venerdì, 04 dicembre 2009
postilla 44
LA POSTILLA N. 44
Il sasso nello stagno
Non confondere l’idea con le sue possibili applicazioni; il progetto con la ricerca degli strumenti più utili per la sua realizzazione. La Città del Galateo è tutta nel sogno di vedere una città nuova, attraente, dinamica ed efficiente; la fondazione, un utile strumento per assicurare ordine e regolarità nella sua organizzazione e nell’esercizio delle principali attività. Alla base rimangono la presenza delle risorse materiali e immateriali, necessarie per un futuro di sviluppo, e la motivazione sicura e condivisa di vederlo effettivamente realizzato. A giudicare da quanto s’è visto in queste ultime settimane, si può felicemente constatare che quanto necessario c’è già. La voglia di fare innanzitutto, l’impegno intelligente e positivo che ha portato tante associazioni a progettare insieme; dei bravi cittadini a lanciare l’invito ad animare il centro storico; l’Agesci, nobilissima associazione, ad ospitare, in occasione del convegno “Protagonisti per educare alla speranza”, un apostolo di pace e di giustizia sociale; veder nascere un protocollo d’intesa tra la scuola secondaria e un’associazione di militari che hanno saggiamente deciso di investire nella cultura e nel sociale. Le monadi si aprono, la socialità si spande, i giovani scoprono ruolo e possibilità. La Città del Galateo, dunque, esiste già, ha fatto un passo avanti, la possiamo vedere e vivere; la fondazione è in gestazione, seguirà la sua strada che mi auguro giunga a conclusione, ma essa è la parte estrinseca del progetto, ne rappresenta soltanto l’aspetto pratico, non la certificazione d’esistenza in vita. E’ costretta, comunque, a seguire la procedura e i tempi della burocrazia; auguriamoci almeno che non debba risultare vittima delle consuete logiche. Intanto registriamo significativi cambiamenti nella vita di ogni giorno, gli eventi si succedono con ritmo talmente incalzante che risulta difficile tenerne il passo. La palla adesso è nelle mani dell’amministrazione cittadina, che deve darsi il giusto posto nella socialità, dare ordine e regole, promuovere la sintesi e dirigere, nel rispetto dell’azione libera e creativa di tutti gli attori sociali.
Torno da un convegno nel quale ho ascoltato parole che attendevo da tempo, che non mi sono stancato di ripetere nel corso di tante postille, a volte in toni duri, che non mi sono consentanei e che vorrei sempre evitare. A Galatone sì è rischiata la rottura tra amministrazione e socialità, tra governanti e cittadini, che ad un certo punto son sembrati divisi, nei pensieri e nelle azioni, quasi due mondi separati e in una condizione di incomprensibile conflitto. Oggi, invece, vediamo l’assessore alla cultura impegnato accanto alle istituzioni scolastiche per progetti comuni; il vice sindaco discettare di urbanistica, cultura e vita sociale; il Sindaco dare sostegno e collaborazioni ad un intelligente progetto rientrante in “Bollenti spiriti”, proposto da due giovani di Maruggio che ha ottenuto il finanziamento regionale. Il progetto, “Vox loci, la parola agli abitanti”, vede Galatone interessata alla realizzazione di un “Ecomuseo”, che, come si legge nel depliant, ha quale scopo “la valorizzazione di ambienti di vita tradizionali, del patrimonio naturalistico e di quello storico-artistico […], è anche strumento di sviluppo del territorio, capace di integrarsi con l’artigianato e l’agricoltura locale, valorizzando anche in chiave turistica il patrimonio etnografico-culturale della Gente che risiede nel territorio.” Dai vari interventi sono ritornati spesso l’importanza dell’apertura delle amministrazioni, la necessità di ricercare partner e costituire reti e sinergie, di progettare, di coinvolgere i cittadini e le associazioni, di utilizzare gli eventi significativi per richiamare i visitatori e dare respiro al turismo, che la cultura e i beni paesaggistici, artistici e culturali sono delle importanti risorse per la promozione del territorio. Non c’è futuro per una popolazione - ha solennemente dichiarato l’autore del progetto - senza la ricerca e la fedeltà alla propria storia e alle proprie radici. Parole gratificanti, musica per le mie orecchie. Finalmente ci siamo – ho pensato - soprattutto è importante constatare che l’amministrazione cittadina sembra intraprendere la direzione giusta, che oggi faccia parlare di Galatone come di una città aperta e governata da una amministrazione saggia e disponibile e che si dimostra sensibile alla cultura e pronta nel progettare azioni positive per la crescita e lo sviluppo del territorio. Queste espressioni sono ritornate più volte, dalla voce dell’assessore Lippolis del comune di Alberobello, con il quale si sta allacciando una importante partnership, dal progettista e dai due giovani autori dell’idea.
A questo punto potremmo anche chiederci come sia potuto accadere questo improvviso e radicale cambio di marcia e a chi vada riconosciuto il merito della svolta, anche se tali domande possono apparire del tutto inutili e le possibili risposte risultare fuorvianti. Una web cittadina non è cosa da poco, così come una funzione importante rivestono i blog e i fogli locali, quali strumenti di informazione e stimoli alla critica, e fondamentali sono le numerose iniziative culturali che promuovono conoscenza e confronto. Ma nemmeno essi, nel loro insieme, possono ritenersi autori della piacevole svolta che ci sembra di cogliere. Nessuno ha il potere o la capacità di modificare, da solo, una situazione di stallo; se ciò accade è perché probabilmente ne esistevano già le condizioni. E’ la città nel suo insieme che ha provocato la rivoluzione che tutti vorremmo considerare reale e definitiva; le sue tante associazioni che ne rappresentano il lievito di idee e di iniziative, di rapporti sociali e di cultura; i giovani che in tante occasioni e nei più disparati campi dimostrano entusiasmo, genio e tanta voglia di fare. Una città vivace e in ebollizione, ho ripetuto più volte, che attendeva soltanto un piccolo segnale per esplodere. E i segnali non sono mancati, da parte di tanti. Non c’è mai un solo artefice nelle buone cose di questo mondo; ciascuno di noi può soltanto fare qualcosa, dare il proprio modesto contributo, lanciare il sasso nello stagno e mettersi in attesa. Che l’intelligenza e la creatività, che sono patrimonio di tutti e di ciascuno, trovino le condizioni per venir fuori ed esplodere. Partecipare, vivere profondamente la socialità, rifiutare ogni steccato, frutto di egoismo e arroganza, rendersi disponibili, mettere a disposizione degli altri il poco che ciascuno conserva, condividere pensieri e azioni, parlare e ascoltare, raccogliere bisogni e urgenze: ecco la consegna che ciascuno di noi deve porre a se stesso. Mutuandola, magari, da quella nuova pedagogia scoutistica che Paola Mola e Tiziano Resta ci hanno suggestivamente illustrato.
Ritornano significative e pesanti, a questo punto, le parole di padre Alex Zanotelli, che invita a vivere il mondo in tutte le sue realtà umane e sociali, a spendersi generosamente, senza risparmio e senza paure, a non ricercare eremi o rifugi. Qui lo spirito e l’intelligenza si consumano in un solipsismo narcisistico e improduttivo.
 
Enrico Longo

Il MyboxTG di venerdì 4 dicembre '09 in cui è presente l'editoriale "La Postilla":
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venerdì, 23 ottobre 2009

postilla 39     LA POSTILLA N. 39

 

     Paesaggi in chiaroscuro

 Myboxtv, nei suoi servizi in video e nelle colonne dei blog, è ormai divenuta una preziosa finestra sulla vita sociale e politica, testimone di fatti e questioni che mettono a nudo il problematico mondo in cui viviamo, dove non sempre risulta facile orientarsi, comprendere il senso delle cose, le ragioni di accadimenti e questioni, che sembrano piovere a volte senza alcuna plausibile giustificazione. Affacciarsi alla finestra è comunque irrinunciabile, necessario per sentirsi parte di questo mondo che, pur tra tante difficoltà ed enigmi, lascia di tanto in tanto trasparire qualcosa di positivo e gratificante, un appiglio a cui aggrapparsi per cercare di coltivare una qualche speranza che il futile o il nulla non abbiano il sopravvento, che non siamo fatalmente esposti alla rovina progressiva e che il destino nostro e delle generazioni future resta comunque legato a quanto sapremo fare con la nostra intelligenza e il nostro impegno.

La prima di queste possibilità ce la offre Mimino Nuzzo, al quale sembra doveroso dedicare l’incipit di questa postilla, alla sua nobile Associazione Fulcignano, che insegna calcio e vita, tecnica e moralità, tattica e sani modelli di comportamento. Lo dichiara lui stesso ai nostri microfoni in occasione dell’apertura della stagione 2009/10, che vedrà impegnati nelle attività calcistiche un centinaio di ragazzetti dai cinque ai dodici anni d’età. Un’età fondamentale per lo sviluppo fisico-motorio, nel corso della quale, per dirla con la scienza, si viene strutturando quasi compiutamente lo schema corporeo e si acquisiscono le principali coordinazioni psicomotorie. Ma è anche un periodo della vita in cui si pongono le basi della personalità complessiva e si apre la coscienza e lo spirito all’acquisizione dei valori deputati a dare direzione e orientamento nella vita. Tutte queste cose ben le sa Mimino Nuzzo, che considera riduttivo insegnare calcio e stimolare l’agonismo, preferendo soprattutto aiutare i giovani ad entrare nella vita, forti di una formazione dove alberghino gli intramontabili valori positivi, che sono presenti nella vita sportiva se vissuta nel pieno rispetto delle regole della convivenza civile e della solidarietà. Nessun fine di lucro, quindi, ma la costante preoccupazione di secondare le più nobili esigenze della persona in costruzione, nella piena condivisione del compito educativo con la famiglia. Sono espressioni, quelle che abbiamo ascoltato, che non possono lasciare indifferenti in un momento in cui sembrano prevalere gli opposti sentimenti di onnipotenza, di prevaricazione e di successo ad ogni costo. Anche scavalcando le più elementari regole del vivere civile e democratico. Non ha mai chiesto niente a nessuno Mimino Nuzzo, che ha realizzato ogni cosa contando sulla passione e sul sacrificio personali. Complimenti, pertanto, a lui e ai tanti collaboratori che si fanno carico di un fondamentale servizio civile senza pretendere alcuna ricompensa. A loro, se non altro, vada almeno il riconoscimento della cittadinanza tutta.

