LA POSTILLA N.34
La difficile arte
La comunicazione, prima e insopprimibile esigenza degli uomini, nella società postindustriale sembra pericolosamente esposta ad un fenomeno di erosione funzionale, che rischia di farle progressivamente perdere ragione ed efficacia. Si parla sempre meno nell’inimitabile esperienza del “faccia a faccia”, dove la parola è “uno” e non l’unico mezzo di veicolazione del messaggio, essendo parti significative tutte le componenti “soprasegmentali” alla parola e, in particolare il tono, le espressioni facciali, gli atteggiamenti, tutti gli altri strumenti fàtici. Tale tipo di relazione è senza dubbio la più efficace, perché si gioca su un costante scambio di ruoli di parlato-ascolto, si torna più volte per puntualizzare e precisare, si chiede e si ottiene conferma alle ipotesi. Insomma nel “faccia a faccia” si ha la possibilità di spiegarsi e di comprendere. Eguale risultato si può ottenere attraverso il confronto tra due o più interlocutori in un dibattito pubblico, dove la presenza di spettatori fornisce un valore aggiunto, specie se li si renda compartecipi attivi dell’esperienza. Queste dunque le migliori forme di relazione comunicativa, contro le quali si vanno però rilevando due ostacoli, sempre più consistenti. Il primo ostacolo è rappresentato dalla fuga da tali forme di comunicazione per ragioni che possono risultare più o meno comprensibili. Insomma si compare in pubblico molto raramente e quando fa comodo, si è sempre poco propensi ad esporsi e, se proprio necessario, ci si guarda bene dall’essere diretti e chiari. Ne vien fuori, di regola, una comunicazione-non comunicazione opaca, criptica, dai significati plurimi e dalle interpretazioni facili da smentire. La politica ce ne fornisce due esempi: c’è chi parla ogni giorno, smentendo “a posteriori” le interpretazioni scomode e c’è chi non parla mai, preferendo chiudersi nelle “secrete stanze”, nel silenzio o nel monologo.
Il secondo ostacolo è rappresentato da quelli che definirei i “filtri” della comunicazione, alcuni positivi, come la cultura, le conoscenze pregresse, la propria visione del mondo, che risultano facilitatori della relazione; altri sicuramente non legittimi e non utili, come l’ideologia e l’interesse di parte, che nella misura in cui fanno aggio su tutte le altre componenti della comunicazione, ne alterano senso e significato che indirizzano nelle direzioni più disparate e più convenienti. Se per il primo problema può anche bastarne la segnalazione, qualcosa di più merita il secondo che stravolge la finalità della comunicazione e finisce con l’ingenerare un clima di generale incomprensione.
L’intervista a Luxuria, oggettivamente rilevante per le questioni sollevate, tutto sommato non ha suscitato il giusto clamore, anche se su Myboxtv ha ricevuto un discreto numero di ascolti e qualche significativo commento. Sul piano nazionale è scattato il filtro dell’omertà e del mito della “normalità”, che hanno oscurato il principio della “diversità come valore” che evidentemente vale per tutte le condizioni, ma non per il cambiamento di sesso di una persona, che si vede da un momento all’altro rifiutata dal mondo e senza lavoro.
Restiamo nel tema. L’orientamento alla tolleranza ed all’accettazione del diverso, le ragioni e le modalità della sua migliore integrazione sono “materia scolastica” e finalità generali della formazione dei giovani, ma non sembrano eccessivamente considerati neppure da chi sta al potere per cui dovrebbe preoccuparsi di verificarne rispetto ed osservanza. Ai piani alti della politica si assiste invece ad una generale levata di scudi nei confronti della terza carica dello Stato, che propone misure applicative di tale significativo orientamento culturale, che non sembrano antitetiche nè ai traguardi educativi della scuola, né ai principi generali della Costituzione che trovano fondamento nell’art. 3, che, come tutti sappiamo, così recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”
Bene, si vuole soltanto ridurre i tempi per l’acquisizione della cittadinanza ai fini di una più tempestiva e completa integrazione nei confronti di quanti hanno posto il domicilio da noi, hanno un lavoro, osservano le leggi, pagano le tasse e contribuiscono, quindi, al benessere collettivo. In questo caso è intervenuto il filtro ideologico della Lega, forte di una crescente egemonia politica che non va trovando ostacoli e opposizione alcuna.
Il ministro della P.I. ha dichiarato che nelle classi non deve essere superato il tetto del 30% di immigrati. Una dichiarazione che si presta ad almeno due diverse interpretazioni e che non mi sento di condannare “a priori” prima che ne venga esplicitato il senso. Si vogliono distribuire meglio gli immigrati per evitare le classi-ghetto come accade da qualche parte, dove questi soggetti scomodi vengono concentrati tutti in un’unica classe? Si vuole dunque favorire la compresenza di più modelli culturali e quindi la migliore loro integrazione? In questo senso io sarei pienamente d’accordo, perché si garantisce agli immigrati il diritto ad un trattamento didattico giusto e formativo. Se invece si intende porre il 30% come un limite alla frequenza, allora sono con quanti hanno visto, in questa, l’unica interpretazione. Si tratterebbe di una sorta di “respingimento” di chi minacci di entrare nei nostri territori socio-culturali. Ecco, ancora una volta, l’importanza di essere chiari ed esaurienti nel proporre il messaggio e dell’onestà interpretativa di chi lo riceve, che non deve distorcerlo attraverso alcun filtro di comodo.
