venerdì, 30 ottobre 2009

postilla40LA POSTILLA N. 40

 La svolta?

Segnali di una svolta forse timidamente in atto nelle ultime settimane son sembrati sempre più evidenti e marcati. Assessori e consiglieri che cominciano ad apparire in pubblico; il sindaco che taglia qualche nastro e fa delle improvvise comparse; qualche via cittadina rimessa a nuovo, anche perché non se ne poteva proprio fare a meno; la sorpresa di vedere qualcuno intento a dare una sistematina alle siepi di piazza Itria e a rimuovere gli storici rifiuti, lasciati dall’ineducazione e dall’assenza di ogni controllo. A dare ulteriore fiato alla speranza avevano contribuito gli echi delle espressioni di Ginetto Filoni che dava per già fatto l’intero piano di strutturazione del museo polivalente da allogare nel palazzo marchesale e la fiducia manifestata circa il benevolo accoglimento della bozza di fondazione. Infine, le parole pronunciate dal sindaco che, materializzatosi dal nulla mentre l’incontro col prof. Kiesewetter era ai saluti, presentava ai fortunati presenti la solenne profezìa: “fra tre-quattro settimane acquisterò il Castello di Fulcignano”. Ebbene, dal momento che la matematica non è un’opinione, sommando l’una e l’altra e l’altra cosa il risultato poteva legittimamente far pensare ad un significativo cambiamento di rotta nell’amministrazione della città. Ad una svolta. Ed io, nonostante l’esperienza di fatti e persone, non mi son sentito di escluderlo e con la magica accattivante parola ho deciso di titolare questa postilla, anche se, prudenzialmente, l’ho accompagnata con un interrogativo, che sarei tanto felice di poter depennare. Oggi però, dopo la partecipazione a Tribuna Galatea, di punti interrogativi sarei tentato di metterne più d’uno. Vediamo perché. Sindaco e Presidente del consiglio, formalmente invitati alla puntata, non si sono presentati. Si sarebbe dovuto discutere del progetto La Città del Galateo e della bozza di fondazione. Argomento evidentemente troppo complesso, fastidioso o indigesto che, nella migliore delle ipotesi, sembra richiedere più lunghi tempi di delibazione. Ma c’è dell’altro. Giuseppe Manisco, nonostante le rassicuranti dichiarazioni di Ginetto Filoni, non ha ricevuto sinora alcuna risposta alla formale richiesta del sito in cui alloggiare i lavori leonardeschi. Al progetto di fondazione, per concludere, non è stata data alcuna risposta. Per quanto riguarda le assenze, nihil sub sole novi: la solita mancanza di rispetto nei confronti di persone e di gruppi, il manifestarsi dei soliti malanni che colpiscono in occasione di ogni convocazione o l’idiosincrasia che coglie il sindaco tutte le volte che c’è di mezzo Livio Nisi. Anche questi motivi non destano sorpresa essendo fatti spiegabili, nel primo caso con il troppo impegno nel lavoro amministrativo che logora e rende ricettivi ai contagi e, nel secondo, facendo doveroso ricorso alle leggi della prossemica. Quel che invece preoccupa è quanto viene ad aggiungersi a queste due cose e che sembra aprire scenari diversi e ormai impensabili. Come spiegare il mutevole atteggiamento nei confronti di Giuseppe Manisco, per il quale prima si aprono e poi si chiudono le porte della disponibilità? Quale il valore da dare alle parole del vicesindaco, sicuramente sincere perché provenienti da una persona che tutti conosciamo come aperta, coerente e disponibile? E’ il vice sindaco-assessore all’urbanistica una figura di potere in seno al team dirigente o questo è tutto nelle mani del sindaco? E se così è, quale il ruolo di giunta e consiglieri? Sono, questi, tutti rassegnati a condividere le critiche ogni giorno più severe sul modo di amministrare la città, senza dar segno di alcuna divergenza verso decisioni che non condividono? In effetti, di fronte alla realtà delle cose, la sensazione che a Galatone manchi una guida capace torna con sempre maggiore evidenza. Un sindaco, un capopolo interno e vicino come ce l’hanno altre cittadine che, pur prive di risorse come quelle che noi possiamo vantare, ci stanno certamente davanti per organizzazione e sviluppo. Un Blasi o un Durante, tanto per citare due nomi, due punti di riferimento costante, presenti e disponibili, i veri artefici del progresso e dello sviluppo dei rispettivi territori. Alla testa delle operazioni e secondo una seria e rigorosa programmazione hanno saputo realizzare ottimi risultati e saputo guadagnare la fiducia e la stima dei cittadini elettori. Da noi manca, invece, ogni parvenza di programmazione, si naviga a vista, alternando exploit estemporanei che lasciano il tempo che trovano ai tempi biblici necessari anche nella realizzazione delle piccole cose. La raccolta differenziata, tanto per citare qualcosa, è stata pressochè dimenticata, nessuna azione preparatoria è stata avviata nei confronti della popolazione, mentre è andata sprecata l’importante azione formativa promossa dalla Provincia che saggiamente si è appoggiata sull’azione educativa della scuola. Per avere idea della sensibilità ambientale dei nostri amministratori basti pensare che dinanzi ad un disastro come una discarica sequestrata, per tutti motivo di preocupazione e di vergogna, non hanno trovato di meglio che accusare le opposizioni di voler mettere in cattiva luce l’amministrazione e di intaccarne l’immagine. Nessuna preoccupazione, invece, per i danni all’ambiente e alle persone. E intanto, mentre a Lecce, su iniziativa del presidente Gabellone, si pongono le basi per un turismo integrato, che vuole esaltare le peculiarità di ciascuna realtà salentina, da noi si continua ad accettare la diaspora dei nostri beni artistici e culturali. Non si comprende ancora a sufficienza il nesso tra cultura e turismo e tra questo e lo sviluppo complessivo di una realtà territoriale. La Grotta dei Cappuccini, intanto, continua a restare chiusa e inaccessibile, mentre i suoi reperti rimangono a Taranto; i lavori leonardeschi di Manisco continuano ad arricchire Acaya e a viaggiare per l’Europa; per il castello di Fulcignano, dopo le parole del sindaco, abbiamo fatto il nodo al fazzoletto: lo scioglieremo tra quattro settimane, quando saranno scaduti i termini previsti per la definizione dell’acquisto, chissà poi con quali soldi. Nell’attesa, continueremo ad interrogarci sulla sua natura di castello o recinto, che sarà svelata a seguito degli scavi. A quando gli scavi? Subito dopo l’acquisto. A voi prevedere la data. Il cuore del centro storico continua a non battere e il Villaggio S. Rita, che potrebbe lanciarci nella sfida per il turismo congressistico, si trova nello stato che sappiamo. Il dubbio, dunque, che la svolta sia destinata a tardare o che rappresenti solo una pia illusione è difficile da sciogliere. Siamo veramente alla vigilia di cambiamenti e di importanti novità o è tutta una tattica, un voler rimandare ad un tempo indefinito nella speranza che l’oblio cancelli qualunque pretesa e consenta che tutto possa andare avanti secondo il solito? E in questa seconda ipotesi come agire? Tirare i remi in barca e rinunciare a La Città del Galateo, un progetto che ormai la cittadinanza sente come suo? No, amici, non è possibile, non possiamo renderci alleati di chi non avverte la responsabilità di fare proprie le ansie diffuse, anche se si avverte la situazione paradossale che ci troviamo a vivere. Il paradosso sta nel rovesciamento del rapporto tra classe dirigente e cittadini, dove coloro che debbono chiarire e convincere sono questi ultimi e non i primi ai quali, per ironia della sorte, è stato affidato il bastone del comando. A questi strani amministratori il cittadino deve spiegare che, a ben vedere, non siamo messi proprio male come forse continuano a pensare. Abbiamo la migliore socialità della provincia, per quantità e qualità. Le associazioni sono tante e portano avanti progetti ed azioni significative in ogni campo, dando sempre più chiara evidenza dei loro benefici influssi, sul piano civile e culturale. Non è difficile constatare come abbiano saputo promuovere e soddisfare il bisogno di arte, di cultura, di teatro, di musica, di sport, di dibattito. Possediamo tesori di arte, di storia, di tradizioni, di paesaggio, di eventi. L’unico deficit è l’assenza di chi dovrebbe assicurare le condizioni perché le risorse entrino a far parte di un progetto di sviluppo, di chi dovrebbe individuare i bisogni e stabilire i traguardi. Manca, insomma, una seria ed efficiente classe dirigente. La cittadinanza, ripudiata, offesa e ancora in attesa di un chiaro e soddisfacente cenno di scuse, guarda all’opposizione, quasi un partito d’elezione, ma questa è ancora stranamente incerta, titubante, esageratamente “moderata”. Guarda ai due consiglieri provinciali che, per riconosciute capacità politiche e ruolo, possono benissimo colmare gli inspiegabili vuoti, regolarmente lasciati dagli amministratori ufficiali. La svolta è dunque vicina o una semplice illusione, destinata al solito destino della dimenticanza e dell’oblio? Per questa domanda continuo a conservare una sola risposta. La Città del Galateo è un’idea di crescita e di sviluppo, un bisogno diffuso, un traguardo irrinunciabile, che appartiene a tutti. Fermare il processo suona come un tradimento, ribadisco che nessuno può farlo, può solo ritardarlo, pagandone però le conseguenze, sul piano politico. Mancano poco più di due anni alla fine di questa consiliatura, un tempo congruo a disposizione per chi governa e per chi spera di farlo in futuro. La Città del Galateo rappresenta probabilmente il miglior banco di prova per dimostrarsi degni e capaci di proporsi come guida di una cittadinanza che mostra sempre più evidente la volontà di voler essere degnamente rappresentata.

