7175

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categoria:letteratura, scuola, portavoce
lunedì, 10 novembre 2008

Ecco alcuni pensieri di Don Lorenzo Milani. Vale la pena di soffermarsi un attimo su ciascuno di essi:

“Non vedremo sbocciare dei santi finché non ci saremo costruiti dei giovani che vibrino di dolore e di fede pensando all’ingiustizia sociale.”
Da Esperienze pastorali

“Con la parola alla gente non gli si fa nulla. Sul piano divino ci vuole la grazia e sul piano umano ci vuole l’esempio.”
Da Esperienze pastorali

“Io al mio popolo gli ho tolto la pace: Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero. Ho sempre affrontato le anime e le situazioni con la durezza che si addice al maestro. Non ho avuto né educazione né riguardo né tatto. Mi sono attirato addosso un mucchio di odio, ma non si può negare che tutto questo ha elevato il livello degli argomenti e di conversazione del mio popolo.”
Da Esperienze pastorali

“E qual è mai il giornale che scrive per il fine che in teoria gli sarebbe primario cioè informare o non invece per quello di influenzare in una direzione.”
Da Esperienze pastorali

“Da bestia si può diventare uomini e da uomini si può diventare santi: Ma da bestia a santi con un solo passo non si può diventare.”
Da Esperienze pastorali

“Io non vendo le mie singole prestazioni ma vendo la mia vita intera a una comunità intera, e quello che faccio lo faccio per tutti eguali e non faccio piaceri speciali a nessuno, perchè tutti sono ugualmente miei figliuoli“.
Da Esperienze pastorali

“Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia.”
Da Lettera a una professoressa

“Se si perde loro (i ragazzi più difficili) la scuola non è più scuola. É un ospedale che cura i sani e respinge i malati.”
Da Lettera a una professoressa

“Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.”

Da Lettera ad una professoressa

“Conoscere i ragazzi dei poveri e amare la politica è tutt’uno.”
Da Lettera ad una professoressa

“È solo la lingua che rende uguali. Uguale è chi sa esprimersi e intendere l’espressione altrui.”
Da Lettera ad una professoressa

“Non mi ribellerò mai alla chiesa, perchè ho bisogno più volte alla settimana del perdono dei miei peccati e non saprei da chi altri andare a cercarlo quando avessi lasciato la chiesa.”
Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana

“Quando ci si affanna a cercare apposta l’occasione pur di infilare la fede nei discorsi, si mostra d’averne poca, di pensare che la fede sia qualcosa di artificiale aggiunto alla vita e non invece ‹modo› di vivere e di pensare.”
Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana

“Dai superficialissimi giudizi che voi intellettuali osate farci sulle cose della vita reale e che per forza di cose non potrete mai palpare con mano, ma solo attraverso l’inchiostro e la rielaborazione intellettuale.”
Da Lettera di don Lorenzo Milani priore di Barbiana

“Mi fa tenerezza pensare come sei giovane per addentrarti nell’immensa solitudine di chi cerca solo di salvarsi l’anima. Ma solitudine per modo di dire. Si perde tutti i superiori, quasi tutti i confratelli, tutti i signori quasi tutti gli intellettuali e si trova in compenso tutti i poveri, gli analfabeti, i deficienti (mi ha fatto tanto ridere di gioia il sentire che a vespro non avevi che un deficiente. Io sono più in gamba di te, ne ho quattro. Molte domeniche non ho che loro e penso sempre che Dio mi deve volere molto bene se mi circonda di suoi elettissimi a quella maniera).”
Lettera a don Ezio Palombo Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana.

“La scuola deve tendere tutto nell’attesa di quel giorno glorioso in cui lo scolaro migliore le dice: ‹Povera vecchia, non ti intendi più di nulla› e la scuola risponde con la rinuncia a conoscere i segreti del suo figliolo felice solo che il suo figliolo sia vivo e ribelle:”
Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana

“Ho badato a accettare in silenzio perchè volevo pagare i miei debiti con Dio, quelli che voi non conoscete. E Dio invece mi ha indebitato ancora di più: mi ha fatto accogliere dai poveri, mi ha avvolto nel loro affetto: Mi ha dato una famiglia grande, misericordiosa, legata a me da tenerissimi e insieme elevatissimi legali. Qualcosa che temo lei non ha mai avuto. E per questo m’è preso pietà di lei e ho deciso di risponderle.”

Lettera all’Arcivescovo di Firenze Card. Ermenegildo Florit
Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana.

“Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio.”
Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana

“L’arte dello scrivere è la religione. Il desiderio di esprimere il nostro pensiero e di capire il pensiero altrui è l’amore. E il tentativo di esprimere le verità che solo si intuiscono e le fa trovare a noi e agli altri. Per cui essere maestro, essere sacerdote, essere cristiano, essere artista e essere amante e essere amato sono in pratica la stessa cosa. “Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana

“Ma il giorno che avremo sfondato insieme la cancellata di qualche parco, installato insieme la casa dei poveri nella reggia dei ricchi, ricordati Pipetta, non ti fidare di me, quel giorno ti tradirò. Quel giorno io non resterò lì con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te di fronte al mio signore crocefisso.”
Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana

“Il disoccupato e l’operaio d’oggi dovranno uscire dal cinema con la certezza che Gesù è vissuto in un mondo triste come il loro che ha come loro sentito che l’ingiustizia sociale è una bestemmia, come loro ha lottato per un mondo migliore.”
Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana.