Il lavoro fisso diventa il tema della settimana per una battuta più o meno estemporanea uscita da Tremonti. Avrei fatto a meno di parlare di tale argomento in un periodo in cui sembra più tristemente d’attualità la crisi occupazionale e il dramma di tanti lavoratori che da un giorno all’altro si trovano senza posto e senza prospettive. Che senso hanno le parole di Tremonti e quelle forzatamente coincidenti del premier? E che senso possono avere le discussioni senza fine e con poco costrutto che ne sono seguite sui canali televisivi e sulle colonne dei giornali? Posizioni quasi sempre determinate dall’appartenenza politica e quindi non certo il risultato di un ragionamento o di un onesto riferimento ai valori. A ben vedere, chiedersi se sia un valore il lavoro stabile o la precarietà è come formulare la domanda se risulti più gradita una vita tranquilla o una piena di incertezze. L’argomento meriterebbe più adeguato approfondimento, ma in questa sede basta chiedersi perché si debba guardare al lavoro dal solo punto di vista economicistico e non considerarlo dalla parte del lavoratore, per il significato che riveste nelle aspettative e nell’esperienza di ciascuno. La flessibilità del lavoro come conseguenza della globalizzazione è un semplice dato di fatto, non una realtà che possa rivoluzionare la scala di valori di una società che costituzionalmente pone al centro dell’attenzione l’uomo e i suoi diritti. Accettabile appare invece la posizione espressa da Benedetto XVI nell’ultima enciclica, dove, muovendosi nel tradizionale solco della dottrina sociale della Chiesa, pur accettando l’ineluttabilità dei fatti storici, non dimentica di mettere in chiara evidenza gli effetti deleteri che l’incertezza e l’instabilità del lavoro possono creare nelle persone e nelle loro stesse famiglie. La mobilità lavorativa, associata alla deregolamentazione generalizzata, - si legge nell’enciclica - è stata un fenomeno importante, non privo di aspetti positivi perché capace di stimolare la produzione di nuova ricchezza e lo scambio tra culture diverse. Tuttavia, quando l'incertezza circa le condizioni di lavoro, in conseguenza dei processi di mobilità e di deregolamentazione, diviene endemica, si creano forme di instabilità psicologica, di difficoltà a costruire propri percorsi coerenti nell'esistenza, compreso anche quello verso il matrimonio”.

Niente può dunque apparire più futile di un dibattito fatto di preconcette contrapposizioni su questo tema, che invece deve suggerire le ragioni della convergenza per creare le condizioni perché i governanti si sentanoimpegnati a dare un profilo rinnovato agli assetti economici e sociali del mondo” (…) perchè “il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l'uomo, la persona, nella sua integrità: L'uomo infatti è l'autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale”. Sì, la globalizzazione ha imposto la deregulation e la flessibilità, le leggi Treu, Biagi, Maroni e Sacconi avranno pure contribuito a creare nuovi posti di lavoro, ma la considerazione umanistica e personalistica del lavoro vuole che almeno il giudizio di valore vada ricercato nella persona, che nell’attività lavorativa vuole trovare risposta al duplice bisogno di realizzarsi e di contribuire al benessere collettivo. Da parte nostra auguriamoci che tali condizioni possano al più presto tornare attuali per una migliorata situazione economica della società italiana e mondiale.

La Regione, con un disegno di legge tenta il rilancio dell’agricoltura e dell’impresa di settore. Ce ne dà notizia Dino Salamanna annunciando l’approvazione del bando pubblico, relativo alla misura 112 del Piano di sviluppo rurale. L’obiettivo è di incoraggiare i giovani ad interessarsi di agricoltura, promuovere un ricambio generazionale nel settore, dove possano entrare, insieme alle tecnologie e alla progettualità, anche l’entusiasmo e il senso della compartecipazione e della rete, che rappresentano condizioni necessarie per meglio competere in campo internazionale. Speriamo che i giovani sappiano e vogliano raccogliere la sfida. Altra strategia positiva è l’interesse per lo sviluppo dell’eolico nella nostra provincia, che potrebbe assicurarci energia pulita in grande quantità e a buon mercato. Sin qui tutto bene, se non capitasse di dover constatare delle pericolose interferenze. Una grande superficie di terreno agricolo a Salice Salentino sarà sottratta alla piantagione di oliveto per ospitare pannelli del fotovoltaico. Il giovane proprietario del terreno, che potrebbe essere uno degli attori dell’auspicato rilancio dell’impresa agricola, si dichiara invece pienamente soddisfatto della possibilità che gli si offre. Incassa una bella cifra e finisce di tribolare per le tante vicissitudini che si accompagnano al lavoro dei campi: è un’operazione davvero conveniente! Ad essere minacciato è anche il parco naturale dell’antica Foresta Belvedere, il “Parco dei Paduli”. Qui, invece, non c’è condivisione. Insorgono i sindaci dei 12 paesi del parco e si oppongono al mostro che minaccia di sconvolgere la bellezza del territorio, che rappresenta una preziosa impagabile risorsa. Bene puntare sull’eolico e sulle forme di energia alternativa, ma non certamente a danno delle terre coltivate e della bellezza di un sito di pregio paesaggistico o culturale. Perché non darsi regole ben precise - mi chiedo - nell’individuazione dei siti e non assicurare maggiori controlli da parte della Provincia e della Regione, per scongiurare opportunismi ciechi e campanilismi di varia natura?

Crescono in provincia di Lecce i comuni virtuosi, ma non vengono meno gli atti contrari alla salute dell’ambiente e delle persone. Leverano, che da tempo ha avviato la raccolta differenziata spinta, compie un ulteriore passo avanti con il progetto riduci rifiuto. Il sindaco Durante, in collaborazione con commercianti e cittadini, promuove una campagna tesa a ridurre sensibilmente la produzione di materiale da imballo. Ci si muove secondo precise strategie e nella piena compartecipazione.

Il piccolo comune di Minervino è il primo in tutto il Salento ad aderire al Patto dei Sindaci per le politiche energetiche. Si tratta di una misura europea finalizzata a ridurre le emissioni di Co2 nell’atmosfera. Un comune che si muove sulle orme di Melpignano, che è uno dei fondatori dell’associazione dei comuni virtuosi. Intanto, però, a Casarano si scopre una grande massa di residui di pneumatici bruciati e un’altra discarica abusiva è sequestrata a Porto Cesareo, una località da tempo impegnata nella promozione del territorio, perché soltanto nel turismo può giocarsi le carte dello sviluppo. A Gallipoli entrerà presto in funzione l'impianto di affinamento dei reflui del depuratore consortile, che assolverà alla duplice funzione di depurazione e di irrigazione. Notizie di segno opposto, dove allo scrupolo e al civismo di alcuni, continua a far da contraltare l’irresponsabilità e l’assenza di un minimo di senso civico degli altri.

Intanto si parla di turismo. Se ne discute anche a seguito di un disegno di legge regionale che sta per essere approvato. Se ne parla a Castro in un convegno organizzato dall'Ordine provinciale dei commercialisti. "E' necessario”, dice il sen. Costa, “assecondare, anche tramite una semplificazione normativa, la volontà di coloro che decidono di diventare imprenditori turistici, perché è da loro che passa lo sviluppo del territorio". Parole che non suonerano certamente nuove a chi abbia seguito regolarmente “postilla” e “portavoce”.

E il nostro comune quale via sembra deciso a seguire? E’ nelle mani del sindaco e dei consiglieri di entrambi gli schieramenti la bozza di fondazione per La Città del Galateo. Ho notizia che se ne sta parlando, che dopo il consiglio comunale del 27 ottobre qualcosa dovrebbe venir fuori. Me lo dice Ginetto Filoni che mi assicura l’interessata attenzione del sindaco. Attendo la buona novella; se sarà, potrebbe anche la nostra cittadina accodarsi finalmente ai comuni virtuosi. Ne saremmo tutti contenti.

