venerdì, 10 aprile 2009

LA POSTILLA N.15

 

Un messaggio di fede

Non poteva occuparsi di politica o di altre questioni sociali questa postilla che cade nel pieno del periodo pasquale. Doveva servire agli auguri, a scambiarsi segni di speranza essendo, appunto, la Pasqua, il più alto messaggio di speranza per tutti gli uomini di buona volontà. Ma come fare a parlarne dietro una immane tragedia destinata a restare nella memoria di tanti nostri connazionali? E’ difficile parlare di speranza a quel vecchietto seduto di fronte alla casa distrutta che sottovoce andava ripetendo che era ormai tutto finito, per sempre;  o per chi aveva perduto l’intera famiglia, o per i genitori degli studenti rimasti sotto le macerie dello studentato.

 L’Aquila è un importante centro universitario che accoglie circa 35 mila studenti provenienti da tutte le parti d’Italia e da paesi stranieri. La frequentano molti galatonesi o salentini, miracolosamente scampati all’evento, anche se certamente profondamente segnati. Uno di essi, coraggiosamente e lucidamente, ci ha fatto vivere la terribile esperienza e ci impone importanti riflessioni, alle quali non possiamo assolutamente sottrarci. Avevo ascoltato con profonda partecipazione l’intervista ad Alberto Zuccalà sul tg di mybox; ho poi seguito con grande commozione la successiva “lettera” con la quale ha voluto più puntualmente raccontare la terribile esperienza vissuta e che risulta invece un prezioso documento di umanità e di fede. L’ho riprodotta e l’ho riletta più volte, non rende quanto sentirla dalla viva voce di questo ragazzo sensibile e colto, pregno di fede e di positivi valori, che ha saputo mettere insieme un messaggio di fede e di amore che va gelosamente custodito da tutti noi nel profondo della nostra coscienza. Non voglio dire altro di questa lettera, che parla da sè, che non può essere commentata ma soltanto vissuta. Questa postilla trae dalle profonde riflessioni dello studente galatonese molti spunti e considerazioni.