“A scuola non si fa politica”, ha tuonato ancora la Gelmini, e anche questa è una frase da puntualizzare, perché potrebbe ingenerare il sospetto che si voglia trasformare il docente in una semplice macchina che fornisce informazione a comando. No, ministro Gelmini, qui è abbastanza ambiguo il messaggio. Sarebbe stato più opportuno parlare di parzialità-tendenziosità-univocità-acriticità come difetti da evitare, perché l’alfabetizzazione scolastica deve essere, insieme, un processo di acquisizione di conoscenze e di sviluppo dei poteri mentali, all’interno di una progressiva individualizzazione, che è conquista di sé nel senso della diversità e della divergenza. Nessun indottrinamento quindi nella scuola e nessun limite all’azione didattica ed educativa del docente, che deve liberamente dispiegarsi in funzione della piena realizzazione dei suoi allievi. Difetto di veicolazione del messaggio o manifesta volontà di condizionare l’azione formativa dei docenti? In questo caso pongo decisamente il filtro del popperiano senso critico, che non sopporta parzialità e forzature nella ricerca del vero. E raccomando uno studio accurato del semantema “politica”, da troppo tempo e da tanti considerato non nella sua più genuina accezione, ma nella veste che gli è stata confezionata dalla stessa politica e da certe sue basse vicende.
In questi ultimi giorni sta chiaramente venendo fuori il rapporto difficile tra informazione e potere, dove sono rinvenibili eccessi da una parte e dall’altra, insieme ad una pericolosa deriva di certa stampa verso il pettegolezzo e lo scandalismo. Anche qui risulta latitante la chiarezza e l’onestà della comunicazione e della critica che, per quanto dura e senza sconti, deve conservare obbiettività nei confronti delle questioni e rispetto per la persona.
Torniamo agli elementi base della semiologia.
Nella comunicazione, come tutti sappiamo, risultano necessari tre elementi: l’emittente (chi comunica), il qualcosa che vien detto (il messaggio) e il ricevente (chi ascolta o legge). L’assenza di uno di questi tre elementi inficia l’atto comunicativo e lo rende inutile, insignificante, inesistente.
A creare impedimento alla comunicazione da tempo esistono due forme, il “Qui lo dico, qui lo nego” che fa mancare il messaggio (detto e non detto contemporaneamente) e “l’Anonimato” che fa mancare l’emittente (un messaggio che arriva chissà da chi e chissà perchè). I filtri ermeneutici, come detto, fanno venir meno l’onestà interpretativa del ricevente. Vizi che impediscono di fatto la relazione comunicativa e che dunque rappresentano la “non comunicazione”.
Negli ultimi giorni a queste due forme da noi se ne sta aggiungendo una terza, che definirei il “c’era una volta”, la comunicazione attraverso la riscrittura di una favola o di un racconto che, a ben vedere, nel conservare gran parte dei vizi su detti, sembra aggiungerne degli altri, ad ulteriore detrimento del rapporto comunicativo. Raccontando favolette o facendone riscrittura infatti:
- si offre una comunicazione oltre che criptica e nebulosa, non onesta, perché non si dà la possibilità a chi è il bersaglio di chiarire come stanno le cose, che potrebbero essere molto diverse da come pensi chi scrive la favoletta;
- si rischia di non risultare utili a risolvere per il meglio i problemi se la risoluzione dei problemi è lo scopo di chi scrive. La persona bersaglio della critica, infatti, può non sapere di esserlo, per cui non è posta nella condizione di chiarire meglio la sua posizione.
E’ da tenere in conto, infine, che l’uso di queste favole non condivide la finalità morale del classico “castigat ridendo mores”, presentandosi invece come forma alternativa di semplice comunicazione.
Perché dunque far ricorso a tale strumento, non onesto, non esplicito, non utile? Meglio tornare alle normali forme di comunicazione: diretta, esplicita, solare, senza riserve. Riprendere l’abitudine di parlare e di ascoltare, di sforzarsi di capire, di mettersi dal punto di vista dell’altro, di non voler sempre avere ragione, di accettare le critiche. Di parlare, ragionare, argomentare, criticare, approfondire. Con il solo intendimento di sapere come stanno realmente le cose. Capire perché qualcuno si lamenta, perché qualcuno critica. E soprattutto non arrogarsi il diritto di stilare pagelle o di ricorrere ad immagini offensive. Non è poi un’arte così difficile quella del comunicare, richiede soltanto disponibilità per l’altro, rispetto per la sua dignità di persona e il coraggio della chiarezza. Con un piccolo sforzo possiamo farcela tutti.
Enrico Longo
Il MyboxTG di venerdì 18 settembre '09 in cui è presente l'editoriale "La Postilla":
http://www.myboxtv.com/site/show.aspx?Cod=10939