“L’elemosina è orribile quando chi la fa crede d’essersi messo a posto davanti a Dio e agli uomini. La politica è altrettanto orribile quando chi la fa crede d’essere dispensato dal sentir bruciare i bisogni immediati di quelli cui l’effetto della politica non è ancora arrivato: È evidente che oggi bisogna con una mano manovrare le leve profonde (politica, sindacato, scuola) e con l’altra le leve piccine ma immediate dell’ elemosina.”
Da Lettere di don Lorenzo priore di Barbiana

“ho voluto più bene a voi (ndr ragazzi) che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto.” Da Lettere di don Lorenzo priore di Barbiana

“Dio non mi chiederà ragione del numero dei salvati, ma del numero degli evangelizzati.”
Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana

“Vuoi tu che i poveri regnino presto? Vuoi che regnino bene? Scrivi dunque o un libro per loro o un giornale per loro oppure fatti.. apostolo tra i tuoi compagni laureati cattolici per dare vita a una grandiosa scuola popolare a Firenze. Non come un dono da fare ai poveri, ma come un debito da pagare e un dono da ricevere.”
Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana

“T’ho scritto solo per metterti in guardia contro te stesso e per difendere la mia carissima moglie chiesa che amo tra infiniti litigi e contrasti (come ogni buon marito usa fare).”
Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana

“Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande "I CARE". È il motto intraducibile dei giovani americani migliori: "me ne importa, mi sta a cuore". È il contrario esatto del motto fascista "me ne frego".”
Da Lettera ai giudici

“In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siamo cambiate. La leva ufficiale per cambiare la legge è il voto. La Costituzione gli affianca anche la leva dello sciopero. Ma la leva vera di queste due leve del potere è influire con la parola e con l’esempio sugli altri votanti e scioperanti: E quando è l’ora non c’è scuola più grande che pagare di persona un’obiezione di coscienza. Cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede.”
Da Lettera ai giudici

“Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.”
Da Lettera ai giudici

“Se la vita è un bel dono di Dio non va buttata via e buttarla via è peccato. Se un’azione è inutile, è buttar via un bel dono di Dio. È un peccato gravissimo, io lo chiamo bestemmia del tempo. E mi pare una cosa orribile perché il tempo è poco, quando è passato non torna.”
Da Una lezione alla scuola di Barbiana.

 e.l.

postato da: EnricoLongo alle ore 22:45 | Permalink | commenti
categoria:cultura, letteratura, salento, galatone
mercoledì, 05 novembre 2008

manifestino don milani

postato da: EnricoLongo alle ore 20:39 | Permalink | commenti
categoria:letteratura, scuola, pedagogia, educazione, societĂ , galatone
domenica, 20 aprile 2008

stendardo 

ERCOLE UGO D'ANDREA - Il poeta dello spazio domestico-

Qualcuno ha pubblicato a mia insaputa su myboxtv.com il mio intervento  al primo convegno tenutosi a Galatone su Ercole Ugo D'Andrea qualche mese dopo la sua scomparsa. Qualche giorno fa un giovane allievo e anche lui poeta, aveva inserito sempre su mybox la registrazione audio di una sua intervista al Poeta qualche mese prima della morte. Ebbene, a giudicare dal numero dei collegamenti, per l'uno e l'altro inserimento, debbo dire che Ercole D' Andrea continua ad interessare molte persone; i cittadini di Galatone lo amano, il suo nome e la sua poesia hanno ormai travalicato i confini del Salento, hanno raggiunto l'intera nazione. Una mia precedente pubblicazione sul sito, Dulcissima mater,  conta oltre due mila visioni: è una ulteriore conferma dell'interesse per questo poeta, per il quale la sua città ha ancora fatto pochino. Nella relazione parlo di "adottare" il poeta E.U.D'Andrea, di gemellaggio tra le due patrie di Galatone e Civitella e di un Centro studi in suo nome. Ebbene, fatto il gemellaggio tra le due patrie per iniziativa del primo circolo didattico Don Milani di Galatone, si resta in attesa di veder nascere quel Centro studi che ho invocato tante volte, ma che sinora non ha appassionato granchè.

Intanto ritengo opportuno pubblicare il testo scritto della relazione che tenni quella sera del 14 dicembre 2002, alla quale diedi il titolo "Ercole Ugo D'Andrea: il poeta dello spazio domestico".

Mi auguro di fare cosa gradita agli amici che entreranno nel blog, i quali potranno anche vedere il video, che di seguito provvedo a linkare, unitamente a quello relativo al Gemellaggio tra le due patrie del Poeta.

                              

Il poeta dello”spazio domestico”.