Enrico Longo

 
Il MyboxTG di venerdì 23 ottobre '09 in cui è presente "La Postilla":
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venerdì, 16 ottobre 2009

postilla38LA POSTILLA N.38

 

Il Bene comune

Alcuni fatti di rilievo, caduti tra la generale sorpresa, ci costringono a riflettere e a ripensare su tanti aspetti della nostra realtà cittadina che risultano sempre più difficili da tollerare. Una discarica enorme di materiali inerti scoperta dalla finanza e sequestrata, costituitasi giorno dopo giorno dietro l’irresponsabilità di taluni e la disattenzione di altri. Una seconda discarica, materializzatasi quasi dal nulla, che appare, anche questa tra lo stupore dei più, nel tristemente famoso sito di Castellino, questa volta in agro di Galatone. La prima ha conservato tutta la gravità dell’inizio; la seconda, forse, in gran parte è stata ridimensionata, perché si tratterebbe, in effetti, di un sito di stoccaggio di materiali speciali non pericolosi che, dopo un adeguato trattamento, possono essere conservati in condizioni tali da non nuocere alla pubblica salute. La questione è emersa soltanto dietro la denuncia fatta, dalle colonne del suo blog, da parte dell’architetto Resta, il quale, più che le critiche delle autorità, merita il ringraziamento della cittadinanza, per avere squarciato i veli di omertosi silenzi su una questione di interesse generale, che meritava di essere tempestivamente pubblicizzata in tutte le maniere. Dietro la denuncia sono prontamente intervenuti il presidente Gabellone con un comunicato stampa e Il Quotidiano con un ampio servizio. Adesso finalmente sappiamo di che si tratta, anche se non riusciamo ad evitare dubbi e preoccupazioni che tutto venga fatto a regola d’arte e che nel tempo siano sempre assicurati i seri e rigorosi controlli che sembrano indispensabili. Si tratta, infatti di enormi quantità di materiali che possono risultare estremamente pericolosi se non trattati con tutta la dovuta attenzione. Un sito necessario, comunque, che dovrebbe scongiurare le minacce per la nostra salute, come invece non può dirsi per la discarica sequestrata, dove i rifiuti speciali si trovano sparsi qua e là senza alcuna forma di trattamento. In ogni caso due discariche funzionanti senza che la popolazione di Galatone ne avesse avuto alcun sentore.

Con un pubblico manifesto il sindaco risponde alla denuncia dei consiglieri d’opposizione per la trascuratezza degli impianti sportivi e la leggerezza con cui si procede alla loro gestione. Anche su questa vicenda non mancano i motivi di riflessione, in particolare circa l’assenza di attenzione per i cittadini e per le finalità sociali che le strutture stesse dovrebbero conservare. Anzitutto sembra utile dire che queste benedette strutture, nate per stimolare l’interesse per l’attività sportiva, sono state costantemente avvertite dai più quasi come un corpo estraneo alla cittadinanza. Una struttura di altri e per pochi. Ebbene, pensando a tali strutture, vengono spontanei non pochi interrogativi.

Impossibile pensare a forme diverse di gestione che consentissero di renderle vicine al grande pubblico, facendo di esse un vero strumento di promozione sportiva e culturale? Perché non sono mai state offerte alle associazioni sportive che, per la loro particolare sensibilità per lo sport, ne avrebbero fatto uso certamente diverso? Perchè dobbiamo regolarmente sentire della condizione di dissesto e di degrado in cui versano? Si tiene regolarmente la manutenzione straordinaria e ordinaria? Le varie amministrazioni civiche, che si sono succedute nel tempo, sono state attente a procedere a regolari controlli? Sono stati chiamati alle responsabilità coloro i quali fossero risultati colpevoli di non averle sapute conservare secondo i principi della buona gestione? Al momento della riconsegna si è chiesto ai gestori il conto dei danni arrecati? Quanto costano, indirettamente, questi impianti alla cittadinanza? A me pare che i cittadini avrebbero tutto il diritto di ricevere risposta a questi interrogativi e che i consiglieri accusanti, alcuni dei quali in consiglio comunale o con responsabilità dirette nel passato, dovrebbero chiarire ogni aspetto del problema e non limitarsi a lanciare le accuse a chi si trovi al momento a gestire la cosa pubblica. Una documentazione storica si impone in merito, perché si possano rilevare carenze ed errori nel tempo e comprendere, alla luce di verifiche accurate, dove e quando s’è sbagliato e quali errori evitare per giungere ad una gestione che possa economicamente e socialmente presentarsi come la più vantaggiosa. Senza un adeguato approfondimento della questione si rischia di restare nel vago, nel gioco delle accuse e delle repliche, con i cittadini che restano nella posizione di semplici spettatori non sapendo a chi dare ragione. Anche nel caso delle strutture sportive si discute di un bene comune, nato per evidenti ragioni sociali e che va trattato, quindi, con tutta la necessaria attenzione e trasparenza.

 Ecco, è su questo che intendo fermare l’attenzione, sul carattere privato e riservato che si attribuisce ad operazioni che andrebbere invece pubblicizzate e per le quali la popolazione andrebbe meglio coinvolta.

E’ la nozione di “bene comune” che deve finalmente ricevere attenzione nella nostra cittadina, sia fra la gente che fra chi amministra. Cosa dire del bene comune? E’ di tutti e di nessuno ed è indisponibile per una gestione privatistica e assoluta. Presuppone, dunque, responsabilità nella sua tutela, competenza nella gestione e, soprattutto, informazione piena e tempestiva, sino a giungere alla corresponsabilizzazione generale dinanzi a decisioni di un certo rilievo. Dalla parte dei cittadini, a loro volta, s’impone interesse, sensibilità e partecipazione.

Bene comune è il territorio con tutti gli elementi ad esso connessi: aria, acqua, prodotti della terra: gli elementi base del nostro benessere. E quella del bene comune è una nozione che merita attenzione particolare e attente riflessioni in tanti settori della nostra esperienza. Su quella educativa interpella la famiglia e la scuola perché i giovani acquisiscano e consolidino comportamenti di rispetto e di responsabilità. Se si brucia un cassonetto o gomme d’auto, se, consapevolmente o meno, si trasformano i nostri giardini o le vie di periferia in piccole discariche, se si lasciano dove capita i resti di bivacchi, se si sporcano monumenti e fontane o si offendono le pareti di edifici pubblici con scritte e disegni, si dà chiara l’idea che qualcosa non ha funzionato nelle scelte o nei modi operativi dei due più importanti istituti educativi. Una famiglia assente, debole o distratta ed una scuola che tralasci le finalità educative che sono parte essenziale della formazione complessiva, ci presentano presto il risultato della loro insipienza pedagogica. A Galatone dobbiamo purtroppo registrare che i risultati di tali disattenzioni sono del tutto evidenti e aggravati peraltro dall’assenza di attenzione e rigore da parte delle autorità cittadine. Se, infatti, a qualunque scempio non seguono le opportune sanzioni, si finisce per dare l’idea che qualunque nefandezza sia lecita o che comunque si riesca sempre a farla franca. "Bene comune" sono anche l’arte, la storia, la tradizione, che rappresentano il frutto dell’azione e dell’ingegno degli uomini e quindi il più importante connotato di un territorio. Anche questi non possono restare nella gestione privatistica, non appartengono alla sola responsabilità della politica e non possono subire le conseguenze di dimenticanze o di scelte sbagliate. Socialità e politica debbono, anche per questi importanti beni, recuperare doti e condizioni per la loro migliore gestione. Anche in questo caso probabilmente avremmo rischiato l’approccio privatistico e riservato della parte amministrativa, se non si fosse per tempo levata la voce della cittadinanza che invocava il diritto di contare e di essere chiamata a partecipare nelle scelte più importanti.

Di questa esigenza si è fatto interprete il gruppo di persone che ha costituito La Città del Galateo, un movimento culturale e civile che nasce fondamentalmente con l’obiettivo di realizzare un’opera di socializzazione ampia e costruttiva che impegni l’intera socialità delle associazioni e del mondo del lavoro in un processo di riappropriazione del diritto di partecipare e di decidere. A tale processo non può restare estranea l’amministrazione cittadina, che invece deve assumere il ruolo di direzione che le compete per logica e per opportunità. Il processo oggi finalmente sembra entrare nella sua fase decisiva, quella che dovrà portarlo alla sua conclusione con buone possibilità di successo, nonostante che non si possa fare a meno di nutrire ancora qualche legittima incertezza. Il dubbio non riguarda certamente il gruppo di coordinamento, all’interno del quale si registra una significativa convergenza di valutazioni e di scelte, approdate nell’elaborazione di una bozza di fondazione di partecipazione. Riguarda, invece, l’atteggiamento dell’amministrazione comunale che nelle prime fasi si è tenuta in disparte, non partecipando alle riunioni alle quali era stata regolarmente invitata. Nell’ultimo incontro, peraltro, ha espresso piena adesione attraverso la voce del vice sindaco Filoni. Determinanti saranno dunque i passi successivi, che sembrano richiedere il confronto con la Giunta per una delibazione collettiva e coordinata della bozza e l’approdo in Consiglio comunale per la deliberazione e la stesura del testo definitivo. Un percorso che può ancora nascondere insidie e trovare intoppi e ostacoli, ma questi non potranno comunque fermare il processo che giungerà sicuramente a compimento, anche senza quei sostegni che vengono ritenuti doverosi e necessari. La fondazione di partecipazione si aprirà presto alle associazioni, al mondo giovanile, a quello dell’impresa e del commercio, alla cultura, all’università, agli enti territoriali. Nessun ostacolo potrà risultare insormontabile e nessuna defezione di autorevoli partner ne potrà fermare il cammino. Costoro potrebbero soltanto ritardarne i tempi, assumendosi però la responsabilità morale e politica di tali ritardi. La cultura, le tradizioni, l’arte, la storia, gli eventi e i sapori unici di questa terra sono la sua principale risorsa, il bene comune intorno al quale si possano ritrovare le persone di buona volontà per tentare l’avvio di un processo virtuoso di sviluppo e di crescita che non può più tardare.  