Enrico Longo

Il MyboxTG di venerdì 30 ottobre '09 in cui è presente l'editoriale "La Postilla":
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venerdì, 16 ottobre 2009

postilla38LA POSTILLA N.38

 

Il Bene comune

Alcuni fatti di rilievo, caduti tra la generale sorpresa, ci costringono a riflettere e a ripensare su tanti aspetti della nostra realtà cittadina che risultano sempre più difficili da tollerare. Una discarica enorme di materiali inerti scoperta dalla finanza e sequestrata, costituitasi giorno dopo giorno dietro l’irresponsabilità di taluni e la disattenzione di altri. Una seconda discarica, materializzatasi quasi dal nulla, che appare, anche questa tra lo stupore dei più, nel tristemente famoso sito di Castellino, questa volta in agro di Galatone. La prima ha conservato tutta la gravità dell’inizio; la seconda, forse, in gran parte è stata ridimensionata, perché si tratterebbe, in effetti, di un sito di stoccaggio di materiali speciali non pericolosi che, dopo un adeguato trattamento, possono essere conservati in condizioni tali da non nuocere alla pubblica salute. La questione è emersa soltanto dietro la denuncia fatta, dalle colonne del suo blog, da parte dell’architetto Resta, il quale, più che le critiche delle autorità, merita il ringraziamento della cittadinanza, per avere squarciato i veli di omertosi silenzi su una questione di interesse generale, che meritava di essere tempestivamente pubblicizzata in tutte le maniere. Dietro la denuncia sono prontamente intervenuti il presidente Gabellone con un comunicato stampa e Il Quotidiano con un ampio servizio. Adesso finalmente sappiamo di che si tratta, anche se non riusciamo ad evitare dubbi e preoccupazioni che tutto venga fatto a regola d’arte e che nel tempo siano sempre assicurati i seri e rigorosi controlli che sembrano indispensabili. Si tratta, infatti di enormi quantità di materiali che possono risultare estremamente pericolosi se non trattati con tutta la dovuta attenzione. Un sito necessario, comunque, che dovrebbe scongiurare le minacce per la nostra salute, come invece non può dirsi per la discarica sequestrata, dove i rifiuti speciali si trovano sparsi qua e là senza alcuna forma di trattamento. In ogni caso due discariche funzionanti senza che la popolazione di Galatone ne avesse avuto alcun sentore.

Con un pubblico manifesto il sindaco risponde alla denuncia dei consiglieri d’opposizione per la trascuratezza degli impianti sportivi e la leggerezza con cui si procede alla loro gestione. Anche su questa vicenda non mancano i motivi di riflessione, in particolare circa l’assenza di attenzione per i cittadini e per le finalità sociali che le strutture stesse dovrebbero conservare. Anzitutto sembra utile dire che queste benedette strutture, nate per stimolare l’interesse per l’attività sportiva, sono state costantemente avvertite dai più quasi come un corpo estraneo alla cittadinanza. Una struttura di altri e per pochi. Ebbene, pensando a tali strutture, vengono spontanei non pochi interrogativi.

Impossibile pensare a forme diverse di gestione che consentissero di renderle vicine al grande pubblico, facendo di esse un vero strumento di promozione sportiva e culturale? Perché non sono mai state offerte alle associazioni sportive che, per la loro particolare sensibilità per lo sport, ne avrebbero fatto uso certamente diverso? Perchè dobbiamo regolarmente sentire della condizione di dissesto e di degrado in cui versano? Si tiene regolarmente la manutenzione straordinaria e ordinaria? Le varie amministrazioni civiche, che si sono succedute nel tempo, sono state attente a procedere a regolari controlli? Sono stati chiamati alle responsabilità coloro i quali fossero risultati colpevoli di non averle sapute conservare secondo i principi della buona gestione? Al momento della riconsegna si è chiesto ai gestori il conto dei danni arrecati? Quanto costano, indirettamente, questi impianti alla cittadinanza? A me pare che i cittadini avrebbero tutto il diritto di ricevere risposta a questi interrogativi e che i consiglieri accusanti, alcuni dei quali in consiglio comunale o con responsabilità dirette nel passato, dovrebbero chiarire ogni aspetto del problema e non limitarsi a lanciare le accuse a chi si trovi al momento a gestire la cosa pubblica. Una documentazione storica si impone in merito, perché si possano rilevare carenze ed errori nel tempo e comprendere, alla luce di verifiche accurate, dove e quando s’è sbagliato e quali errori evitare per giungere ad una gestione che possa economicamente e socialmente presentarsi come la più vantaggiosa. Senza un adeguato approfondimento della questione si rischia di restare nel vago, nel gioco delle accuse e delle repliche, con i cittadini che restano nella posizione di semplici spettatori non sapendo a chi dare ragione. Anche nel caso delle strutture sportive si discute di un bene comune, nato per evidenti ragioni sociali e che va trattato, quindi, con tutta la necessaria attenzione e trasparenza.

 Ecco, è su questo che intendo fermare l’attenzione, sul carattere privato e riservato che si attribuisce ad operazioni che andrebbere invece pubblicizzate e per le quali la popolazione andrebbe meglio coinvolta.

E’ la nozione di “bene comune” che deve finalmente ricevere attenzione nella nostra cittadina, sia fra la gente che fra chi amministra. Cosa dire del bene comune? E’ di tutti e di nessuno ed è indisponibile per una gestione privatistica e assoluta. Presuppone, dunque, responsabilità nella sua tutela, competenza nella gestione e, soprattutto, informazione piena e tempestiva, sino a giungere alla corresponsabilizzazione generale dinanzi a decisioni di un certo rilievo. Dalla parte dei cittadini, a loro volta, s’impone interesse, sensibilità e partecipazione.