La mia presenza qui, in questo convegno in onore di Ercole Ugo D’Andrea, mi riempie di gioia ed è motivo di gratitudine verso l’associazione “Il piccolo principe” e specialmente verso i familiari che hanno voluto annoverarmi tra gli amici del Poeta. Suo amico ed estimatore lo sono sempre stato e sono certo che lui di ciò sia stato pienamente consapevole. La mia amicizia, invero, ha abbracciato altri membri della famiglia: la madre, che per singolare coincidenza mi cedeva la classe nell’andare in pensione, senza rinunciare a volermi conoscere e a darmi tante calde raccomandazioni; la sorella Rita e la moglie Silvana, ottime figure di educatrici colte e impegnate, tanto diverse e tanto simili ad Ercole D’Andrea, il fratello, i nipoti. Conservo gelosamente una sua dedica su L’orto dei ribes.. che mi donò la sera del 20 aprile 1999 al termine del convegno in suo onore che avevo organizzato come direttore didattico e assessore alla cultura. Un’amicizia antica e sincera, fatta di pochi colloqui e di tanti silenzi, e quindi ricca e autentica, come sono le cose non ostentate e non gridate. A volte i silenzi valgono più delle parole, dice lo stesso poeta, perché consentono lo scambio e la comprensione, là dove, invece, il parolare concitato, il chiasso, la voglia di prevaricare – tratti purtroppo comuni ai nostri giorni – rendono sordi e chiusi. La mia conoscenza di D’Andrea si è andata affinando nel corso delle giornate in suo onore, non tante, e la lettura non sempre ordinata, a volte estemporanea, delle sue liriche che si andavano accumulando  nella mia biblioteca. L’occasione di questo convegno mi ha costretto ad uno studio più completo e sistematico, ad integrare i documenti in mio possesso, a leggere e rileggere, a riflettere….Mi sono immerso in un viaggio, nel mondo del poeta, tra le cose e le persone della sua esperienza, tra le sue motivazioni, i suoi problemi, le ansie, le angosce, le paure, le sofferenze, le certezze… Nel suo mondo poetico, nel suo microcosmo, che stranamente mi sembravano non troppo diversi, non troppo lontani…. Lo sforzo di capire e comprendere il suo microcosmo mi ha aiutato a decifrare il mio: ecco il miracolo della poesia.

Il poeta ci aiuta a comprenderci, ad entrare in un mondo sconosciuto anche a chi ci è più vicino, e spesso anche a noi. L’esperienza poetica è quel miracolo di compenetrazione degli spiriti che aiuta a scoprire e scoprirsi, a leggere dentro, nei settori più interni e significativi di noi stessi. Oggi la  conoscenza di D’Andrea si è ampliata e, per molti versi chiarita, ma un personaggio come lui merita una organica, completa e critica lettura, e, di conseguenza, azioni che non possono attendere oltre…

 La città di Galatone deve ufficialmente adottare Ercole Ugo D’Andrea, espressione alta e genuina dell’arte e della cultura contemporanea, deve diffonderne la personalità e l’opera, deve dare concreta testimonianza della sua esistenza e della sua produzione. Penso a un Centro studi in suo nome e a un nuovo articolato convegno che, con il contributo di quanti lo ebbero amico e conoscente, ne raccolsero testimonianze, dei circoli culturali dei quali fece parte, degli uomini di cultura, raccolga un congruo patrimonio di conoscenze che ci consenta di far luce in aspetti del suo sentire che ancora non sono pienamenti compresi.

Penso al gemellaggio tra le due città che composero il suo “spazio domestico “, Galatone e Civitella Alfedena, un gemellaggio che il poeta ha già consumato in una lirica ispirata alle nonne Nicoletta e Adelina , “ nonna d’Abruzzo e  nonna salentina”; gemellaggio  necessario perché la sua immaginazione abbracciava egualmente l’una e l’altra città, entrambe importanti, entrambe familiari. La famiglia, gli amici, l’intellighenzia cittadina, chi lo conobbe ed ebbe modo di apprezzarlo si sentano sodali in questa iniziativa, che è vantaggiosa non solo per il nome del D’Andrea, ma per l’intera città. Io dichiaro già da oggi la mia personale disponibilità.

Poeta è un mestiere come tanti, come occuparsi della vigna, dei campi o sedere in un pubblico ufficio, così si esprime D’Andrea, ma forse non è sincero: nonostante cerchi di banalizzare il suo lavoro, dichiari di sentirsi inutile e sterile, ha considerato la poesia come la cosa più importante di sé, sua insopprimibile necessità. Fu poeta dall’infanzia e per tutta la vita, fece dire ad uno dei suoi più illustri critici ed amici che “non fu mai bambino” con l’aggiunta “ che parimenti non sarà mai vecchio”.

D’Andrea che, secondo le testimonianze invece “bambino” lo fu e nella forma più ortodossa, possedeva  quella profonda e fine sensibilità, l’abito all’osservazione penetrante, l’amore cristiano per le cose e le persone che, insieme ad un acuto spirito creativo, dovevano fatalmente condurlo alla poesia.

Poeta dello spazio domestico, mi preme sottolineare, non per delimitare uno spazio o trovare un limite al suo lavoro poetico, ma a segnare un carattere preciso, significativo, imposto dalla natura. Lo spazio domestico, espressione che titola una delle sue prime pubblicazioni, comprende ambienti, cose, esperienze e, anzitutto, persone: la sua città, la città del padre dove la famiglia trascorreva il periodo estivo, le persone e le cose d’Abruzzo e di Puglia, il primo amore, la casa, che ci dice essere costata tanti sacrifici, il melograno, la fruttiera, la confettiera dei misteriosi dieci confetti, il fratello, la sorella, i nipoti, il padre, la madre. La casa in particolare, insieme di cose e di persone, sulla quale costantemente invoca l’ala protettiva della notte, del silenzio, dell’autunno, dell’amore, che accarezza con parole come “chiusa – stretta – vicini” –  e la metafora del rosario, con i suoi grani  stretti e vicini, gelosamente nascosti tra le mani di chi lo usa nella preghiera.

Casa, spazi e ambienti egli non avrebbe mai voluto abbandonare, chè rappresentavano il suo mondo e il motivo primo e ultimo della sua poesia. Lo spazio domestico, che attraverso un ponte immaginario univa il Salento all’Abruzzo, dava rilievo e significato al fiorire del mandorlo, al rosseggiare del melograno, all’apparire dell’orologio nella piazza cittadina di Alfedena, al carretto che fende il buio della notte, alla pecora che si isola dal gregge per andare a beccare il sale dalle mani dei bambini, al vecchio dell’ospizio privo di presenze e di affetti, ai bambini che cingono di chiasso la piazza e le strade….