 

Enrico Longo

Il MyboxTG di venerdì 16 ottobre '09 in cui è presente l'editoriale "La Postilla":

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venerdì, 11 settembre 2009

postilla 33

LA POSTILLA N. 33

La politica per le emergenze

Quali sono le politiche adeguate per affrontare le emergenze che ci troviamo davanti? Sono più d’una, in verità, queste emergenze; qualcuna particolarmente grave, perché non si ha sufficiente consapevolezza di come sia potuta venir fuori o delle conseguenze che possa lasciare nel tempo. Qualche altra subdola, ma non meno devastante; qualcuna condivisa con l’intero pianeta, qualche altra tutta nostra, frutto di errori storici o di oggi, di sciagurate politiche o di improvvisi raptus. Alcune attuali ed emerse in superficie, altre tenute nascoste o forse ignorate. L’errore più grave sarebbe la leggerezza o il semplice ottimismo che in un modo o nell’altro se ne possa venir fuori, ma un minimo di responsabilità impone che si abbia il coraggio di tentarne onesta e chiara comprensione, perché nessun problema può essere risolto sino a quando rimanga come un oscuro enigma. Conoscere le ragioni, le origini, le dimensioni e le implicanze di ogni problema deve rappresentare la prima regola della politica per l’emergenza, perché nulla è possibile senza la piena consapevolezza delle difficoltà che ci troviamo di fronte.

L’emergenza occupazionale, fatale conseguenza del primo fenomeno pandemico è la più evidente; quella che più ci preoccupa per gli effetti immediati e devastanti su tante famiglie italiane. E’ triste constatare la continua caduta di posti di lavoro e la crisi di tante piccole imprese che, fra tutte, sono quelle che rappresentano meglio la vitalità della nostra incipiente capacità di fare impresa e che esaltano la creatività e la voglia di fare. La piccola impresa, che cominciava a rappresentare la speranza di crescita di un Sud finalmente capace di camminare sulle sue gambe, rischia di smarrire la creatività e la baldanza di tanti giovani imprenditori.

La seconda emergenza ha le fattezze dell’ennesimo virus che, nella mente dei governi, sembra minacciare, più che la sicurezza dei cittadini, le casse dello stato per il rischio di vedere per una diecina di giorni a letto una grande percentuale di lavoratori dipendenti. L’efficienza organizzativa e il tempestivo approvvigionamento dei vaccini potrebbe scongiurare il temuto inconveniente, specie se accompagnato da un responsabile senso civico che dovrebbe tenere a freno fenomeni di panico o di irrazionalità. Capacità organizzativa e concorso di responsabilità in questo caso rappresentano le più utili armi per ridurre i rischi di ingovernabilità dell’emergenza. Tali condizioni, che peraltro risulterebbero importanti in qualunque frangente, sono spesso dimenticati sino a lasciare il sospetto che mal si attaglino alla nostra cultura e al nostro modo di essere. Organizzazione e collaborazione negli ultimi anni sono stati dimenticati dal sistema scolastico, in particolare in occasione delle ultime vicende riformatrici che sono apparse affrettate, non sufficientemente approfondite, non socializzate e certamente non ispirate ad una chiara visione psicopedagogica. Il risparmio, il taglio dei posti, l’ossequio ai diktat del ministro dell’economia, queste le vere ragioni, mentre al Ministro della P.I. è stato lasciato soltanto il compito di tentare, non sempre riuscendovi, di trovare le “pezze colorate” e di presentare quale urgenza didattica quella che fondamentalmente era dettata da ben altri motivi.

 A nulla servono le balle sul tempo pieno. Sappiamo tutti che tale modalità organizzativa, che pochi conoscono e che tutti fingono di condividere, al sud non è richiesta che da pochissime persone, mentre rappresenta un ulteriore segnale di una politica dettata dagli interessi del nord e ad essi destinata. Scusate se vi sembro immodesto, ma il tempo pieno l’ho portato avanti per dieci anni, cercando di darne contenuto e forma apprezzabili e in parte riuscendovi ma a prezzo di impegno, lavoro e di continua stressante opera di convincimento nei confronti delle famiglie per tentare di recuperare un qualche loro coinvolgimento.

Il ministero della P.I. è dunque colpevole e non vittima della mascherata grave situazione in cui versa la scuola italiana, almeno in quei settori dove s’è abbattuta la falcidia razionalizzatrice della riforma, che ne ha portato improvvisa e radicale destrutturazione. Buon senso e saggia prudenza avrebbero dovuto far comprendere l’impossibilità di riparare in una sola soluzione i guasti prodotti da una trentennale dissennata politica pedagogico-sindacale, che ha mirato fondamentalmente a moltiplicare i posti di insegnamento, violentando la stessa enciclopedia delle discipline e operando contro la preparazione, l’impegno e il merito. Si continua a proporre di eliminare il precariato dopo averlo prodotto per decenni in quantità industriale. Sarebbe risultata quanto mai opportuna la distribuzione nel tempo della falce razionalizzatrice; oggi si corre ai ripari, si trovano rimedi sottoforma di un decreto che umilia il precario ridotto a tappabuchi mentre si rischia di allungare i tempi dell’agognata fine delle graduatorie ad esaurimento (nervoso). Non è difficile pronosticare che anche nel mondo della scuola si apra una stagione difficile, di frustrazioni e di conflitti.

Questa settimana è venuto a mancare un personaggio televisivo caro ai telespettatori italiani, Mike Bongiorno. Di lui si son dette tante cose, tutte positive. A me del personaggio preme sottolineare soprattutto la serietà e la correttezza nel lavoro, dettate non solo dalla sua naturale indole, ma probabilmente dalla consapevolezza di rappresentare un “modello” dinanzi ai milioni di spettatori italiani. Non accettò il “tapiro” dallo sventurato che intendeva consegnarglielo nel corso dei preparativi alla trasmissione. Non poteva accettare che si scherzasse durante il lavoro che è attività che richiede, appunto, serietà e impegno. Un esempio di compostezza il nostro Mike, che ad un certo momento è parso superato, al di fuori del tempo, di quel tempo che virava verso la tv spazzatura, fatta di banalità, grida, insulti, scurrilità. La tv che oggi viene offerta ai nostri figli per gran parte della giornata.

Lavoro, salute, scuola: emergenze del pianeta ed emergenze solo nostre. Quali altre politiche sembrano opportune?

Non certamente quella dell’efficientismo, più esibito che reale, né lo specchiarsi quotidianamente per avere conferma di essere il migliore, né fare la guerra a chi pretenda di ragionare e guardare lontano, perché la politica impone che, di tanto in tanto, si pensi anche al “dopo”.

Nei momenti di emergenza si impone quella politica che altrove ho detto alla “Frank Capra”, la politica del coinvolgimento, della solidarietà, della rete. “Tutti insieme appassionatamente”, senza spirito di parte, senza steccati, con il popolo, accanto ai cittadini. Non la politica dell’”IO”, ma il “NOI” declinato in ogni modo e in ogni contesto. La politica della serietà, della moralità, dell’impegno, della socialità. Accanto a chi maggiormente soffre delle conseguenze delle crisi e in assoluta tensione per cercare di alleviarle e di porvi rimedio. Umiltà e disponibilità, spirito bipartisan, voglia di fare squadra. Non mancano gli esempi positivi di queste politiche virtuose e non mancano i personaggi che possono essere presi ad esempio. Abbiamo tutti sentito Gabellone, il presidente della Provincia che, da me invitato, ha prontamente saputo ritagliarsi lo spazio di qualche ora per onorare una città e il pubblico di spettatori di Myboxtv. Lo abbiamo sentito affrontare tutte le importanti e concrete questioni senza remore e senza arroganza, con animo aperto alla collaborazione istituzionale con qualunque personalità, indipendentemente dall’appartenenza politica. Il giorno dopo ha chiamato il presidente della Regione per affrontare il problema dell’energia alternativa che sembra accomunarli nel superiore interesse delle popolazioni pugliesi. Sentiremo Blasi, mi auguro nella prossima puntata, una persona che continua a dare prova di intelligenza e lungimiranza nella sua azione di sindaco e di politico. “Voglio un PD del Noi” ha subito dichiarato dopo l’individuazione quale candidato alla segreteria regionale. Una frase non buttata lì per l’occasione, ma sicuramente elemento caratterizzante dell’azione amministrativa nella sua cittadina di Melpignano, che è uno dei quattro fondatori dell’Associazione dei Comuni virtuosi, insieme con Colorno (PR), Monsano (AN) e Vezzano Ligure (SP), che si son dati un programma di sviluppo nel senso dell’ecologia, dell’ambiente e delle buone prassi amministrative.

Qualcosa s’è mosso anche da noi in questi ultimi giorni. Opportuna l’iniziativa dell’amm.ne cittadina di organizzare l’incontro-dibattito sulla L.R.104 del 30 luglio u.s. per l’edilizia, significativa l’idea del “nonno vigile”. Iniziative che mostrano intelligenza e tatto e che tornano utili in un momento problematico e critico come quello che viviamo. L’edilizia è senza alcun dubbio il volano della nostra economia, legata com’è all’intero sistema dell’artigianato e a gran parte di quello commerciale. La sua crisi non è dunque soltanto la crisi di un settore. La responsabilizzazione sociale dei nonni è segno di sensibile attenzione verso un’età che va recuperata socialmente e che promette sicuri risultati educativi e pratici.