Bene comune è il territorio con tutti gli elementi ad esso connessi: aria, acqua, prodotti della terra: gli elementi base del nostro benessere. E quella del bene comune è una nozione che merita attenzione particolare e attente riflessioni in tanti settori della nostra esperienza. Su quella educativa interpella la famiglia e la scuola perché i giovani acquisiscano e consolidino comportamenti di rispetto e di responsabilità. Se si brucia un cassonetto o gomme d’auto, se, consapevolmente o meno, si trasformano i nostri giardini o le vie di periferia in piccole discariche, se si lasciano dove capita i resti di bivacchi, se si sporcano monumenti e fontane o si offendono le pareti di edifici pubblici con scritte e disegni, si dà chiara l’idea che qualcosa non ha funzionato nelle scelte o nei modi operativi dei due più importanti istituti educativi. Una famiglia assente, debole o distratta ed una scuola che tralasci le finalità educative che sono parte essenziale della formazione complessiva, ci presentano presto il risultato della loro insipienza pedagogica. A Galatone dobbiamo purtroppo registrare che i risultati di tali disattenzioni sono del tutto evidenti e aggravati peraltro dall’assenza di attenzione e rigore da parte delle autorità cittadine. Se, infatti, a qualunque scempio non seguono le opportune sanzioni, si finisce per dare l’idea che qualunque nefandezza sia lecita o che comunque si riesca sempre a farla franca. "Bene comune" sono anche l’arte, la storia, la tradizione, che rappresentano il frutto dell’azione e dell’ingegno degli uomini e quindi il più importante connotato di un territorio. Anche questi non possono restare nella gestione privatistica, non appartengono alla sola responsabilità della politica e non possono subire le conseguenze di dimenticanze o di scelte sbagliate. Socialità e politica debbono, anche per questi importanti beni, recuperare doti e condizioni per la loro migliore gestione. Anche in questo caso probabilmente avremmo rischiato l’approccio privatistico e riservato della parte amministrativa, se non si fosse per tempo levata la voce della cittadinanza che invocava il diritto di contare e di essere chiamata a partecipare nelle scelte più importanti.

Di questa esigenza si è fatto interprete il gruppo di persone che ha costituito La Città del Galateo, un movimento culturale e civile che nasce fondamentalmente con l’obiettivo di realizzare un’opera di socializzazione ampia e costruttiva che impegni l’intera socialità delle associazioni e del mondo del lavoro in un processo di riappropriazione del diritto di partecipare e di decidere. A tale processo non può restare estranea l’amministrazione cittadina, che invece deve assumere il ruolo di direzione che le compete per logica e per opportunità. Il processo oggi finalmente sembra entrare nella sua fase decisiva, quella che dovrà portarlo alla sua conclusione con buone possibilità di successo, nonostante che non si possa fare a meno di nutrire ancora qualche legittima incertezza. Il dubbio non riguarda certamente il gruppo di coordinamento, all’interno del quale si registra una significativa convergenza di valutazioni e di scelte, approdate nell’elaborazione di una bozza di fondazione di partecipazione. Riguarda, invece, l’atteggiamento dell’amministrazione comunale che nelle prime fasi si è tenuta in disparte, non partecipando alle riunioni alle quali era stata regolarmente invitata. Nell’ultimo incontro, peraltro, ha espresso piena adesione attraverso la voce del vice sindaco Filoni. Determinanti saranno dunque i passi successivi, che sembrano richiedere il confronto con la Giunta per una delibazione collettiva e coordinata della bozza e l’approdo in Consiglio comunale per la deliberazione e la stesura del testo definitivo. Un percorso che può ancora nascondere insidie e trovare intoppi e ostacoli, ma questi non potranno comunque fermare il processo che giungerà sicuramente a compimento, anche senza quei sostegni che vengono ritenuti doverosi e necessari. La fondazione di partecipazione si aprirà presto alle associazioni, al mondo giovanile, a quello dell’impresa e del commercio, alla cultura, all’università, agli enti territoriali. Nessun ostacolo potrà risultare insormontabile e nessuna defezione di autorevoli partner ne potrà fermare il cammino. Costoro potrebbero soltanto ritardarne i tempi, assumendosi però la responsabilità morale e politica di tali ritardi. La cultura, le tradizioni, l’arte, la storia, gli eventi e i sapori unici di questa terra sono la sua principale risorsa, il bene comune intorno al quale si possano ritrovare le persone di buona volontà per tentare l’avvio di un processo virtuoso di sviluppo e di crescita che non può più tardare.  

 

Enrico Longo

Il MyboxTG di venerdì 16 ottobre '09 in cui è presente l'editoriale "La Postilla":

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martedì, 06 ottobre 2009

fotoportavoceblasiinsieme.tifIL PORTAVOCE N.48

Il segreto della Taranta

Un’ora di colloquio fitto, nell’ufficio di sindaco, tra un’ infinità di fotografie e quadri della ricchissima esperienza e, al termine, un ringraziamento e un saluto, cordiale ma veloce. Non si può far attendere la gente, che aspetta, che ha qualcosa da chiedere al sindaco: un chiarimento, un consiglio, un aiuto. O che forse vuole soltanto vederlo, salutarlo, stringergli la mano. Perchè in questi giorni il sindaco non si trova sempre nella sua Melpignano; gli impegni lo portano a Bari, a Roma, di qua e di là. C’è tanto da fare, appuntamenti da onorare, contatti, incontri: con politici, sindacati, lavoratori in difficoltà. E poi c’è da seguire con la solita passione e attenzione i progetti avviati e quelli in cantiere. Che sono sempre tanti e che meritano di essere curati personalmente, anche per l’importanza che rivestono in questo momento di crisi. Resta colpito dal saluto che gli riporto del prof. Cassano, per il quale dimostra grande stima ed affetto. Un suo maestro ed amico, un punto di riferimento, a cui deve il principale indirizzo per la prima campagna elettorale, rimasto poi come ideale regolativo per l’azione politica e sociale successiva. Il pensiero di Cassano lo recita a memoria senza alcuna difficoltà: “Occorre restituire al Sud l’antica dignità di soggetto del pensiero, interrompere una lunga sequenza in cui esso è stato pensato solo da altri”. Un pensiero fermo e sempre presente, che non è di sinistra e non è di destra, ma che appartiene ai politici illuminati, a quelli che vivono la politica con passione e amore per la propria terra e per i cittadini che sono chiamati a rappresentare. La fede sul partito che rappresenta è totale, così come l’idea che in questi primi due anni non sia stato all’altezza delle aspettative. La politica è un’attività importante, essenziale per la vita democratica e i partiti sono l’anima della democrazia. Ma l’una e gli altri debbono essere vissuti in una certa maniera, tanto diversa dalle pratiche che possiamo quotidianemente osservare. Gli presento le idee-forza che ho desunto dal suo programma: Cultura, Ambiente, Sviluppo sostenibile, Energie alternative, Laicità, Partecipazione, Sussidiarietà verticale e orizzontale, Pari opportunità, Mediterraneo. Ne ho indicato qualcuna in più o ne ho dimenticata qualcuna? Sì, ho dimenticato la Tradizione, fondamentale componente della nostra natura e vero segreto di uno sviluppo secondo i nostri caratteri e le nostre possibilità. Il Sud come motivo trasversale a tutti i partiti ma non un partito del Sud, la Puglia come centro e non periferia in un futuro non lontano, il Mediterraneo crocevia di culture e di commerci, una via d’acqua destinata ad avvicinare popolazioni di tre continenti. Dovremo essere pronti ad entrare da protagonisti in una realtà che non tarderà ad arrivare. Dobbiamo recuperare terreno, dotarci delle infrastrutture utili, compiere i necessari passi avanti. E per tutto questo dobbiamo pretendere le risorse che ci sono state sottratte: i fondi Fas ci spettano e sono determinanti non solo per l’oggi, ma sopprattutto per il nostro avvenire. Merito, competenza, etica debbono entrare nella vita economica e sociale. E ancora, uguaglianza delle opportunità e diritto all’educazione in una scuola che sia rispettata nella sua funzione e che non si veda aggredita puntualmente ad ogni cambiar di governo, per il solo gusto di stamparle il proprio marchio di fabbrica. Diritto della donna al pari trattamento e piena liberalizzazione dell’accesso al lavoro, salvaguardia della maternità e miglioramento delle leggi di riferimento. Si è parlato anche di energia e di fonti energetiche, di ambiente, di raccolta differenziata. Melpignano è una cittadina di circa 2.200 abitanti, è pulita, non presenta cassonetti, non sembra toccata dal problema dei rifiuti. Nessuno si lamenta e nessuno protesta, tutti insieme hanno voluto la raccolta differenziata spinta e mostrano di essere contenti del risultato. Quanto prima godranno dell’energia pulita e a costro zero. Il come lo si può ascoltare dalla viva voce del sindaco. Volevo scoprire il segreto della Taranta; già a mezzo del colloquio avevo capito tante cose; al termine mi era tutto chiaro. Il segreto, però, a conclusione l’ho lasciato alla narrazione di Sergio Blasi. Perché tutto fosse autentico.