Lo spazio domestico è apparso a qualcuno limitato e limitante; il maturo D’Andrea doveva cercare e tentare vie nuove, “extra moenia”, allargare il campo dell’ispirazione, cercare motivi più alti e universali. Ecco l’urgere della partenza, di toccare nuove sponde terrene, dare linfa nuova alla poesia, conquistare la posizione più conveniente alla sua promettente e ormai matura arte poetica. Ecco apparire l’ immagine del volo, degli uccelli, del mare a significare la necessità, forse la volontà, di andare via, uscire, lasciare la domus …aprire il rosario!  Le lacrime del padre, la madre che “sembra l’Addolorata”…..la partenza… In un primo momento: “…Allora salpare, salpare! / Ma una patria per tornare!” –  Poi:  “…Ora ogni giorno vuole vedere il mare.( …) /la madre racconta,  ma il figlio/ vuole vedere il mare”.

Se prima partenza e ritorno sembrano di necessità legati, in un secondo momento  prevale solo la voglia di andar via, di cambiare. Scopre ben presto però che il mare, i luoghi, le persone, le nuove città, gli amici, pure a lui cari, pure per lui importanti, non sono il suo mare, i suoi luoghi, le sue persone. E dall’esperienza del ritorno trae forse il convincimento che i nuovi più prestigiosi traguardi per la sua vita di poeta, l’esigenza dell’ “extra moenia” - il Tutto - l’Universalità, verso cui insistentemente si è sentito spingere e che forse per un momento ebbero significato anche per lui, non possono condizionargli le scelte e la vocazione e che le sue più autentiche motivazioni hanno piena degnità e forza di poesia.

Scopre probabilmente che l’universalità non è data dall’ampiezza materiale dei luoghi e dei problemi, quanto piuttosto dallo spessore e dall’intensità del sentire e che gli oggetti, le cose, il suo mare, il suo cielo, le pecore, i pastori, il melograno, gli elementi della sua confettiera possono valere più di tante ricerche lontane. Negli anni della maturità D’Andrea scopre forse che quella “sintesi a priori” il poeta la può rendere attraverso l’universalizzazione delle cose e delle esperienze alle quali sempre si è sentito legato: ritorna agli ambienti più cari, allo spazio domestico, alla felice infanzia.

D’Andrea, come detto, fu poeta molto presto, ma visse un’ infanzia perfettamente normale. Era addirittura un monello, mi dice la sorella e mi conferma chi ebbe modo di conoscerlo da vicino. Giocava al pallone, rompeva i vetri delle finestre, rubava la frutta ancora acerba. Amava molto la città nativa del padre, Civitella Alfedena, nel bel mezzo del Parco nazionale d’Abruzzo, anche perché per lui significava l’estate, la libertà, il riunificarsi della famiglia, il primo amore. L’infanzia passa tra Galatone e Civitella, i luoghi rispettivamente dello studio e della spensieratezza; entrambi significativi perché riscaldati dagli affetti di una famiglia sana e unita. L’infanzia, felice - spensierata- vitale - calda di affetti, è dal poeta mitizzata sino a rappresentare la vita vera, creativa, piena.

Se l’Infanzia è la metafora della compiutezza, la Malattia è il segno della finitezza e della precarietà. L’infanzia passa presto, dietro l’accelerazione imposta dalle tristi vicende della vita, e con essa se ne vanno le corse pazze, i vetri rotti,  i fuochi e le nostalgie d’amore, le certezze; s’affacciano  invece i contrasti: sanità e sofferenza, vita e morte, pienezza e assenza, angoscia, timore che venga meno il calore rassicurante dello spazio domestico, che vengano a mancare ad uno ad uno quei preziosi pezzi della confettiera.

I momenti felici perdono la loro completezza e diventano soste, attese, vigilie di qualcosa che non si vorrebbe che accadesse e che purtuttavia è fatale che avvenga : “Forse qualcosa sta per accadere/ di molto finale, o nulla”. “Io appunto questa attesa.”

Quanto più è dolce e piena la vita, tanto più si presenta quell’angoscia a ricordarci la finitezza di tutto e di noi in quel tutto. Si affina quel sentimento di tristezza, di limite, di morte, s’affaccia l’autunno come stagione di questo vivere, l’inverno. Scopre il tempo, terribile dimensione del nostro vivere, che insensibile alle persone e alle cose..…va avanti, non si ferma, procede implacabilmente…..noncurante di noi …….nonostante noi.

Quel tempo che si vede nelle cose e nelle persone, che si fanno più aride, gialle, pallide.

Il tempo gli toglie il padre, verso cui conserverà un caro ricordo dei felici periodi dell’infanzia – le passeggiate ai Cappuccini, i lupini e le nocciole alla festa, gli accorati incoraggiamenti, forse qualche comprensibile rimprovero per il protrarsi degli anni dello studio e della sistemazione - quel padre che tanto su lui aveva investito  e verso il quale dichiara di sentire  acuto il rimorso per non essere stato pari alle sue attese e alle sue speranze.

Il tempo gli toglie il fratello, il fratello buono, cui si sentiva tanto legato. Il tempo minaccia la persona più cara, la madre, sempre più bianca, più stanca.

Le persone.