Due fatti positivi ed omogenei ad una politica per l’emergenza, per il recupero di una socialità per troppo tempo trascurata. Mi auguro però che rappresentino solo un primo passo verso il recupero di un rapporto con la più ampia socialità cittadina, colpevolmente attaccata da parole e comportamenti che vanno al più presto riparati nella maniera più adeguata. A nessuno sfugge il distacco che s’è creato tra amministratori e cittadinanza, specialmente con quella parte che non persegue altro scopo che la promozione sociale e civile e che per questi scopi si spende senza limiti e disinteressatamente. Perseguire o accettare la divisione nel tessuto sociale della Città che si amministra è una incomprensibile e grave mancanza, tanto più grave nel momento in cui si scopre tutta l’importanza dello sforzo comune e condiviso per far fronte a situazioni che lasciano poco spazio alle polemiche e alle contrapposizioni.

Enrico Longo

Il MyboxTG di venerdì 11 settembre '09 in cui è presente l'editoriale "La Postilla":

http://www.myboxtv.com/site/show.aspx?Cod=10800

venerdì, 21 agosto 2009

montagna[1]Piccoli e grandi uomini

Noi al mare o sui monti o in viaggio in cerca di bellezze di paesaggio o d’arte un mesetto di riposo lo concediamo al nostro cervello; i grandi della politica, invece, così adusi al lavoro e alla fatica del corpo e della mente, creano - producono - ammaestrano - senza posa, anche col solleone. Riposo fisico, non mentale per queste menti vulcaniche ed esplosive.

Nessuna sfera dell’esperienza umana è lasciata scoperta, nessun ambito del pensare e dell’agire. E mentre il Presidente del Consiglio si è interamente dedicato alla morale e all’etica, il suo “fraterno amico” Bossi si è lanciato sulla pedagogia e sulla nobile arte della musica. La scuola deve educare al separatismo, di qua i nordici, di là i sudici; l’inno di Mameli non è musicalmente bello, nel caso di un festival europeo rischieremmo di non qualificarci neppure per i quarti di finale, meglio il “Va’, pensiero”; i dirigenti scolastici e gli insegnanti sudisti ( o sudici) debbono conoscere il dialetto della provincia dove vanno ad operare e così via con tanti pensieri e proposte. Idee, contenuti, riforme; nella mente di Bossi in quel di Ponte di legno non c’è spazio per il relax, per il riposo. Le idee già tutte pronte, gli ambiti chiari e precisi. Si passi subito al resto: procedure, metodi e tecniche e criteri di valutazione, come si conviene ad ogni buona teoria pedagogica. Ma anche per questi aspetti è quasi tutto chiaro e pronto; anche in questo caso i leghisti danno prova di rigorosa e seria organizzazione. Scurati? Damiano? Bruner? No, certamente e nemmeno si farà ricorso ai grandi della psicologia e della pedagogia del passato. Niente Piaget, niente Popper e niente Montessori e niente nessun altro. I primi due poi sono stranieri, la terza addirittura al di sotto della linea gotica.

Per quanto riguarda la didattica del dialetto basta seguire la metodologia della signora Bossi, che insegna e se ne intende. Ecco, i dialetti si possono apprendere attraverso le canzoncine: “Oh mia bella Madunina”….ed è presto fatto: l’idoneità è conseguita. Per quanto riguarda la legge…ci pensa Calderoli, sempre al fianco di Bossi, con penna e taccuino e uno schema di legge pronto in testa. Come accadde per la riforma elettorale, fatta subito, con l’incredibile velocità e sicurezza del grande giurista. Venne fuori quella che lui stesso definì “una porcata” e che il mondo intero battezzò “porcellum”. Ebbene, anche in questa occasione, tutto è già pronto, manca solo il nome. Vogliamo attendere che sia ancora lui ad ispirarlo o tentiamo già noi di proporne qualcuno?

                                             

Al cinema Arena di Galatone tanta gente e nessun politico di maggioranza, nemmeno chi avrebbe dovuto sedere in tribuna come relatore. Assente anche il sostituto e il sostituto del sostituto. Presenti, tra il pubblico, due consiglieri di maggioranza per i quali, all’annuncio della loro presenza, non s’è avvertito neppure un timido pallido applauso. Per quasi tre ore si è parlato di sud, di problemi socio-economico-culturali e di sviluppo nella più completa assenza dei grandi politici nostrani che, volere o volare, sono quelli cui attualmente abbiamo affidato il nostro destino. A cose fatte, comunque, poco male, a parte la figuraccia. Ascoltando Veneziani e Blasi abbiamo avuto tutti conferma di quali siano le ragioni del nostro ritardo e quali le direzioni dello sviluppo. Qualcuno alla fine commentava di comprendere l’assenza dei nostri grandi della politica oltre a scoprire che ci stiamo muovendo ( se ci stiamo muovendo) nella direzione esattamente opposta a quella adombrata dal libro e dai relatori.

 

A proposito del libro di Veneziani, letto e apprezzato a tutte le latitudini, a nord come al sud: secondo voi l’avranno letto Bossi e Calderoli?

A presto

Enrico Longo

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domenica, 12 luglio 2009

1 

Con queste parole, certamente sentite, la mia scuola mi ha salutato al termine del mio ultimo collegio dei docenti. Parole che soltanto persone di scuola, avvezze ad entrare profondamente nell'umano sentire, a "leggere dentro", oltre le apparenze, a capire, comprendere e condividere, potevano avvertire e significare. Avermi connotato dei tratti della generosa disponibilità a spendere per gli altri le personali anche se minime conoscenze e  individuato l' orgoglio dell'appartenenza ad una cultura che ci avvolge dei  valori fondamentali dello spirito quali sono certamente la generosità e la piena disponibilità umana, aver rimarcato la costante difesa della scuola dai rozzi e ingiustificati tentativi di destabilizzazione che nessuno gli ha voluto risparmiare e che scaturiscono fondamentalmente da scarsa conoscenza della realtà o da malintesa idea pedagogica, mi hanno profondamente colpito e fatto vacillare. La lezione di Don Milani, la "meridionalità" profondamente vissuta e l'amore per la scuola hanno rappresentato, insieme alla famiglia e alla fede, i nuclei  centrali intorno ai quali mi si è costruita la visione del mondo e l’esperienza di vita. Resteranno certamente regolazioni essenziali per gli anni a venire. Grazie, dunque, maestri educatori sensibili e perspicaci, grazie per i tanti positivi anni di convivenza nel comune compito di elevazione spirituale, civile e culturale di tante generazioni, grazie per la sintonia e la comunanza solidale pur nella dialettica e nel civile confronto, grazie per la serenità che mi trasmettete con le vostre generose espressioni. Con l'augurio che possiate ricevere il giusto riconoscimento per l'illuminata e generosa azione educativa che quotidianamente profondete per le giovani generazioni, Vi abbraccio

Enrico Longo 

 

Galatone, 12 giugno

 

Carissimo Dirigente,

 

tutti noi della Scuola, docenti e non docenti, sentiamo oggi il bisogno di rivolgerle un saluto. Consapevoli della sua discrezione, non intendiamo fare molto rumore, ma non possiamo neanche far passare sotto silenzio un momento così particolare per lei e per noi.

Sarà, quindi, il nostro dire non il resoconto della vita professionale del dottor Enrico Longo che certamente è sotto gli occhi di tutti, ma l’espressione di un sentire di quanti, per tanto tempo, con ruoli diversi, le sono stati accanto e hanno camminato con lei come compagni di viaggio nel comune spazio educativo che è la Scuola.

Lo sguardo che le rivolgiamo oggi non vede le normali comuni divergenze di punti di vista, che hanno caratterizzato a volte il nostro modo di affrontare e di risolvere i problemi. Il nostro sguardo, oggi, osserva, al di là dei fatti contingenti, la persona che per tanti anni ha guidato la Scuola 1° Circolo Don L. Milani. Una persona che, con caparbietà elettiva, si è ispirata in gran parte ai principi e ai valori del grande educatore di Barbiana.

Quante volte la figura di Don L. Milani si è fatta presente nel suo essere uomo di scuola, amante del sapere, di quel sapere che vale solo se viene trasmesso.

Uomo di scuola e di cultura, aperto ai cambiamenti, capace di leggerli e di interpretarli in modo critico, di valutarne l’efficacia ai fini dell’operare quotidiano.

Uomo di passione per la storia del nostro territorio. Sebbene non sia stato galatonese di nascita ed abbia fatto sempre i conti con il suo “spirito emigrante”, galatonese lo è diventato per adozione; a Galatone ha costruito la sua bella famiglia e la rete di relazioni e di affetti che di solito radicano più in un luogo invece che in un altro.

E l’amore per il territorio di appartenenza è venuto fuori con la ricerca e l’approfondimento di figure di nostri concittadini che hanno dato lustro al nostro paese.

Il già famoso, fuori da Galatone, nostro poeta Ercole Ugo D’Andrea, ha potuto diffondere il profumo delicato del gelsomino anche tra i cuori di noi galatonesi, grazie alla sua opera di approfondimento e all’operare silenzioso e quotidiano di tanti docenti che hanno creduto come lei nella bellezza e nella singolarità della poesia dell’autore.