 

Enrico Longo

Il link della puntata:
http://www.myboxtv.com/site/show.aspx?Cod=11271

venerdì, 25 settembre 2009

postilla 35LA POSTILLA N.35

Il capitale invisibile

Nel caleidoscopico mondo di Myboxtv le notizie si succedono frenetiche, una dopo l’altra, liete e tristi, simpatiche e irritanti, buie o esaltanti. I nonni che rientrano a pieno titolo nella socialità, l’eroe salentino che ritorna nella sua terra per l’ultimo saluto, Livio Nisi è nominato presidente dell’ottava commissione, tre studenti incontrano dopo cinquant’anni la loro professoressa e ci costringono a riflettere e a ricordare, Rosanna Bove ci introduce nei segreti del nostro dialetto, Tiziano Stapane fa segnare l’ennesimo exploit, atti vandalici e vittime della droga, il consigliere Tundo accusa l’amministrazione comunale, una simpatica intervista al medico Di Bella che a suo tempo fece gridare al miracolo.

 Due notizie su tutte. La prima, continua “Genio Galateo”, che per la seconda edizione allarga il campo dei partecipanti all’intero Salento. Una bella idea di Archidea onlus e del duo Tonio Papa - Giancarlo Tuma che ne sono gli ideatori e i brillanti organizzatori. Una positiva iniziativa che si pone come stimolo e gratificazione per l’impegno nello studio e nella ricerca di quei giovani che, raggiunta la laurea, si proiettano verso la legittima aspirazione di entrare nel sistema produttivo e nel mondo del lavoro. La seconda, il brillante successo dei Muffx, un gruppo musicale cittadino, diretto da Luigi Bruno, che, passando di successo in successo, ottiene un importante riconoscimento nazionale, vedendo un proprio brano inserito nella compilation Dal profondo, i cui ricavi sono destinati a finanziare la realizzazione di un pozzo d’acqua in Africa. Nell’una e nell’altra sono protagonisti i giovani che danno prova di serietà e di talento in un momento in cui queste doti appaiono sempre più rare e sempre più preziose. Qualunque processo di sviluppo presuppone, del resto, un investimento sul capitale umano. Qualunque riforma o la speranza di venir fuori da una condizione di crisi, a meno di non voler scommettere sul miracolo o sulla buona sorte, richiedono sempre attenzione e investimento sul capitale invisibile, rappresentato dall’intelligenza e dalla creatività, sul quale puntava nei primi anni settanta Gozzer per la radicale riforma della scuola che gli era stata commissionata. Al centro dell’attenzione poneva la persona, la sua intelligenza, la capacità poietica, “il capitale invisibile”, appunto, con la quale espressione titolò il libro che all’epoca lessi con particolare avidità. La risorsa umana come vero segreto di ogni possibile sviluppo. Una nozione che Gozzer aveva in parte intuito, in parte registrato da un ordine di idee che si andavano affacciando sin dal decennio precedente, particolarmente nel mondo dell’economia. Presente in maniera significativa nel Libro Bianco di Delors del 1993 per le scommesse intorno al lavoro e allo sviluppo, ha dettato le strategie di Lisbona 2000 e le conseguenti raccomandazioni ai governi europei. Le riforme e i traguardi formativi delle istituzioni scolastiche, le azioni e le progettualità di stati, regioni ed enti locali da allora trovano ragione e fondamento in tali strategie, condensate in quelle che sono divenute le competenze-chiave per la cittadinanza attiva. Di queste mi preme sottolinearne alcune per l’evidente impatto socio-culturale e per i compiti che sembrano assegnare a tutte le istituzioni che intendano perseguire politiche formative: “imparare ad imparare”, “competenze sociali e civiche”, “spirito di iniziativa e imprenditorialità”. Il capitale umano, l’esercizio e lo sviluppo dell’iniziativa e della progettualità, l’inclusione sociale, la partecipazione attiva e responsabile si presentano dunque come obiettivi centrali di ogni società che voglia darsi e dare un futuro. I giovani e la socialità si presentano come degni di particolare attenzione per le politiche cittadine, che debbono saper ricercare i modi e le forme più opportuni per sapervi adeguatamente rispondere. Indagare sul mondo giovanile, comprenderne attese e bisogni, sostenerlo nei modi possibili sembra ineludibile compito degli assessorati alla cultura e alle politiche giovanili, specialmente in un momento in cui più preziose possono apparire le opportunità che vengono dai fondi europei e dalle iniziative regionali. Molti giovani di Galatone hanno partecipato al progetto “Bollenti Spiriti” promosso dalla Regione Puglia, dando prova di saper progettare e accedere ai finanziamenti. Il progetto pugliese, apprezzato a livello europeo, comprendeva in particolare due azioni di assoluto rilievo che più delle altre rispondevano ai principi di Lisbona.  L’iniziativa “Laboratori urbani” è stata indicata tra le migliori esperienze europee, in quanto capace di coniugare creatività e sviluppo sociale ed economico e di esaltare le capacità individuali di ideazione e progettualità. Dai report risulta che i progetti relativi hanno trasformato palazzi dismessi, mattatoi, ex monasteri, vecchi mercati, caserme abbandonate in strutture di cultura e di socializzazione, musei, luoghi di esposizioni e di mostre, di convegni, in luoghi di studio e di ricerca. Un’altra sezione del progetto, “Principi attivi”, mirava a promuovere la capacità di intrapresa con il duplice obiettivo di responsabilizzare e rendere protagonisti i giovani e, nel contempo, di dare energia e vitalità all’economia pugliese. Tra gli ambiti della progettualità, infatti si sottolineava la tutela e la valorizzazione del territorio nel senso dello sviluppo sostenibile, del turismo, dello sviluppo urbano e rurale, della tutela e valorizzazione del patrimonio ambientale, culturale ed artistico. Di tale progetto abbiamo potuto sapere qualcosa soltanto via internet; a Galatone se ne è parlato poco o per nulla; che io sappia non sono state realizzate manifestazioni pubbliche per spiegare, informare, suggerire, sostenere. Non credo che gli assessorati competenti (cultura, politiche giovanili, politiche sociali) abbiano fatto il necessario per informare o per sostenere i giovani nelle varie fasi della progettualità; nessun sostegno è stato dunque fornito nelle fasi di ideazione e progettazione, né con l’offerta di partnership che sarebbe stata probabilmente preziosa per acquisire ulteriori titoli e guadagnare migliori posizioni nelle graduatorie regionali. Insomma chi ha partecipato lo ha fatto contando soltanto sulle proprie forze, ottenendo comunque dei risultati soddisfacenti, visto che qualche progetto è stato premiato con il finanziamento. Tutto ciò ci suggerisce che superare il distacco oggi esistente tra amministrazione e cittadinanza sembra dunque non solo cosa opportuna, ma necessità sempre più urgente, visto che oggi sul raccordo pubblico-privato e sulle sinergie si vanno giocando molte possibilità. Quello che si impone in primis è un diverso atteggiamento nei confronti dei giovani e delle associazioni, i due poli fondamentali della socialità, che rappresentano le risorse sulle quali investire nella certezza di costruire il futuro. Fornire sostegno, non necessariamente o non solamente economico, ma sottoforma di attenzione, di facilitazione e di coordinamento alle loro attività. Far sentire la presenza e la vicinanza, fare tutto ciò che risulti possibile per il buon esito delle loro iniziative. Soprattutto, dare spazio e voce alla loro attività nei confronti del più ampio pubblico, locale e provinciale. Credo che si imponga la costituzione delle consulte, stranamente dimenticate, che possono rappresentare un utile strumento di vitalità, di confronto e di dibattito. Consulta dei Giovani e Consulta delle Associazioni, se ben organizzate, possono rappresentare motivi di esaltazione della socialità complessiva e di crescita nel senso della coesione sociale e della vita democratica. Lunedì prossimo, passati i fuochi della polemica e della contrapposizione, si riapre il dialogo tra amministrazione e città con la mediazione de Il Portavoce. “Insieme per La Città del Galateo”, questo il titolo della puntata, dove ciascuno dei due termini ha un significato chiaro e importante. Insieme è il richiamo all’intesa, alla comprensione e alla collaborazione: la Città ha bisogno dei suoi amministratori e questi non possono ignorare la Città. La Città del Galateo, come detto più volte, indipendentemente dalla forma organizzativa che andrà ad assumere, è fondamentalmente un’idea, un’aspirazione che deve tenere uniti gli uni e l’altra per un traguardo importante e comune, rappresentato dalla crescita e dallo sviluppo possibile. In questo progetto l’Amministrazione cittadina riveste ruolo e funzioni determinanti, di coordinamento e di guida, specie se saprà interpretarne al meglio motivazioni e senso di marcia. Se da un lato gli scopi del progetto non sono né reconditi né particolaristici, i contenuti sono quelli di sempre: realizzare le cose utili e imprescindibili per migliorare immagine e condizione della Città, attraverso azioni che non possono ulteriormente essere rimandate nel tempo e che hanno già visto attive altre località della provincia.