Se si eccettuano le liriche dedicate a Mario Luzi o a Girolamo Comi, a qualche amico, le persone sono sempre e soltanto quelle dello spazio domestico. Ai fratelli dedica una poesia e alcune raccolte.

 A Rita, a Aurelio: “Fresie, calendole, giunchiglie, /la madre fa festa dei suoi gesti puri /davanti alle immagini dei morti, / vivi le restano i figli, /uno, il più buono, ha visitato il mondo / e s’è ammogliato, / l’altra è una specie di formica / e le ha dato i nipoti, / me, il più delicato e disutile, / m’ha seppellito già nella sua grazia./ Fresie, calendole, giunchiglie…”.

Le dediche sono sempre per i familiari. Significativo che li comprenda tutti quando pensa di lasciare il contesto familiare per approdare a nuovi diversi lidi. Tante sono le poesie al padre , sicuramente figura importante e centrale nella sua formazione e nel suo animo. Persona fatta della stessa sostanza della terra che gli diede i natali, guida sicura e coerente all’interno dello spazio domestico.

E’ presenza attiva nelle liriche che scrive dopo la sua morte, “quello che non mi perdono sono le lacrime / che ti feci piangere, vivente”.  “Tu sei mio padre, un grigio d’anni, / invecchi./ Conosco un poco la tua vita, a brani, /meglio la realtà del domani/ delle tue speranze deluse so, che son io / tra l’altro che forse non ti spiacque/ ch’era confidenza del tribolare / nel mare degli stenti, / e anche ora t’accontenti, dici / e so ch’è vero, /sol ti venissero quelle consolazioni / un po’ finali, certi frutti, / da chi poi invece non sa darti pace, /salvo che patti provvisori, brutti, / da questa, del tuo figlio, / sì stranamente lunga fioritura.”   In “Bellezza della madre” sono dedicate a lui le liriche della prima parte .

A mio padre in memoria: “Dopo che ci facesti il torto di morire, / s’è infittito il monologo. /Tu, in me, rimani . è certo.Ma devo scoprire (è arduo) / se nelle immediate adiacenze delle tenebre, / per te, si fa luce in proprio. / Non mi piace dove sei sepolto. / Ci vengo di rado. / Per accompagnare la madre. / Ti cerco, invece, in ogni aspetto / della Bellezza che non muta, / in queste lente metamorfosi del sogno. …..”. Molto fine questo ricordo del padre: Vigilia. “”Torna felice il tempo della rosa, / la madre è serena, / la casa riposa./ Padre che talvolta mi compari in sogno, / triste, malato, / o sorridente e fiero, / meli intenerivano contrade, / noi stavamo in contrada Cappuccini, / mi compravi una tasca di lupini / sotto porta S.Sebastiano, / risalivamo piano. / Padre, domani è Pasqua: / se campane rompessero le funi, / se deragliasse la Terra, / se l’Angelo con tromba di giglio / annunciasse finita la guerra / che non esiste, non c’è, tra vita e morte !””.

La Madre

Figura centrale nell’esistenza di Ercole D’Andrea, vero e principale, forse unico motivo della sua poesia. Prima e ultima ispirazione, riferimento fondamentale  metro di confronto per ogni cosa e persona, sostegno, direzione, giustificazione del vivere. Forse un aneddoto raccontatomi dalla figlia Rita può risultare utile a dare qualche pur minima  giustificazione a quanto vengo dicendo. Si riferisce agli anni della guerra, all’epoca dell’occupazione nazista del nostro territorio. Il padre, per mettere al sicuro la famiglia, la manda da Galatone, che sembrava pericolosamente esposta, a Civitella, quel paesino sperduto tra i monti d’Abruzzo dove la moglie e i tre figli sarebbero stati al sicuro. Accade, invece, che i tedeschi decidano di stabilire proprie postazioni proprio lì, a Civitella, occupando uffici, case, stalle. La madre corre con i tre figli verso Pescasseroli e s’imbatte in un blocco stradale tedesco.

Tenendo per mano i figli, probabilmente terrorizzati, chiede di passare, ma viene bloccata e spinta in malo modo, per una , due, più volte.

Vistasi perduta, sicuramente  spaventata in cuor suo, guarda i figli e comincia ad urlare con quanto fiato aveva in gola, a spingere e colpire con i pugni sul petto quel risoluto stupido militare nazista sino a quando….questi non si tira indietro, si fa da parte, lascia passare la famigliola. Quello che sarà passato nella mente e nella coscienza di Ercole D’Andrea non mi è dato sapere, certamente avrà contribuito a costruire quell’immagine  di persona forte, ferma, protettiva che traspare dalle  tantissime liriche a lei dedicate.

La figura della madre nel corso degli anni e nelle varie liriche resta centrale, ineludibile per delineare lo spazio domestico, il mondo spirituale del poeta. Donna forte, laboriosa, che ha sempre qualcosa da fare, che ha un pensiero per tutti, che soffre per tutti e che sa  trovare le parole giuste per rasserenare, comprendere, giustificare. Donna pratica, tutta per gli altri, che per sé non ha cure né attenzioni. Presenza pesante, consistente, è la classica donna del sud, nata per dare, per donare, per donarsi. E’ l’opposto del poeta: lei a lavorare / lui ad oziare; lei presente / lui assente; lei loquace / lui silenzioso; lei importante / lui inutile.

“”Mia madre ed io. / Dentro l’autunno. / Io nell’ignoranza, lei in una / rigorosa povertà, / io nell’indifferenza, lei caritativa, /io con ironia, lei con fede.””