Bando a qualunque tentazione di facile retorica o di condanne sommarie, ma non possono passare sotto silenzio alcuni fatti e situazioni che hanno pesato sicuramente nella tragica vicenda del terremoto, anche se, a meno di non volersi ostinare in un irragionevole ottimismo, si ha l’impressione che nessuna denuncia riuscirà a modificare lo stato delle cose. Lo abbiamo sentito dalla voce di Alberto Zuccalà e confermato dalla stampa nazionale. La gran parte, se non tutte, le costruzioni in luoghi tra i più a rischio in Italia, sorte da dieci-venti anni non hanno beneficiato di alcun vantaggio che la tecnologia dovrebbe essere oggi in grado di assicurare. Dai sopralluoghi e dalle facili verifiche sui materiali venuti alla luce del sole si rilevano le gravi responsabilità di costruttori e tecnici: si è lesinato, si è usato materiale inadatto, si è operato contro la sicurezza delle persone. Ecco perchè hanno meglio resistito manufatti di tanti secoli addietro che, nonostante i gravi danni, non sono crollati del tutto. E’ il caso della chiesa di S.Maria a Collemaggio che risale al 1287 o di S.Bernardino di circa due secoli dopo, che hanno perso soltanto parte della cupola e subito qualche lesione. Nonostante le continue scosse, lo sciame sismico con punte elevate di magnitudo, si è continuato a minimizzare, a tranquillizzare ad ogni costo, a dare del matto a chi avanzava drammatiche previsioni, a far finta di nulla. Il nostro Paese è bene organizzato a rispondere velocemente e congruamente a qualunque evenienza. Godiamo di una stuttura di protezione civile efficiente e tecnologicamente avanzata e, per i primi interventi, non abbiamo bisogno di aiuti esterni. Il nostro deficit è, invece, a monte e riguarda una forma quasi atavica di irresponsabilità e superficialismo che continuano ad essere causa di tragici eventi, nei quali la mano dell’uomo è determinante più di quella della stessa natura. Si pensi ai tanti incidenti sul lavoro e ai motivi che li hanno generati, nonostante la presenza di una legislazione tra le più scrupolose e costantemente aggiornata. Le riflessioni di Alberto Zuccalà a questo punto sembrano opportune e preziose. E’ importante la solidarietà, dice, ed è importante il denaro che sarà raccolto, perchè nulla si può realizzare senza il denaro, ma quello che conta veramente dovrebbe essere una diversa considerazione delle cose che contano. Di fronte alla tragedia appaiono banali e insignificanti le ragioni che regolarmente orientano la nostra vita. Sono senza senso il desiderio di arrivare, di inseguire successi e denaro. Si scopre invece l’importanza della disponibilità a rendersi utile, dell’amicizia e della solidarietà, di stare insieme e di aiutarsi l’un l’altro. Si scopre l’importanza della fede che rappresenta la nostra più autentica forza nei gravi momenti in cui si rischia di essere preda della disperazione. Di fronte alla porta sbarrata dal pesante asse di legno che gli impediva di guadagnare la salvezza, Alberto ha trovato coraggio e forza nella fede cristiana che è suo patrimonio intrinseco. Anche la fede laica, dice, è una risorsa significativa che può contribuire a darci la forza necessaria a fronteggiare le emergenze e a renderci utili agli altri. Nell’un caso e nell’altro la fede, aggiungo, non è abbandono e disimpegno, ma richiamo forte di tutte le personali risorse e stimolo all’azione. Senza fede non si ha motivo nè ragione di fare alcunchè, perchè si deve necessariamente avere appiglio in qualcosa di consistente in cui poter credere e su cui contare. In tal senso la fede è anche speranza: la fede cristiana è speranza-certezza di Dio e di poter contare sul suo Amore; la fede laica è speranza-certezza di poter contare sull’uomo e sulle sue utili azioni. Ed è qui che si rileva il limite di questa fede laica, che scopre presto di avere pochi appigli nella speranza-certezza di avere gli uomini costantemente pronti a rispondere nei tempi e nei modi giusti. La morale degli uomini è talvolta insufficiente, imperfetta, infedele, assente nei momenti che contano, vittima dei soliti e gravi limiti della natura umana. Superficialità, scarso senso di responsabilità, adesione a strambe scale di valori, dove cose importanti risultano stranamente dimenticate, ricorrono di frequente nell’esperienza di ogni giorno; troppo spesso si dimenticano i valori della solidarietà e dell’amicizia, sottoposti all’interesse egoistico o di parte e al tornaconto personale. Cosa avrebbe indotto a lesinare sui materiali di costruzione se non un insano sentimento di tal genere?  Che cosa avrebbe fatto minimizzare i terribili segnali della natura, se non una strana pigrizia nell’organizzare l’emergenza, anche nell’eventualità che poi nulla si sarebbe verificato? “Un generale esame di coscienza” titola gran parte della stampa di oggi e direi che il concetto è chiaro e condivisibile. E’ un più alto e profondo senso della coscienza individuale e collettiva che va recuperato per dare senso e significato a quella fede-speranza laica, sulla quale dobbiamo tornare a contare. Onestà, disinteresse, fedeltà agli impegni e capacità di rispondere ai nostri doveri. Serietà e responsabilità in tutte le nostre azioni, nel lavoro, nei rapporti sociali, nel campo dell’economia e della politica, negli impegni che andiamo assumendo e ai quali non possiamo sottrarci: ecco il nostro fondamentale dovere di cittadini di questo mondo. Essere capaci di riscrivere la scala di valori della vita e collocare ai primi posti l’amicizia, la generosità, la disponibilità, la solidarietà, l’Amore. Cancellare definitivamente quei tratti che hanno continuato a contraddistinguerci sino alla sciagurata notte del 5 aprile. Soltanto a queste condizioni potremo riprendere a sperare. Cosa dire, dunque, a conclusione di questa postilla pasquale? Cosa potersi augurare per queste giornate che dovrebbero richiamare insieme l’estremo sacrificio del figlio di Dio e la speranza dell’eternità per l’uomo? Qualche giorno di serenità almeno per tutti noi, insieme alla gioia di aver visto tornare salvi a casa i nostri giovani; per i nostri fratelli d’Abruzzo e per quanti sono stati tragicamente colpiti dall’evento, l’augurio che riescano a ritrovare al più presto possibile un qualche motivo di speranza e desiderio d’inseguire un futuro. La lettera di Alberto potrà rappresentare, per noi e per loro, un aiuto prezioso per scoprire o ricercare natura e significato della fede, laica e cristiana.

 

Enrico Longo

Il link del MyboxTG di venerdì 10 aprile in cui è presente "La Postilla":