La raccolta differenziata si deve fare; il recupero e la valorizzazione dei beni architettonici si deve realizzare nei tempi ragionevoli e secondo le possibilità economiche e finanziarie; il processo iniziato di qualificazione urbana deve continuare e concludersi al meglio, così come appare sempre più urgente dotarsi di strutture culturali e artistiche stabili e definite, soprattutto oggi che disponiamo del contenitore che le può accogliere; l’evento o gli eventi cardine vanno sostenuti e migliorati per guadagnare posizioni nel panorama turistico salentino e nazionale. Ecco, si deve dare fiato e forza a quell’idea che abbiamo chiamato La Città del Galateo. Non tutto è possibile fare subito, si comprendono bene le difficoltà economiche e finanziarie che ci stanno di fronte, ciò che appare certo però è che non difettano le risorse materiali, né il prezioso capitale umano. E’ invece necessario comprendere che per fare almeno qualcuna di queste cose, si deve remare nella stessa direzione indipendentemente dalle appartenenze politiche e dimenticandosi delle rivalità passate, presenti o temute per il futuro.

Enrico Longo
Il MyboxTG di venerdì 25 settembre '09 in cui è presente l'editoriale "La Postilla":
http://www.myboxtv.com/site/show.aspx?Cod=11072

venerdì, 18 settembre 2009

postilla 34LA POSTILLA N.34

 

La difficile arte

La comunicazione, prima e insopprimibile esigenza degli uomini, nella società postindustriale sembra pericolosamente esposta ad un fenomeno di erosione funzionale, che rischia di farle progressivamente perdere ragione ed efficacia. Si parla sempre meno nell’inimitabile esperienza del “faccia a faccia”, dove la parola è “uno” e non l’unico mezzo di veicolazione del messaggio, essendo parti significative tutte le componenti “soprasegmentali” alla parola e, in particolare il tono, le espressioni facciali, gli atteggiamenti, tutti gli altri strumenti fàtici. Tale tipo di relazione è senza dubbio la più efficace, perché si gioca su un costante scambio di ruoli di parlato-ascolto, si torna più volte per puntualizzare e precisare, si chiede e si ottiene conferma alle ipotesi. Insomma nel “faccia a faccia” si ha la possibilità di spiegarsi e di comprendere. Eguale risultato si può ottenere attraverso il confronto tra due o più interlocutori in un dibattito pubblico, dove la presenza di spettatori fornisce un valore aggiunto, specie se li si renda compartecipi attivi dell’esperienza. Queste dunque le migliori forme di relazione comunicativa, contro le quali si vanno però rilevando due ostacoli, sempre più consistenti. Il primo ostacolo è rappresentato dalla fuga da tali forme di comunicazione per ragioni che possono risultare più o meno comprensibili. Insomma si compare in pubblico molto raramente e quando fa comodo, si è sempre poco propensi ad esporsi e, se proprio necessario, ci si guarda bene dall’essere diretti e chiari. Ne vien fuori, di regola, una comunicazione-non comunicazione opaca, criptica, dai significati plurimi e dalle interpretazioni facili da smentire. La politica ce ne fornisce due esempi: c’è chi parla ogni giorno, smentendo “a posteriori” le interpretazioni scomode e c’è chi non parla mai, preferendo chiudersi nelle “secrete stanze”, nel silenzio o nel monologo.

Il secondo ostacolo è rappresentato da quelli che definirei i “filtri” della comunicazione, alcuni positivi, come la cultura, le conoscenze pregresse, la propria visione del mondo, che risultano facilitatori della relazione; altri sicuramente non legittimi e non utili, come l’ideologia e l’interesse di parte, che nella misura in cui fanno aggio su tutte le altre componenti della comunicazione, ne alterano senso e significato che indirizzano nelle direzioni più disparate e più convenienti. Se per il primo problema può anche bastarne la segnalazione, qualcosa di più merita il secondo che stravolge la finalità della comunicazione e finisce con l’ingenerare un clima di generale incomprensione.

L’intervista a Luxuria, oggettivamente rilevante per le questioni sollevate, tutto sommato non ha suscitato il giusto clamore, anche se su Myboxtv ha ricevuto un discreto numero di ascolti e qualche significativo commento. Sul piano nazionale è scattato il filtro dell’omertà e del mito della “normalità”, che hanno oscurato il principio della “diversità come valore” che evidentemente vale per tutte le condizioni, ma non per il cambiamento di sesso di una persona, che si vede da un momento all’altro rifiutata dal mondo e senza lavoro.