La madre, che pure è una donna di cultura e che ha degnamente onorato la professione docente fino all’ultimo giorno di attività, conserva quella semplicità negli atti, la spontaneità nel donarsi che sono tipiche delle persone umili e spontanee, laddove il poeta  avverte in sé arroganza e presunzione per studi e per cultura; la madre è pregna di fede, lui schiavo dell’ironia e della supponenza. Splendidi i ritratti che ci fa di questa donna nell’esercizio del suo viver quotidiano, nel suo mettere a bagno i ceci, nel muoversi da un posto all’altro a creare ordine e armonia,  pensare a tutti, alle cose e alle persone, ai vivi e ai morti, a trovare il tempo di rasserenare gli animi in guerra, a consolare chi sembri insofferente dello spazio domestico, a giustificare il mestiere di poeta a chi sente il peso di un’attività  forse sterile.

Non v’è chi non veda in questo ritratto di donna la propria madre, la moglie, la donna, elemento centrale della famiglia e della vita domestica, una donna che forse va progressivamente scomparendo col mutare dei tempi, ma che qui, nel nostro Salento, nel sud resta come modello generale. ”Ha chiuso la sua / giornata operosa, / ha rinnovato la lampada, / fiori freschi / davanti ai  morti / in cornicette scure.../"” 

Paziente / laboriosa / Stanca / Sbiadita /Segnata dal tempo / Vera donna del Sud / Tenera e Forte / Attiva / Volitiva / Affettuosa / Concreta. Io sono nato per l’ozio, mia madre per il negozio.

Bellezza della madre. ”La madre mette a bagno i ceci, / arde la stufa, / si sfoglia la rosa di novembre, / l’autunno declina / e gli anni miei, /  ma m’innamora questa vita / immobile e serena.”

La pazienza ti monda. ”Madre, vorrei dirti parole / come Iddio vuole:/ una coroncina di parole / strette/ come le poste del rosario / della tua giornata / faticata, / mentre un attimo ti riposi, / in cucina, / già ripigli fiato, metti i ceci / a bagno per la mattina. /E ingiallisci come un autunno, / madre, lieve stormisci / pei figli, i malanni; /ma sempre ti dài pace, / per poca brace che covi/ sotto la cenere degli anni. / Sempre rifiorisci, la pazienza / ti monda, e ti fai bella / la casa…e l’anima.”

Mamma di latte e di cielo. ” Mamma di latte e di  Cielo, / mamma mia pignatta di saggezza/ che gorgogli / e mi fai spogli i desideri/ che svisceri insinceri, / da creatura a creatura – dal cuore / tuo al mio -/ m’è dato pregare Iddio. / La tua vecchiaia esige il sacrifizio / d’ogni mio vuoto artifizio. /Quando lungo i vespri benedetti / ti conduci alla messa, / mi ricuci l’infanzia stessa. / T’ è calendario / di verdi date il cuore: / ardi lumini ai morti, / ai vivi scrivi lettere d’amore. / Madre, mio quaderno ingiallito / di quanti dolori, / sfogliami ancora colla tua ruvida grazia, / dentro e fuori.”

 La donna della sua poesia non è più sua madre, è la madre, resa dalla poesia una donna universale, LA DONNA. Ma il processo di universalizzazione della madre non si ferma qui. Questa donna, segnata dal tempo e dagli anni, non deve morire, “ può morire un angelo?” si chiede il poeta in una sua lirica ( La madre di carità in La confettiera…). La madre porta la vita dove c’è morte, è la vita essa stessa: ”Che ci fa una lumachina / chiusa, tenera, bianca, / sulla stanca/  cornice d’un morto famigliare! / E’ dovuta scivolare / dal  mazzo di fiori freschi, / che mia madre ha composto, / andare / sino a quella sbiadita eternità.”

Eppure anche l’Angelo gli sarà tolto e per qualche tempo per il poeta sarà spenta la vena poetica, forse anche la volontà di lottare e di vivere. L’autunno si fa inverno nero e tetro, ma non si affievolisce la presenza di questa Madre, che non si percepisce più come creatura terrena e che è sempre presente accanto al figlio con la sua pungente nostalgia, anche nei momenti che dovrebbero essere lieti, come accade in occasione di un matrimonio, con la famiglia e gli amici tutti riuniti a festeggiare.

Si è ricomposto lo “spazio domestico”? No. C’è l’Assenza.

In “Nozze mediterranee”, composta in occasione del matrimonio dell’adorata nipote Elena, il motivo principale resta lei, la sua assenza, in un lapidario densissimo verso: “..ma tu non c’eri.”

Perché questi ingiustificati confini tra vita e morte, perché questa inconcepibile guerra? aveva detto in alcune liriche. Non esista dunque la morte, non esista la vita : “ Non ci sono né vivi né morti, /altrimenti cosa / staremmo a fare. QUA ? “                                                                      (L’orto dei ribes..).

“Madre mia, primo ricordo e ultimo. Sulla terra..”   “ Madre, non morire più…” (Ibidem).

Quale significato dare a questa drammatica invocazione? Importante mi sembra lo scorrimento delle 51 poste di Rosario ultimo, dove forse va ricercato il senso della sua “sintesi a priori”. Questa madre è viva e trepida per il poeta, conosce il suo strazio e la vuotezza del suo animo, è ancora accanto a lui e per lui si prodiga: gli ha trovato un’ altra guida, un secondo Angelo sulla terra che gli rinfocoli il gusto di vivere e di scrivere ancora.