Lei ci ha ricordato, scrivendo il copione Le tante Storie, che la storia non viene scritta solo da grandi personaggi, ma anche da tutte quelle persone che “manzonianamente” sembrano passare sulla Terra senza lasciare traccia di sé. Dare invece valore al loro faticoso vivere quotidiano, ricostruirlo attraverso la ricerca di documenti scritti e di testimonianze dirette è un modo per rendere partecipi tutti di un patrimonio che ci appartiene e ci caratterizza e ci fa capire meglio chi eravamo, chi siamo e dove possiamo andare.

L’ultimo suo lavoro a favore delle classi quinte, ha mirato a far riconoscere le doti di accoglienza del nostro popolo anche verso gli Ebrei scampati all’olocausto.

E le testimonianze di noi compagni di viaggio non si fermerebbero qui.

Non dimentichiamo di ricordare “l’uomo di tolleranza” che, pur nel coraggio della verità, ha cercato sempre di salvaguardare il buon nome della scuola, di tutti noi, spesso bersaglio di attacchi esterni.

L’altra dote che le riconosciamo è quella della sensibilità umana, divenuta col tempo più ampia, ma sempre riservata e discreta: nessuno mai che si sia rivolto a lei per chiedere comprensione e aiuto, è rimasto inascoltato.

Sappiamo che il distacco della scuola non sarà indolore, ma siamo certi che lei si è già preparato. Le sue risorse intellettuali, sempre vive, troveranno terreno in altri spazi, il suo fervore di idee e la sua ricchezza di parole prenderanno forma, diventeranno poesia, storie narrate in copioni da drammatizzare, voce al microfono, per entrare nei fatti che caratterizzano la nostra società e, attraverso i moderni sentieri dell’etere, raggiungere menti e mete lontane.

E noi? Cercheremo di continuare a far valere la forza delle nostre idee, selezioneremo le nostre scelte con senso critico per progettare ancora itinerari al centro dei quali ci sarà sempre il bambino.

Siamo certi di interpretare così il suo augurio per noi, “gente di scuola”.

E per lei l’augurio di una nuova stagione felice.

 

Tutti noi della scuola

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categoria:cultura, scuola, pedagogia, fede, scienza, educazione, democrazia, galatone
giovedì, 02 luglio 2009

I docenti di Tuglie mi hanno chiesto di scrivere qualcosa per il giornale scolastico, La Voce della Scuola, sugli anni di insegnamento del loro dirigente scolastico, Antonio Imperiale, insegnante nel periodo in cui dirigevo il circolo didattico di Neviano che comprendeva anche le scuole di Tuglie, dove egli operava. Anni molto belli, ricchi di attività e di esperienze innovative, soprattutto di importanti rapporti umani che, per la loro sincerità e profondità, hanno contribuito a dare quel qualcosa in più all’impegno educativo e didattico. Ho aderito volentieri alla richiesta e, velocemente, ho buttato giù le parole che seguono, che mi sembra opportuno riportare su questo blog, che conserva tanti miei ricordi scolastici. Adesso vi aggiungerà queste parole che salutano il pensionamento di Antonio Imperiale che, per singolare coincidenza, cade nello stesso momento in cui anch'io lascio l'attività.

 

"Antonio Imperiale maestro"

Parlare di Antonio Imperiale maestro mi risulta, tutto sommato, non particolarmente difficile, data la linearità e la semplicità del suo carattere e il mio sicuro convincimento di averlo pienamente conosciuto nel corso dei tanti anni di convivenza, assidua e profonda, in qualità di amici prima che direttore e docente nelle scuole di Tuglie e di Neviano. Per riuscire nella descrizione e dire qualcosa di significativo si deve dunque andare alla persona, alla caccia di tratti e doti che nell’azione didattica quotidiana venivano fuori nella loro più autentica e fedele forma. Mi ripeteva spesso di aver vissuto una infanzia e una giovinezza molto felici e gratificanti, all’interno di una famiglia ricca di affetti e di valori: ne era chiaro e tangibile risultato. Una persona onesta, nei pensieri e nei comportamenti, aperta, sincera, amica; un maestro interamente dedito all’importante magistero, nel quale credeva fortemente e verso il quale riversava l’ammirabile bagaglio di doti di personalità e di cultura, di impegno, serietà, abnegazione. Capace di dialogo costante e appassionato con gli alunni, di naturale spirito empatico e di umana comprensione, si offriva spontaneamente quale esemplare modello e stimolo alla ricerca della conoscenza e dei valori che contano. Leader naturale e non solo per cultura negli anni in cui sono stato suo direttore era il mio punto di riferimento per le scuole di Tuglie, non solo in quanto collaboratore o vicario, ma per la sua prudenza, per l’agire responsabile e serio, per la particolare intelligenza, tutte doti che gli consentivano di risultare sempre congruo e all’altezza della situazione, di capire e sapere individuare le più giuste e opportune risposte. Su questi caratteri sicuramente converranno tutte le persone, colleghi e personale non docente, che hanno lavorato con lui o che abbiano avuto modo di relazionarsi in una certa maniera. Non gli ho mai sentito pronunciare alcunchè di disdicevole nei confronti di nessuno, anche quando forse sarebbe parso giustificabile: l’immagine della scuola e di ciascuno dei suoi operatori andavano posti al di sopra di ogni altra considerazione. Una persona libera e leale. Di questi tratti della sua personalità conservo nella memoria più di un episodio; rispettoso di tutti, non accettava che si attentasse alla sua dignità di persona e di docente libero, che gli si limitasse il diritto di poter dispiegare secondo personali modelli e opzioni l’azione didattica, che è anche azione educativa. Su questo fronte e per certe battaglie operavamo all’unisono. Parlare di Antonio Imperiale è, dunque, facile per uno come me che ne conserva piena e nitida immagine, purtuttavia le cose che rimangono non dette fanno aggio abbondantemente su quelle che possono venir fuori. Pensieri, valutazioni, sentimenti, che si ha più di una remora a significare, rappresentano la parte più notevole e caratterizzante di un rapporto umano. Non cedo comunque alla tentazione di esternarli, appartengono a me e li tengo, forse anche egoisticamente, per me. Un grande maestro Antonio Imperiale, e in queste mie parole non si vada a ricercare alcuna retorica o esagerazione. Un maestro ricco di quelle che ho sempre ritenuto le doti fondamentali per un educatore, competenza e motivazione. Antonio aggiungeva a queste doti una vasta e profonda cultura insieme alla naturale disposizione a relazionarsi, che gli veniva dagli studi di sociologia, completati nella tranquilla ed austera Urbino. Un grande maestro, di una generazione in rapida progressiva estinzione, di quelli di cui a scuola si sente profondamente la mancanza. Ogni giorno di più. “

 

Enrico Longo

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categoria:cultura, scuola, pedagogia
venerdì, 27 marzo 2009

LA POSTILLA N.13

 

La partecipazione negata

 

“Libertà non è uno spazio libero,

libertà è partecipazione!”

Così cantava un geniale cantautore italiano, un ritornello ormai vecchio di quarant’anni, che conserva intatta la sua attualità perchè, di qua e di là, per questo o per quest’altro motivo, i due termini, solidali e fortemente intrecciati nel loro più autentico significato, sono di frequente regolarmente separati, col risultato di togliere al conclamato principio di libertà la sua più naturale e ovvia estrinsecazione. La partecipazione è ridotta, è resa vacua, è negata. Le ragioni sono tante, i colpevoli altrettanti, ciascuno di noi ha pure le sue colpe.

La partecipazione è conoscenza di quanto ci accade intorno, dalle questioni economiche all’attività politica e amministrativa, da ciò che pensano (o non pensano) i politici a quanto hanno in mente (o dimenticano) di realizzare, delle intese, i contatti, le strategie (!), i propositi, le cose a breve o lungo termine. Tante cose ci sfuggono o non comprendiamo, per un costume di chiusura e di omertà eretto a regola, inspiegabilmente accettato da molti e avvertito, invece, dai pochi avvezzi alla partecipazione, come ostacolo incrollabile e duro a morire.

La partecipazione è relazione, confronto, dibattito ma i tempi dell’interazione si vanno progressivamente riducendo e le sue modalità di esercizio, nelle rare occasioni, quasi sempre sopraffatte da preconcetti, fatalismo, rassegnazione, sospetti, rifiuto. Molti tra noi non vogliono discutere, perchè disgustati – stanchi – delusi o perchè, più semplicemente, non ne hanno interesse. Qualcuno ha la verità in tasca e non la vuole esibire, qualche altro non è avvezzo ad ascoltare, un terzo, infine, spara a destra e a manca dove trova soltanto immoralità-malcostume-secondi e terzi fini. L’uno e l’altro e l’altro ancora, in sostanza, si sottraggono al dialogo e accettano indirettamente la logica del silenzio e del privatismo che politici e amministratori sanno poi opportunamente sfruttare.

La partecipazione è impegno, intelligente e collaborativo, ma i luoghi e i tempi per esercitarla sono ormai circoscritti quasi esclusivamente al mondo delle associazioni e dei circoli, ai quali dovremmo guardare con sempre maggiore attenzione e considerare ineliminabile palestra di formazione democratica.

La partecipazione è una competenza complessa per le abilità che presuppone, ma semplice da acquisire, perchè non ha bisogno di lezioni formali o di particolari sforzi intellettuali. La si apprende vivendola, attraverso l’esperienza, appunto…partecipando.