Restiamo nel tema. L’orientamento alla tolleranza ed all’accettazione del diverso, le ragioni e le modalità della sua migliore integrazione sono “materia scolastica” e finalità generali della formazione dei giovani, ma non sembrano eccessivamente considerati neppure da chi sta al potere per cui dovrebbe preoccuparsi di verificarne rispetto ed osservanza. Ai piani alti della politica si assiste invece ad una generale levata di scudi nei confronti della terza carica dello Stato, che propone misure applicative di tale significativo orientamento culturale, che non sembrano antitetiche nè ai traguardi educativi della scuola, né ai principi generali della Costituzione che trovano fondamento nell’art. 3, che, come tutti sappiamo, così recita: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”

Bene, si vuole soltanto ridurre i tempi per l’acquisizione della cittadinanza ai fini di una più tempestiva e completa integrazione nei confronti di quanti hanno posto il domicilio da noi, hanno un lavoro, osservano le leggi, pagano le tasse e contribuiscono, quindi, al benessere collettivo. In questo caso è intervenuto il filtro ideologico della Lega, forte di una crescente egemonia politica che non va trovando ostacoli e opposizione alcuna.

Il ministro della P.I. ha dichiarato che nelle classi non deve essere superato il tetto del 30% di immigrati. Una dichiarazione che si presta ad almeno due diverse interpretazioni e che non mi sento di condannare “a priori” prima che ne venga esplicitato il senso. Si vogliono distribuire meglio gli immigrati per evitare le classi-ghetto come accade da qualche parte, dove questi soggetti scomodi vengono concentrati tutti in un’unica classe? Si vuole dunque favorire la compresenza di più modelli culturali e quindi la migliore loro integrazione? In questo senso io sarei pienamente d’accordo, perché si garantisce agli immigrati il diritto ad un trattamento didattico giusto e formativo. Se invece si intende porre il 30% come un limite alla frequenza, allora sono con quanti hanno visto, in questa, l’unica interpretazione. Si tratterebbe di una sorta di “respingimento” di chi minacci di entrare nei nostri territori socio-culturali. Ecco, ancora una volta, l’importanza di essere chiari ed esaurienti nel proporre il messaggio e dell’onestà interpretativa di chi lo riceve, che non deve distorcerlo attraverso alcun filtro di comodo.

“A scuola non si fa politica”, ha tuonato ancora la Gelmini, e anche questa è una frase da puntualizzare, perché potrebbe ingenerare il sospetto che si voglia trasformare il docente in una semplice macchina che fornisce informazione a comando. No, ministro Gelmini, qui è abbastanza ambiguo il messaggio. Sarebbe stato più opportuno parlare di parzialità-tendenziosità-univocità-acriticità come difetti da evitare, perché l’alfabetizzazione scolastica deve essere, insieme, un processo di acquisizione di conoscenze e di sviluppo dei poteri mentali, all’interno di una progressiva individualizzazione, che è conquista di sé nel senso della diversità e della divergenza. Nessun indottrinamento quindi nella scuola e nessun limite all’azione didattica ed educativa del docente, che deve liberamente dispiegarsi in funzione della piena realizzazione dei suoi allievi. Difetto di veicolazione del messaggio o manifesta volontà di condizionare l’azione formativa dei docenti? In questo caso pongo decisamente il filtro del popperiano senso critico, che non sopporta parzialità e forzature nella ricerca del vero. E raccomando uno studio accurato del semantema “politica”, da troppo tempo e da tanti considerato non nella sua più genuina accezione, ma nella veste che gli è stata confezionata dalla stessa politica e da certe sue basse vicende.

In questi ultimi giorni sta chiaramente venendo fuori il rapporto difficile tra informazione e potere, dove sono rinvenibili eccessi da una parte e dall’altra, insieme ad una pericolosa deriva di certa stampa verso il pettegolezzo e lo scandalismo. Anche qui risulta latitante la chiarezza e l’onestà della comunicazione e della critica che, per quanto dura e senza sconti, deve conservare obbiettività nei confronti delle questioni e rispetto per la persona.

Torniamo agli elementi base della semiologia.

Nella comunicazione, come tutti sappiamo, risultano necessari tre elementi: l’emittente (chi comunica), il qualcosa che vien detto (il messaggio) e il ricevente (chi ascolta o legge). L’assenza di uno di questi tre elementi inficia l’atto comunicativo e lo rende inutile, insignificante, inesistente.

A creare impedimento alla comunicazione da tempo esistono due forme, il “Qui lo dico, qui lo nego” che fa mancare il messaggio (detto e non detto contemporaneamente) e “l’Anonimato” che fa mancare l’emittente (un messaggio che arriva chissà da chi e chissà perchè). I filtri ermeneutici, come detto, fanno venir meno l’onestà interpretativa del ricevente. Vizi che impediscono di fatto la relazione comunicativa e che dunque rappresentano la “non comunicazione”.

Negli ultimi giorni a queste due forme da noi se ne sta aggiungendo una terza, che definirei il “c’era una volta”, la comunicazione attraverso la riscrittura di una favola o di un racconto che, a ben vedere, nel conservare gran parte dei vizi su detti, sembra aggiungerne degli altri, ad ulteriore detrimento del rapporto comunicativo. Raccontando favolette o facendone riscrittura infatti:

-         si offre una comunicazione oltre che criptica e nebulosa, non onesta, perché non si dà la possibilità a chi è il bersaglio di chiarire come stanno le cose, che potrebbero essere molto diverse da come pensi chi scrive la favoletta;

-         si rischia di non risultare utili a risolvere per il meglio i problemi se la risoluzione dei problemi è lo scopo di chi scrive. La persona bersaglio della critica, infatti, può non sapere di esserlo, per cui non è posta nella condizione di chiarire meglio la sua posizione.

E’ da tenere in conto, infine, che l’uso di queste favole non condivide la finalità morale del classico “castigat ridendo mores”, presentandosi invece come forma alternativa di semplice comunicazione.

Perché dunque far ricorso a tale strumento, non onesto, non esplicito, non utile? Meglio tornare alle normali forme di comunicazione: diretta, esplicita, solare, senza riserve. Riprendere l’abitudine di parlare e di ascoltare, di sforzarsi di capire, di mettersi dal punto di vista dell’altro, di non voler sempre avere ragione, di accettare le critiche. Di parlare, ragionare, argomentare, criticare, approfondire. Con il solo intendimento di sapere come stanno realmente le cose. Capire perché qualcuno si lamenta, perché qualcuno critica. E soprattutto non arrogarsi il diritto di stilare pagelle o di ricorrere ad immagini offensive. Non è poi un’arte così difficile quella del comunicare, richiede soltanto disponibilità per l’altro, rispetto per la sua dignità di persona e il coraggio della chiarezza. Con un piccolo sforzo possiamo farcela tutti.

Enrico Longo

Il MyboxTG di venerdì 18 settembre '09 in cui è presente l'editoriale "La Postilla":
http://www.myboxtv.com/site/show.aspx?Cod=10939

venerdì, 11 settembre 2009

postilla 33

LA POSTILLA N. 33

La politica per le emergenze

Quali sono le politiche adeguate per affrontare le emergenze che ci troviamo davanti? Sono più d’una, in verità, queste emergenze; qualcuna particolarmente grave, perché non si ha sufficiente consapevolezza di come sia potuta venir fuori o delle conseguenze che possa lasciare nel tempo. Qualche altra subdola, ma non meno devastante; qualcuna condivisa con l’intero pianeta, qualche altra tutta nostra, frutto di errori storici o di oggi, di sciagurate politiche o di improvvisi raptus. Alcune attuali ed emerse in superficie, altre tenute nascoste o forse ignorate. L’errore più grave sarebbe la leggerezza o il semplice ottimismo che in un modo o nell’altro se ne possa venir fuori, ma un minimo di responsabilità impone che si abbia il coraggio di tentarne onesta e chiara comprensione, perché nessun problema può essere risolto sino a quando rimanga come un oscuro enigma. Conoscere le ragioni, le origini, le dimensioni e le implicanze di ogni problema deve rappresentare la prima regola della politica per l’emergenza, perché nulla è possibile senza la piena consapevolezza delle difficoltà che ci troviamo di fronte.