Quest’angelo è la moglie Silvana, alla quale, dopo aver dedicato gli ultimi lavori, dedica queste splendide parole che riprendono il senso del  caldo tenero abbraccio che ha dedicato alle cose e persone più care:”Io, poi, che ne so del mondo, / del fuoco sottile della conoscenza…/ No quiero saber, / tranne  della piccola donna / a cui m’hai affidato, madre, / la piccola Silvana, / la volpècola, la leprotta, / che mi trasmette la volontà di vivere / e mi rassicura”.

La nuova donna della sua poesia è Silvana,  ora custode gelosa  dell’opera del marito.

A lei è affidato l’importante compito di raccogliere e conservare quanto è stato scritto e detto, di divulgare il prezioso patrimonio di cultura e di arte, di dare avvio a quelle azioni necessarie ad assegnare al poeta  il posto che gli compete nella cultura salentina e nazionale                                         

Enrico Longo

- GEMELLAGGIO GALATONE CIVITELLA ALFEDENA

http://www.myboxtv.com/site/show.aspx?Cod=2850

- Serata in onore di Ercole Ugo D'Andrea - 2002

http://www.myboxtv.com/site/show.aspx?Cod=5048

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categoria:letteratura, scuola, salento, galatone
venerdì, 21 marzo 2008

L'avvento della Primavera quest'anno coincide con la solennità della S.Pasqua. Sono due eventi che colpiscono soprattutto i bambini, gli scolari della scuola elementare.

Un tempo, quando ero alle prime armi e insegnavo, appunto, agli scolari di 6-10 anni, la Pasqua, il Natale, il Carnevale, la festa di S.Martino, di S.Francesco, l'avvento delle quattro Stagioni non passavano inosservati; per alcuni insegnanti scandivano lo svolgimento dell' intero programma. Per ogni occasione, per i fanciulli, c'era una poesiola da mandare a memoria, quasi si volesse "fermare" la ricorrenza e farne partecipi genitori e familiari tutti.

Questa piccola e semplice poesia-filastrocca, composta alcuni anni fa, ripercorre alcuni dei momenti più significativi dell'anno, mettendo in evidenza come tutti siano importanti e ricchi di generosi doni.

Mandorlo in fiore

 

La giostra delle stagioni

 

Gira la giostra delle stagioni

che a gara ci offrono tanti bei doni.

 

Sulla giostra delle stagioni

ci trovi il bel tempo coi nuvoloni,

il freddo, il caldo, la pioggia, il sole,

i frutti gustosi, le tenere viole.

 

Dopo  gli ozi ci son le fatiche,

la scuola che torna,  le vacanze finite,

l’odore dei libri, del mosto e del vino,

gli uccelli che vanno, il Natale vicino.

 

Tra freddo, gelo e bianche campagne

c’è la befana, le buone castagne,

fiorisce il mandorlo tra il fortunale,

torna la gioia del carnevale.

 

Il sole ritorna a far capolino

e la campagna è presto un giardino

di frutti e di fiori e gli uccelli quaggiù

tornano e intanto risorge Gesù.

 

Fiorisce la spiga nei campi dorati,

ritornano i giorni da tutti sognati,

si chiude la scuola e con tanta speranza

si lasciano i libri, si corre in vacanza.

 

       Gira la giostra delle stagioni

       che a gara ci offrono tanti bei doni.

     

                               Enrico Longo

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categoria:letteratura, portavoce, galatone
venerdì, 14 marzo 2008

milani

We Care

Affrontando il tema della loro formazione politica, mi è sembrato utile indicare ai giovani alcuni personaggi, tra i tanti possibili, che hanno fatto dello sviluppo socioculturale del popolo il più autentico imperativo categorico dell’agire, dedicando cultura e impegno civile per vedere realizzata l’utopia della crescita generale sul piano della democrazia e della partecipazione consapevole.

Ho citato Pier Paolo Pasolini, attento e lucido osservatore delle dinamiche di  trasformazione della società, il quale rilevava  come le classi emarginate non avessero goduto del benessere economico e sociale che a partire dagli anni sessanta interessò il nostro paese, dovuto anche a quanti, appartenenti alle classi meno abbienti e costretti alla grave pena dell’emigrazione, inviarono in patria le rimesse dei loro sacrifici. Gli ultimi e gli emarginati erano, insomma, rimasti tali anche nei momenti di espansione economica del Paese, perché privati della cultura, vero segreto di ogni promozione umana e sociale e fondamentale strumento di crescita civile e democratica.

Ho citato Antonio Labriola, per il profondo convincimento che la nascita e lo sviluppo del partito socialista potesse realizzarsi soltanto attraverso la costruzione di una coscienza di classe, che doveva necessariamente comprendere consapevolezza e condivisione. A Turati, col quale ebbe una dura polemica epistolare, rimproverava la sua esclusiva preoccupazione per i numeri: l’esistenza di un partito non è data dalla presenza di un gran numero di iscritti, ma dal livello di coesione e di solidarietà. Labriola voleva un partito piccolo, omogeneo e combattivo; Turati, invece, non disdegnava che fosse allargato anche ad elementi eterogenei, se ciò poteva presentarlo come una forza quantitativamente rilevante.

Sia Pasolini che Labriola rimproveravano agli intellettuali la diserzione da un compito che sarebbe dovuto essere primario, quello, appunto di farsi organi di trasmissione della cultura e della costruzione di una coscienza di classe e di essere rimasti invece narcisisticamente ed egoisticamente chiusi in una dimensione aristocratica e avulsa dalla realtà.