Ma la partecipazione ci sembra negata e non è difficile elencarne responsabili e modalità. E’ negata:

-         dai partiti politici che aprono i battenti soltanto quando torna comodo e dai politici restii a profferir parola quasi nascondessero segreti di stato;

-         da quegli intellettuali, egoisti e aristocratici, che fanno della conoscenza una gelosa proprietà privata e da quanti si chiudono nella propria cameretta a creare un qualcosa che, non offerto e non dato, perde qualunque valore di bene culturale;

-         da quanti, inguaribili narcisi, confondono la cultura con l’ espressione dotta o la frase ad effetto e trascurano la sua principale funzione, che è quella del comunicare e di farsi intendere;

-         da quanti, prigionieri della supponenza e dell’arroganza, sono soltanto disposti a parlare, mai a prestare ascolto o da quanti hanno già pronta la conclusione per qualsiasi argomento in discussione e considerano la verità come il punto di partenza e non come la conclusione di una faticosa ricerca.

  Ancora:

-         è negata dai giornali, perchè dietro ad ogni testata giornalistica si nascondono gli interessi dell’economia o dell’ideologia; è distorta dalla televisione, sempre più condizionata dagli ascolti e disposta ad accettare trasmissioni spazzatura, dove la vacuità e le grida la fanno da padroni;

-         è impedita dallo scarso interesse per la conoscenza e la personale informazione;

-         è ostacolata da chi detiene le leve del comando e che dall’ignoranza dei fatti ha tutto da guadagnare, per cui spegne o tenta di neutralizzare qualunque strumento di voce libera e plurale;

-         è vittima di quella scuola e di quella pedagogia che non mettano all’apice dei traguardi formativi la persona nelle sue più significative peculiarità: originalità, divergenza, senso critico, autenticità.

Se la partecipazione è negata lo è anche la libertà che ad essa si accompagna, per cui ricorre sempre più spesso il sentimento di essere cittadini a “libertà condizionata”. Perchè tante cose si pensano, si decidono e si fanno, senza che noi ne sappiamo mai nulla. Perchè nessuno ci interpella nelle azioni decisive della vita sociale o nei momenti che contano: non sappiamo nulla di ciò che accade nei palazzi del potere, non siamo interpellati nella scelta dei candidati, scopriamo di contare soltanto come elettori e non come cittadini, non comprendiamo perchè non si faccia la raccolta differenziata e ci troviamo da un giorno all’altro sommersi dalla spazzatura, scopriamo che dietro la conclamata difesa dell’ambiente e le reiterate promesse di forme d’energia pulita si ritorna al vecchio delle centrali nucleari o degli inceneritori travestiti da valorizzatori, siamo costretti ad assistere impotenti al disinteresse verso il degrado delle strutture sportive che minaccia anche quel minimo di possibilità rimasta per i nostri giovani di vivere esperienze gratificanti e formative, inciampiamo nelle tante buche che ricamano artisticamente le nostre strade, vediamo regolarmente sporche le vie della nostra cittadina, le piazze, le campagne, le spiagge e non vediamo cambiare mai nulla nonostante le ripetute richieste e le tante promesse, constatiamo con raccapriccio, contro ogni nostro intendimento e pubblico interesse, che ben sette candidati si sfidano a singolar tenzone per governare la nostra cittadina ed occupare una poltrona comoda e soporifera.

Amico anonimo, ti ringrazio per avermi fatto conoscere, attraverso un commento sul mio blog, quella poesia di un altrettanto anonimo poeta, dove son dette tante verità e tante cose sagge. Già, l’anonimato, altro epifenomeno della partecipazione negata, perchè dire ciò che si pensa può a volte risultare pericoloso in una società non ritenuta libera e giusta.

Non siamo liberi, dunque, e non tentiamo neppure di diventarlo, perchè accettiamo che tutto questo accada, rinunciamo a far sentire la nostra voce, non controlliamo che si realizzino realmente i programmi e si mantenga fede alle facili promesse, non protestiamo nelle forme giuste, non cerchiamo di capire e di farci una ragione di tutto questo, non abbiamo il coraggio di pretendere e di metterci insieme in nome del diritto di sapere, di conoscere, di partecipare, di essere cittadini consapevoli e liberi.

Sì, Gaber aveva ragione, libertà e partecipazione non possono essere declinati separatamente. Non so se la mia analisi è corretta e completa, forse soffre di qualche omissione, ma dice abbastanza. Sono tanti i responsabili e le ragioni della grave lesione del nostro diritto a partecipare, ne abbiamo fatto un elenco, volendolo, potremmo sapere da dove cominciare.

Enrico Longo

Il link del MyboxTG di venerdì 27 marzo in cui è presente "La Postilla":

http://www.myboxtv.com/site/show.aspx?Cod=8771

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martedì, 17 febbraio 2009

Il coraggio di interrogarsi

 

Quando pensai all’argomento da discutere nella puntata n.31, avevo davanti a me una problematica ben precisa, che non sfugge sicuramente a nessun osservatore attento della nostra società e della quale il fatto di Nettuno rappresentava un segnale perfettamente indicativo. Una realtà in cui si stanno progressivamente perdendo le fondamentali coordinate di una società sana, solidale, centrata sui valori perenni del rispetto, della dignità, del libero e civile rapporto di convivenza. Una società che, in tutte le sue strutture e nella generale organizzazione, si preoccupi di darsi e tramandare modelli di comportamento e direzioni etiche improntati a sicuri principi morali, che curi costantemente di “riempire” la mente delle giovani generazioni di contenuti e di senso. La famiglia è la prima struttura sociale significativa, unica e diversa da tutte le altre, per il suo caratteristico modo di socializzare e di educare, forse l’unica alla quale è assegnato, istituzionalmente, un compito educativo globale, pervasivo, strutturante. L’educazione familiare si realizza nella convivenza, nella rete dei sentimenti, nei rapporti quotidiani, nei richiami al dovere, nelle catechizzazioni fatte al momento opportuno, ma non ha nulla di estemporaneo o di improvvisato. Nessuna famiglia può pensare di educare nelle forme più adeguate se non ha chiara l’idea delle cose da trasmettere (contenuti), delle direzioni verso cui orientare, del metodo attraverso cui veicolare al meglio gli uni e le altre, in un processo educativo che è orientamento, appunto, ricerca dell’”oriente”, delle giuste mete da perseguire e, possibilmente, raggiungere. In quanto comunità, educa e orienta attraverso la vita e le esperienze quotidiane, è una realtà “esemplare”, ossia che educa attraverso l’esempio e le vie indirette della comunicazione spontanea. Le decisioni che vengono prese, i commenti che si fanno, i giudizi che si lanciano, ogni minimo profferire di parola, anche su cose apparentemente banali e neutre, possono avere un riflesso, positivo o negativo, sollecitante o sconvolgente, nella coscienza “in costruzione” dei fanciulli e dei giovanetti. La scuola completa, integra e a volte incide anche in profondità; e così anche il mondo delle associazioni, nel quale il giovane dovrebbe entrare il più presto possibile, ma nessuna di esse può assumere funzione vicariante della famiglia, senza effetti più o meno gravi o senza lacune e vuoti educativi. Certamente i ragazzi trovano anche al di fuori della famiglia modelli significativi e stimolanti, ma nulla può sostituirsi a quel processo di “assorbimento” spontaneo di modelli di pensiero e di vita che è tipico ed esclusivo dell’interazione familiare. In questa si va affinando la sensibilità, si vengono acquisendo le regole della condotta, si assumono i valori, si viene formando la persona, possibilmente completa, armonica e piena. Non tutto è rose e fiori nella vita familiare, ma è bene precisare che non può e non deve essere così; il giovane deve conoscere il rifiuto, la difficoltà, l’opposizione, purchè siano giustificati ed orientati secondo i modelli educativi fondamentali; deve affrontare le avversità, incontrare soggetti diversi e opposti, fare i conti con le regole cui nessuno può sottrarsi essendo, esse, parte insostituibile della formazione alla moralità (Kant, Piaget, Ausubel). Sull’educazione familiare, a causa della sua importanza, si potrebbero dire tante cose e sarei tentato di scrivere un romanzo a puntate, ma credo che nell’economia del discorso sia utile darsi delle domande. Le famiglie, oggi, hanno sempre dinanzi a sè un progetto educativo? Sono consapevoli della necessità di dover stabilire delle regole di condotta precise e certe, necessarie e costanti? Hanno chiara l’idea della estrema plasticità del bambino che assorbe, come diceva la Montessori, contenuti, modi e forme dell’esperienza esterna e che, non orientato per tempo e secondo le giuste vie, rischia di procedere verso direzioni sbagliate, dalle quali ben difficilmente potrà essere poi recuperato? La famiglia è l’istituzione che deve dare “senso” alle esperienze di vita, che deve orientare verso il “positivo”, verso l’altro, che deve curare tempestivamente la socializzazione primaria, che deve progressivamente far acquisire e consolidare i valori (del bello, del buono, del giusto, del rispetto, della libertà, della pace, della solidarietà...), aprire agli interessi positivi, far acquisire le regole del buon comportamento, orientare alla seconda socializzazione, verso la socialità più comprensiva del gruppo sociale, curando di tenere costanti e costruttivi rapporti con le realtà formative e sociali successive, e in primis, con la scuola. Tutto questo, però, non sempre accade, sempre più frequentemente viene trascurato, a volte del tutto dimenticato o tradito. E allora ecco le incoerenze tra gli istituti educativi, di cui parla don Francesco, gli episodi di prevaricazione, su cui si ferma Giuseppe Manisco, l’andare oltre le stesse richieste dei ragazzi, come esordisce Giorgio Colopi, il vuoto sociale e i conflitti tra le stesse istituzioni educative su cui si ferma a riflettere Tiziano Resta. E’ la famiglia che domina la discussione, e non poteva essere altrimenti. Mi viene di rammentare le sagge parole di J.Dewey il quale, per la lunga vita vissuta (1859-1952), ebbe modo di verificare tanti cambiamenti sociali, ma non sconfessò mai quanto ebbe a scrivere nel 1897 (Scuola e società), ossia che la socializzazione etica della famiglia patriarcale,  aveva in sè, come valore educativo intrinseco, l’orientamento verso l’ interiorizzazione delle buone regole, perchè ogni membro della famiglia, dal più piccolo al più vecchio, aveva da affrontare dei problemi e da assumere impegni nell’intrapresa familiare. Anche il più piccolo partecipava ai principali processi della vita giornaliera, dal loro manifestarsi sino alla più felice conclusione, e nella fatica del vivere nessuno era esonerato dal fornire il contributo possibile: fare luce, accendere la legna, tosare le pecore, accudire gli animali. Da queste considerazioni il grande filosofo e pedagogista americano concludeva che le leggi della socializzazione e dell’educazione morale, vere e profonde, si reggevano fondamentalmente su un caratteristico modello di esperienza: il lavoro collaborativo per uno scopo comune. Impegno, rispetto delle regole, condivisione di scopi e interazione solidale, serietà e responsabilità, ecco le regole per dare senso e significatro all’agire e per veicolare nella giusta forma il processo educativo della persona. E questi modelli debbono tornare a rappresentare motivi basilari dell’educazione anche oggi, per il contributo di senso e di responsabilità che contribuiscono a generare e per scongiurare quel senso di vuoto e di disorientamento che sempre più frequentemente andiamo rilevando. Una buona socializzazione familiare, rapporti positivi di collaborazione e di integrazione con la scuola e, presto, il completamento sociale ed etico con l’ingresso nel mondo associativo, religioso, culturale o sportivo, che ha il pregio di completare la formazione della personalità e a volte di colmare lacune o di modificare errate direzioni di marcia. "Don Mimino a volte era profetico", dice Tiziano Resta, e in effetti il nostro indimenticato parroco spese le sue migliori energie per la promozione dell’associazionismo nella nostra cittadina. Ed è certamente su di esso che possiamo contare per cercare di conservare sana la nostra comunità che, grazie a Dio, fa delle tante associazioni uno degli elementi più importanti per conservarsi al riparo dai tanti guasti sociali che rileviamo sempre più frequentemente.