L’emergenza occupazionale, fatale conseguenza del primo fenomeno pandemico è la più evidente; quella che più ci preoccupa per gli effetti immediati e devastanti su tante famiglie italiane. E’ triste constatare la continua caduta di posti di lavoro e la crisi di tante piccole imprese che, fra tutte, sono quelle che rappresentano meglio la vitalità della nostra incipiente capacità di fare impresa e che esaltano la creatività e la voglia di fare. La piccola impresa, che cominciava a rappresentare la speranza di crescita di un Sud finalmente capace di camminare sulle sue gambe, rischia di smarrire la creatività e la baldanza di tanti giovani imprenditori.

La seconda emergenza ha le fattezze dell’ennesimo virus che, nella mente dei governi, sembra minacciare, più che la sicurezza dei cittadini, le casse dello stato per il rischio di vedere per una diecina di giorni a letto una grande percentuale di lavoratori dipendenti. L’efficienza organizzativa e il tempestivo approvvigionamento dei vaccini potrebbe scongiurare il temuto inconveniente, specie se accompagnato da un responsabile senso civico che dovrebbe tenere a freno fenomeni di panico o di irrazionalità. Capacità organizzativa e concorso di responsabilità in questo caso rappresentano le più utili armi per ridurre i rischi di ingovernabilità dell’emergenza. Tali condizioni, che peraltro risulterebbero importanti in qualunque frangente, sono spesso dimenticati sino a lasciare il sospetto che mal si attaglino alla nostra cultura e al nostro modo di essere. Organizzazione e collaborazione negli ultimi anni sono stati dimenticati dal sistema scolastico, in particolare in occasione delle ultime vicende riformatrici che sono apparse affrettate, non sufficientemente approfondite, non socializzate e certamente non ispirate ad una chiara visione psicopedagogica. Il risparmio, il taglio dei posti, l’ossequio ai diktat del ministro dell’economia, queste le vere ragioni, mentre al Ministro della P.I. è stato lasciato soltanto il compito di tentare, non sempre riuscendovi, di trovare le “pezze colorate” e di presentare quale urgenza didattica quella che fondamentalmente era dettata da ben altri motivi.

 A nulla servono le balle sul tempo pieno. Sappiamo tutti che tale modalità organizzativa, che pochi conoscono e che tutti fingono di condividere, al sud non è richiesta che da pochissime persone, mentre rappresenta un ulteriore segnale di una politica dettata dagli interessi del nord e ad essi destinata. Scusate se vi sembro immodesto, ma il tempo pieno l’ho portato avanti per dieci anni, cercando di darne contenuto e forma apprezzabili e in parte riuscendovi ma a prezzo di impegno, lavoro e di continua stressante opera di convincimento nei confronti delle famiglie per tentare di recuperare un qualche loro coinvolgimento.

Il ministero della P.I. è dunque colpevole e non vittima della mascherata grave situazione in cui versa la scuola italiana, almeno in quei settori dove s’è abbattuta la falcidia razionalizzatrice della riforma, che ne ha portato improvvisa e radicale destrutturazione. Buon senso e saggia prudenza avrebbero dovuto far comprendere l’impossibilità di riparare in una sola soluzione i guasti prodotti da una trentennale dissennata politica pedagogico-sindacale, che ha mirato fondamentalmente a moltiplicare i posti di insegnamento, violentando la stessa enciclopedia delle discipline e operando contro la preparazione, l’impegno e il merito. Si continua a proporre di eliminare il precariato dopo averlo prodotto per decenni in quantità industriale. Sarebbe risultata quanto mai opportuna la distribuzione nel tempo della falce razionalizzatrice; oggi si corre ai ripari, si trovano rimedi sottoforma di un decreto che umilia il precario ridotto a tappabuchi mentre si rischia di allungare i tempi dell’agognata fine delle graduatorie ad esaurimento (nervoso). Non è difficile pronosticare che anche nel mondo della scuola si apra una stagione difficile, di frustrazioni e di conflitti.

Questa settimana è venuto a mancare un personaggio televisivo caro ai telespettatori italiani, Mike Bongiorno. Di lui si son dette tante cose, tutte positive. A me del personaggio preme sottolineare soprattutto la serietà e la correttezza nel lavoro, dettate non solo dalla sua naturale indole, ma probabilmente dalla consapevolezza di rappresentare un “modello” dinanzi ai milioni di spettatori italiani. Non accettò il “tapiro” dallo sventurato che intendeva consegnarglielo nel corso dei preparativi alla trasmissione. Non poteva accettare che si scherzasse durante il lavoro che è attività che richiede, appunto, serietà e impegno. Un esempio di compostezza il nostro Mike, che ad un certo momento è parso superato, al di fuori del tempo, di quel tempo che virava verso la tv spazzatura, fatta di banalità, grida, insulti, scurrilità. La tv che oggi viene offerta ai nostri figli per gran parte della giornata.

Lavoro, salute, scuola: emergenze del pianeta ed emergenze solo nostre. Quali altre politiche sembrano opportune?

Non certamente quella dell’efficientismo, più esibito che reale, né lo specchiarsi quotidianamente per avere conferma di essere il migliore, né fare la guerra a chi pretenda di ragionare e guardare lontano, perché la politica impone che, di tanto in tanto, si pensi anche al “dopo”.

Nei momenti di emergenza si impone quella politica che altrove ho detto alla “Frank Capra”, la politica del coinvolgimento, della solidarietà, della rete. “Tutti insieme appassionatamente”, senza spirito di parte, senza steccati, con il popolo, accanto ai cittadini. Non la politica dell’”IO”, ma il “NOI” declinato in ogni modo e in ogni contesto. La politica della serietà, della moralità, dell’impegno, della socialità. Accanto a chi maggiormente soffre delle conseguenze delle crisi e in assoluta tensione per cercare di alleviarle e di porvi rimedio. Umiltà e disponibilità, spirito bipartisan, voglia di fare squadra. Non mancano gli esempi positivi di queste politiche virtuose e non mancano i personaggi che possono essere presi ad esempio. Abbiamo tutti sentito Gabellone, il presidente della Provincia che, da me invitato, ha prontamente saputo ritagliarsi lo spazio di qualche ora per onorare una città e il pubblico di spettatori di Myboxtv. Lo abbiamo sentito affrontare tutte le importanti e concrete questioni senza remore e senza arroganza, con animo aperto alla collaborazione istituzionale con qualunque personalità, indipendentemente dall’appartenenza politica. Il giorno dopo ha chiamato il presidente della Regione per affrontare il problema dell’energia alternativa che sembra accomunarli nel superiore interesse delle popolazioni pugliesi. Sentiremo Blasi, mi auguro nella prossima puntata, una persona che continua a dare prova di intelligenza e lungimiranza nella sua azione di sindaco e di politico. “Voglio un PD del Noi” ha subito dichiarato dopo l’individuazione quale candidato alla segreteria regionale. Una frase non buttata lì per l’occasione, ma sicuramente elemento caratterizzante dell’azione amministrativa nella sua cittadina di Melpignano, che è uno dei quattro fondatori dell’Associazione dei Comuni virtuosi, insieme con Colorno (PR), Monsano (AN) e Vezzano Ligure (SP), che si son dati un programma di sviluppo nel senso dell’ecologia, dell’ambiente e delle buone prassi amministrative.