Evidentemente ciò che Labriola rilevava negli ambienti universitari della Napoli di fine Ottocento, contro la quale aveva polemizzato, come giornalista prima e docente universitario poi, era rimasto anche nella cultura politica e sociale del secondo Novecento: un modello di intellettuale distaccato, egocentrico, narcisista, socialmente improduttivo.

Non l’intellettuale che Gramsci voleva  partecipe e organico, attivamente impegnato,  portatore di un concetto sociale e non egoistico della cultura, capace di assumere il coraggioso e impegnativo progetto della coscientizzazione, prima componente, come volevano personaggi come Paulo Freire o Ivan Illich, di ogni possibile progresso civile e democratico.

Sono l’I care di Don Milani, l’attenzione rivolta agli altri, la finalizzazione sociale di ogni nostro personale patrimonio, la consapevolezza di un compito etico-sociale che grava su ciascuno di noi il segreto di ogni possibile sviluppo democratico del quale tutti dobbiamo sentirci partecipi.

Tutto ciò mi sembra opportuno ripetere in questo periodo, tra una crisi di governo e una campagna elettorale, tra la nascita o il maquillage di partiti e politici, dove si tornano a pronunciare parole e frasi di indubitabile effetto: “la svolta”, “una nuova politica”, “dalla parte della gente”…

Cerchiamo di restare ben saldi su queste espressioni, che sono sicuramente importanti, ma anzitutto cerchiamo di esplicitarne il significato, prima a noi stessi e poi a tutti gli altri, in maniera concreta e chiara. Svolta e nuova politica sono termini solidali tra loro e trovano il loro senso nell’espressione “dalla parte della gente”, espressione che ha significati precisi e nobili, sia per la politica del centro che per quella delle città.

Non so perché, ma in questo momento sarei tentato di dare credito a questa benedetta “svolta”, forse perché sento, come in tanti forse sentiamo, che nella politica italiana si è probabilmente toccato il fondo. Mai come negli ultimi anni si è rilevato lo scollamento tra la gente e la politica, tra i bisogni reali del Paese e le direzioni di marcia dei suoi delegati: mentre nella nostra città ben sette candidati correvano per la prestigiosa poltrona di primo cittadino, animati da chissà quale nobile mission, al livello centrale si andavano rincorrendo progetti e strategie che non appassionavano nessuno di noi.

Ben venga dunque questa svolta, ma che sia completa e radicale, che veda la fine della centrazione sul narcisismo dei “protagonisti” e sulla vacuità dei progetti, e il manifestarsi finalmente della capacità di leggere esigenze e bisogni reali dei “titolari” della politica, che sono i cittadini, i quali poco si appassionano ai giochetti e alle tenzoni dialettiche, hanno a nausea il politichese in ogni sua forma e il riformismo esasperato di leggi elettorali o di indicazioni nazionali per i curricula scolastici, che si scoprono “ a posteriori” sempre peggiori di quelli precedenti.

A quanti si affacciano alla politica non giunga inopportuno il richiamo a quei personaggi che vedevano nella cultura e negli intellettuali lo strumento  fondamentale per una crescita collettiva della popolazione. Facciano proprio il motto del priore di Barbiana, magari coniugandolo al plurale, “We care”, come stanno facendo da tempo gli alunni delle quinte classi del primo circolo, riscoprano il significato della politica come servizio per i cittadini, tengano ben fermo in mente il principio di sussidiarietà, che tutti son bravi a pronunciare ma non ad osservare, e si sarà dato finalmente buon  avvio alla svolta politica “dalla parte della gente.”

 

               Enrico Longo

 

 

 

 

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categoria:letteratura, pedagogia, educazione, portavoce
martedì, 11 marzo 2008

muroIL 9 NOVEMBRE 1989  una grande notizia raggiunse il mondo: era finalmente caduto il "muro" che sopravviveva dal13 agosto del 1961. Per quasi trent'anni aveva separato persone della stessa nazionalità, della stessa famiglia, rappresentando il confine di due mondi così vicini e pure così lontani.

La notizia la accogliemmo tutti con grande entusiasmo e tanta speranza: la ritenemmo la fine di un'epoca di guerre e di odio e l'inizio di un processo virtuoso di pacificazione e di fraternità tra i popoli.

La mia emozione fu grande ed istintivo fu prendere la penna ed esternare i miei sentimenti in questa semplice sentita poesia.

   LA  FINE  DEL  MURO

 

 

           Immane gigante ti ergevi

           a segnare confini inumani,

           il sole oscuravi alle genti.

           Il tuo buio penetrava nel cuore,

           e triste tu eri.

           Il pianto sentivi, ascoltavi i lamenti

           forse in te  s’ istillava il dolore.

 

              Tante mani fidenti

               s’ aggrapparono a te, cercando sostegno

               a  folle speranza.

              E tu tante volte  piegavi pietoso

              il  tuo ruvido  complice corpo:

              della sorte di tanti fratelli

               gioivi  o  piangevi.

 

            Felice quel giorno porgesti

            il tuo fianco all’ amico piccone,

            e il sole filtrasti

            per tanti speranza di  un tempo  migliore.

 

                    E adesso di te che rimane?

                    Dov’ è la tua pietra di spirito intrisa?

                    Un frammento di te conservare vorrei,

                     di umido pianto, di umano calore.

 

 

 

 

                      9  novembre 1989

 

postato da: EnricoLongo alle ore 20:31 | Permalink | commenti (1)
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