http://www.myboxtv.com/site/show.aspx?Cod=8916

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giovedì, 12 marzo 2009

Don Mimino Colazzo: una vita di Fede e di Opere

Poche parole soltanto per sintetizzare la puntata n. 32 de “Il Portavoce” dedicata a Don Mimino. Tanti ospiti sul palco, tante testimonianze, tutte coerenti nel segnalare il tratto fondamentale della sua personalità, che vedeva perfettamente coniugati la fede e le opere, il pensiero e l’azione, lo slancio immediato verso chi segnalava difficoltà e problemi. Si è parlato degli anni giovanili, della prima formazione, del carattere timido  e chiuso poi miracolosamente divenuto vulcanico ed estroverso, del carisma che costringeva a seguirlo e a imitarlo, dell’infaticabile corsa verso il deviante e chi era perduto. La pazienza di prestare attenzione, l’ascolto liberatore di chi appariva  disperato e senza futuro, la mano robusta e generosa nei confronti di chi si era perduto nella tossicodipendenza. Ho voluto sentire episodi reali, aneddoti, testimonianze vive e queste non sono certamente mancate. Tiziano Resta, Roberto Stifanelli, Enzo De Carlo hanno raccontato delle esperienze scoutistiche e dei viaggi a Castelgrande e in Albania; Marcella Calignano e Regina Resta della lunga e proficua esperienza all’interno della Caritas; Fiorella Laudisa del sodalizio instauratosi nella difficile opera di recupero di tante persone ospiti della comunità Luna. Significative le testimonianze di Caterina Aprile e di Toni Diocleziano, presenti tra il pubblico, la prima cofondatrice insieme a don Mimino della Comunità Ascolto e il secondo in qualità di scout della prima generazione e presente al suo fianco in tante iniziative. Don Salvatore ha ricordato gli anni giovanili e alcuni aspetti del carattere, apparentemente rude ma ricco di dolcezza e di generosità. Don Fabrizio, suo compagno di cordata prima nella Chiesa Matrice e poi ai SS.Medici, ha cari  significativi ricordi insieme a simpatici episodi da raccontare. Enzo Marcuccio e la signora Dolores richiamano alla memoria un episodio accaduto a Castelgrande, dove traspare la grande attenzione verso i giovani e la volontà di tutelarne in ogni modo la sicurezza e la moralità. La puntata, aperta al pubblico, vedeva presenti i fratelli, la nipote Eliana, ospite sul palco, e la vecchia madre, commossa e in lacrime per l’intera puntata. Delicato il ricordo di Eliana, nipote prediletta anche se lei non lo accetta, la persona che ricevette l’ultimo invito e ne raccolse gli ultimi pensieri. Non era felice don Mimino negli ultimi tempi, qualcosa non era andato come avrebbe voluto. Forse ad un certo punto ebbe il dubbio di avere sbagliato qualcosa o che qualcuno non avesse colto il senso e la sostanza delle sue fatiche, che non avesse speso al meglio la vita secondo un suo postulato fondamentale. Questo rimane il rammarico maggiore di chi gli fu vicino e ne apprezzò le doti di generosità e di infaticabile azione nei confronti di chi avesse bisogno di aiuto. Ebbene, oggi sappiamo che non fu così: chi ha assistito alla diretta di questa sera e chi seguirà la puntata su mybox a partire da domani mattina si renderà subito conto che la sua vita fu sempre fedele ai principi che facevano parte della sua natura e che segni profondi di essa si leggono ancora nella mente e nell’animo di chi ebbe modo di conoscerlo nel profondo e di apprezzarlo.

 

Enrico Longo

I due link della puntata:

prima parte 

http://www.myboxtv.com/site/show.aspx?Cod=8654

seconda parte

http://www.myboxtv.com/site/show.aspx?Cod=8655

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categoria:opere, fede, galatone
mercoledì, 11 marzo 2009

              DEDICATA A DON MIMINO

Domani la puntata n. 32 della rubrica IL PORTAVOCE sul tema “Don Mimino Colazzo: una vita di Fede e di Opere”. Tanti gli ospiti, tutte persone che conobbero don Mimino e che gli furono accanto nelle numerosissime iniziative: all’interno della Caritas, nel Movimento degli Scout, nel recupero di giovani dalle tossicodipendenze, nei viaggi per alleviare le sofferenze dovute a calamità naturali e ad ingiustizie sociali, nell’ascolto e nella partecipazione ai disagi di tante persone, nel recupero sociale e nell’orientamento dei giovani. La puntata, che sarà ripresa nel salone della Chiesa dei SS. Medici alle ore 18,30, sarà aperta al pubblico, che certamente accorrerà numeroso. Molti mi hanno assicurato la partecipazione; molti altri si rammaricano di non poter partecipare perchè lontani da Galatone per studio o per lavoro. Tutti, comunque, potranno assistere alla puntata, in diretta o a partire dal giorno dopo su mybox, e potranno richiamare alla mente un personaggio che ha lasciato una significativa impronta nella vita della Chiesa, della società galatonese e salentina e che viene ricordato con affetto e gratitudine a Castelgrande, nel Friuli, in Albania, in tutti i luoghi dove il naturale amore per l’uomo lo spingeva a fare qualcosa per alleviare la sofferenza. Ho pensato che fosse giusto dedicare una puntata a don Mimino, un atto dovuto a Lui per l’impegno di fede e di azione che ha caratterizzato l’intera sua esistenza; un doveroso omaggio a quanti gli si sentono debitori riconoscenti per gli insegnamenti che hanno ricevuto direttamente dalla parola e indirettamente attraverso l’esperienza di relazione. Ho ricevuto molte testimonianze su don Mimino, son venuti tanti a raccontarmi episodi, aneddoti, esperienze, ricordi: ho colto in tutti lo stesso rispetto e lo stesso profondo affetto. Soprattutto tra i giovani di ieri - adulti di oggi che avvertono come le parole, dolci o aspre di don Mimino, i richiami, i rimproveri e gli incoraggiamenti sono penetrati profondamente nel loro spirito, diventando imperativi morali e guida in ogni aspetto  e momento importante dell’esperienza quotidiana.

 

Enrico Longo 

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categoria:opere, fede, educazione, galatone