Un’ora passa presto, soprattutto quando si affrontano certe problematiche, non abbiamo sicuramente esaurito l’argomento, probabilmente vi abbiamo soltanto fatto ingresso; chissà che non ci si torni, magari quanto prima. Per ora accontentiamoci di aver aperto il discorso e conserviamo la speranza che sia servito almeno come stimolo ad interrogarsi.

 

Enrico Longo

Il link della puntata:

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categoria:cultura, scuola, pedagogia, comunicazione, educazione, democrazia, societĂ , galatone
domenica, 04 gennaio 2009

   Per i più piccoli 

 

La Storia della pasta

 

Isola Gaia era scritto sulla carta geografica; Isola Triste l’avevano ribattezzata i suoi abitanti. Ed era giusto, perché oltre il sole, il mare, un grande fiume…non c’era niente altro: soltanto una lunga distesa pianeggiante ricoperta d’erbacce e di rovi; non alberi da frutta…soltanto piante selvatiche che offrivano le loro bacche dolci e succose. Ma soltanto e sempre bacche ed erbe potevano mangiare  i suoi abitanti, la mattina a colazione, e poi ancora erbe e bacche a pranzo, e lo stesso a cena…sempre così, anche la domenica e il giorno di Pasqua. Bacche ed erbe anche a Natale e il 32 gennaio, la principale festa nazionale.

I cittadini di Isola Gaia/Triste erano persone  perbene, oneste, non avevano mai rubato, anche perché non si poteva rubare il sole, o il mare o il grande fiume, né era, tutto sommato, opportuno rubare i rovi e le erbacce.

Erano grandi artisti e amanti delle arti; in ogni famiglia c’erano almeno tre artisti su quattro; pochi ce n’erano tra le donne specie se sposate, quelle che ogni giorno avevano il poco invidiabile compito di preparare il pranzo e servire a tavola. In quei particolari momenti in ogni famiglia c’erano litigi e grida, le mogli si facevano sentire, a volte accompagnandosi con strumenti da cucina, alcuni dei quali furono detti matterelli perché usati da quelle donne nelle occasioni in cui erano veramente “fuori dai gangheri”.

Una signora, una tale  Demonia De Svitatiis, si diede un giorno col suo matterello a menare non solo al marito e a tutti i suoi figli maschi, ma anche sui quadri, quadretti e sui fogli da musica, gridando con ferocia: “Ve la do io la musica, ve la do io la pittura” se poi non c’è nulla da mangiare, se dobbiamo sempre assaporare quel maledettissimo sapore dolciastro delle bacche e quello amarognolo dell’erba selvatica.

Alcuni mariti, spaventati, pensarono che fosse prudente allontanarsi per un certo periodo dalla loro isola e decisero di andare in volontario esilio in altra più igienica zona sino all’avvento di giorni più propizi.

Approdarono a Cerealiland, un’isola non lontana, non certamente bella e pittoresca come isola Gaia/Triste, priva purtroppo di artisti e poeti, abitata solo da contadini, non molto istruiti, rozzi, forti, laboriosi.

In quest’ isola non si riposava mai, sempre a lavorare, sempre a coltivare i campi. Non c’erano università in quell’isola, né scuole liceali, c’erano soltanto tre asili  infantili, nessuno conosceva il latino, nessuno sapeva di greco, tutti odiavano le lingue straniere. La loro passione erano i campi, gli alberi da frutta e le erbe…coltivate. Quella più diffusa era una certa  spiga  che, a loro dire, era la pianta più nobile e preziosa.

Ai profughi sembrava strano tutto ciò e qualche volta, di nascosto, ridevano della dabbenaggine di quella gente, che passava tanto tempo a curare quella strana pianta, piccola, con uno stelo talmente risicato, così magra e smunta da sembrare l’emblema della fame, non certo dell’abbondanza.

E invece per quelli era la pianta più nobile, più preziosa, più utile.

Osservavano attentamente il loro operato e li vedevano gioire quando pioveva. Dicevano: “Meno male che piove. Chissà come si disseteranno le spighe.” E quando per lungo tempo non pioveva, li vedevano afflitti: “Chissà come soffriranno le spighe per questa lunga siccità”.

E subito giù a portare acqua, a costruire argini intorno al fiume, a fare canali e a dirigere l’acqua verso le spighe. E poi tutti soddisfatti a dire: “Siamo stanchi, ma almeno le spighe staranno finalmente bene”.

Quando arrivò la primavera non pensarono più all’acqua e sembravano contenti nelle giornate di sole. Li si sentiva dire: “Forza sole, asciugale, rinforzale, biondeggiale!”.

In una giornata di giugno gli ospiti di Cerealiland furono svegliati da un colpo di cannone, dal cantare dei galli, da campane e campanelle, da trombette e tric trac. Per tutte le strade era tutto un correre: correvano gli uomini, correvano le donne, correvano i vecchi, i bambini, gli zii e i cognati, i nipoti e i cugini; tutti verso i campi, saltando, cantando, sghignazzando.

Cos’era successo? La rivoluzione? Sono scesi i marziani?

Niente di tutto questo. Andavano tutti a tagliare le spighe e poi le accumulavano, ne facevano mucchi, le battevano, nei giorni successivi le calpestavano.

A chi chiese spiegazioni fu risposto che era arrivato il tempo del raccolto, i giorni dell’abbondanza e della felicità. E quindi videro quelle spighe ridotte in polvere e poi impastate con acqua e prendere forme strane. Sentirono dire che quella roba era la più gustosa leccornìa  esistente. Furono invitati, increduli, al primo banchetto ufficiale e ne restarono conquistati. Decisero che dovevano fare qualcosa per le loro donne, per i loro bambini, per i loro vecchi.

Presero ciascuno di loro una spiga e la portarono a Isola Gaia/Triste; dissodarono il terreno, lavorarono e lavorarono, sudarono e sudarono, ma non pensarono mai alla loro fatica, alla loro sofferenza:  fecero esattamente tutto ciò che avevano visto fare agli abitanti di Cerealiland. Con l’aggiunta di una cosa soltanto. Come ho detto, essi erano artisti e vollero dare il tocco della loro arte a quella cosa che chiamarono  pasta. E così vennero fuori le tagliatelle, i rigatoni, le lasagne lisce e ricciolute, i granulini, i maccheroni.

Tutte le forme di pasta che oggi vediamo sulle nostre tavole fecero la loro prima apparizione nelle felici tavolate di Isola Gaia/Triste.

Tutti erano soddisfatti, tutti erano beati, ma più beati e soddisfatti di tutti…le mogli e i camerieri che, finalmente, ricevevano sorrisi e complimenti quando presentavano i piatti in tavola.

Così finisce la storia della pasta. Ah, c’è da dire un’ultima cosa. Con l’arrivo della pasta Isola Gaia/Triste tornò a chiamarsi Isola Gaia, com’era giusto che fosse, com’era scritto sulla carta geografica da 200 anni e più.

 

    Enrico Longo

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