Qualcosa s’è mosso anche da noi in questi ultimi giorni. Opportuna l’iniziativa dell’amm.ne cittadina di organizzare l’incontro-dibattito sulla L.R.104 del 30 luglio u.s. per l’edilizia, significativa l’idea del “nonno vigile”. Iniziative che mostrano intelligenza e tatto e che tornano utili in un momento problematico e critico come quello che viviamo. L’edilizia è senza alcun dubbio il volano della nostra economia, legata com’è all’intero sistema dell’artigianato e a gran parte di quello commerciale. La sua crisi non è dunque soltanto la crisi di un settore. La responsabilizzazione sociale dei nonni è segno di sensibile attenzione verso un’età che va recuperata socialmente e che promette sicuri risultati educativi e pratici.

Due fatti positivi ed omogenei ad una politica per l’emergenza, per il recupero di una socialità per troppo tempo trascurata. Mi auguro però che rappresentino solo un primo passo verso il recupero di un rapporto con la più ampia socialità cittadina, colpevolmente attaccata da parole e comportamenti che vanno al più presto riparati nella maniera più adeguata. A nessuno sfugge il distacco che s’è creato tra amministratori e cittadinanza, specialmente con quella parte che non persegue altro scopo che la promozione sociale e civile e che per questi scopi si spende senza limiti e disinteressatamente. Perseguire o accettare la divisione nel tessuto sociale della Città che si amministra è una incomprensibile e grave mancanza, tanto più grave nel momento in cui si scopre tutta l’importanza dello sforzo comune e condiviso per far fronte a situazioni che lasciano poco spazio alle polemiche e alle contrapposizioni.

Enrico Longo

Il MyboxTG di venerdì 11 settembre '09 in cui è presente l'editoriale "La Postilla":

http://www.myboxtv.com/site/show.aspx?Cod=10800

venerdì, 21 agosto 2009

montagna[1]Piccoli e grandi uomini

Noi al mare o sui monti o in viaggio in cerca di bellezze di paesaggio o d’arte un mesetto di riposo lo concediamo al nostro cervello; i grandi della politica, invece, così adusi al lavoro e alla fatica del corpo e della mente, creano - producono - ammaestrano - senza posa, anche col solleone. Riposo fisico, non mentale per queste menti vulcaniche ed esplosive.

Nessuna sfera dell’esperienza umana è lasciata scoperta, nessun ambito del pensare e dell’agire. E mentre il Presidente del Consiglio si è interamente dedicato alla morale e all’etica, il suo “fraterno amico” Bossi si è lanciato sulla pedagogia e sulla nobile arte della musica. La scuola deve educare al separatismo, di qua i nordici, di là i sudici; l’inno di Mameli non è musicalmente bello, nel caso di un festival europeo rischieremmo di non qualificarci neppure per i quarti di finale, meglio il “Va’, pensiero”; i dirigenti scolastici e gli insegnanti sudisti ( o sudici) debbono conoscere il dialetto della provincia dove vanno ad operare e così via con tanti pensieri e proposte. Idee, contenuti, riforme; nella mente di Bossi in quel di Ponte di legno non c’è spazio per il relax, per il riposo. Le idee già tutte pronte, gli ambiti chiari e precisi. Si passi subito al resto: procedure, metodi e tecniche e criteri di valutazione, come si conviene ad ogni buona teoria pedagogica. Ma anche per questi aspetti è quasi tutto chiaro e pronto; anche in questo caso i leghisti danno prova di rigorosa e seria organizzazione. Scurati? Damiano? Bruner? No, certamente e nemmeno si farà ricorso ai grandi della psicologia e della pedagogia del passato. Niente Piaget, niente Popper e niente Montessori e niente nessun altro. I primi due poi sono stranieri, la terza addirittura al di sotto della linea gotica.

Per quanto riguarda la didattica del dialetto basta seguire la metodologia della signora Bossi, che insegna e se ne intende. Ecco, i dialetti si possono apprendere attraverso le canzoncine: “Oh mia bella Madunina”….ed è presto fatto: l’idoneità è conseguita. Per quanto riguarda la legge…ci pensa Calderoli, sempre al fianco di Bossi, con penna e taccuino e uno schema di legge pronto in testa. Come accadde per la riforma elettorale, fatta subito, con l’incredibile velocità e sicurezza del grande giurista. Venne fuori quella che lui stesso definì “una porcata” e che il mondo intero battezzò “porcellum”. Ebbene, anche in questa occasione, tutto è già pronto, manca solo il nome. Vogliamo attendere che sia ancora lui ad ispirarlo o tentiamo già noi di proporne qualcuno?

                                             

Al cinema Arena di Galatone tanta gente e nessun politico di maggioranza, nemmeno chi avrebbe dovuto sedere in tribuna come relatore. Assente anche il sostituto e il sostituto del sostituto. Presenti, tra il pubblico, due consiglieri di maggioranza per i quali, all’annuncio della loro presenza, non s’è avvertito neppure un timido pallido applauso. Per quasi tre ore si è parlato di sud, di problemi socio-economico-culturali e di sviluppo nella più completa assenza dei grandi politici nostrani che, volere o volare, sono quelli cui attualmente abbiamo affidato il nostro destino. A cose fatte, comunque, poco male, a parte la figuraccia. Ascoltando Veneziani e Blasi abbiamo avuto tutti conferma di quali siano le ragioni del nostro ritardo e quali le direzioni dello sviluppo. Qualcuno alla fine commentava di comprendere l’assenza dei nostri grandi della politica oltre a scoprire che ci stiamo muovendo ( se ci stiamo muovendo) nella direzione esattamente opposta a quella adombrata dal libro e dai relatori.

 

A proposito del libro di Veneziani, letto e apprezzato a tutte le latitudini, a nord come al sud: secondo voi l’avranno letto Bossi e Calderoli?

A presto

Enrico Longo

postato da: EnricoLongo alle ore 09:02 | Permalink | commenti
categoria:cultura, politica, scuola, economia, pedagogia, educazione, democrazia, società, galatone
domenica, 12 luglio 2009

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Con queste parole, certamente sentite, la mia scuola mi ha salutato al termine del mio ultimo collegio dei docenti. Parole che soltanto persone di scuola, avvezze ad entrare profondamente nell'umano sentire, a "leggere dentro", oltre le apparenze, a capire, comprendere e condividere, potevano avvertire e significare. Avermi connotato dei tratti della generosa disponibilità a spendere per gli altri le personali anche se minime conoscenze e  individuato l' orgoglio dell'appartenenza ad una cultura che ci avvolge dei  valori fondamentali dello spirito quali sono certamente la generosità e la piena disponibilità umana, aver rimarcato la costante difesa della scuola dai rozzi e ingiustificati tentativi di destabilizzazione che nessuno gli ha voluto risparmiare e che scaturiscono fondamentalmente da scarsa conoscenza della realtà o da malintesa idea pedagogica, mi hanno profondamente colpito e fatto vacillare. La lezione di Don Milani, la "meridionalità" profondamente vissuta e l'amore per la scuola hanno rappresentato, insieme alla famiglia e alla fede, i nuclei  centrali intorno ai quali mi si è costruita la visione del mondo e l’esperienza di vita. Resteranno certamente regolazioni essenziali per gli anni a venire. Grazie, dunque, maestri educatori sensibili e perspicaci, grazie per i tanti positivi anni di convivenza nel comune compito di elevazione spirituale, civile e culturale di tante generazioni, grazie per la sintonia e la comunanza solidale pur nella dialettica e nel civile confronto, grazie per la serenità che mi trasmettete con le vostre generose espressioni. Con l'augurio che possiate ricevere il giusto riconoscimento per l'illuminata e generosa azione educativa che quotidianamente profondete per le giovani generazioni, Vi abbraccio

Enrico Longo 

 

Galatone, 12 giugno

 

Carissimo Dirigente,

 

tutti noi della Scuola, docenti e non docenti, sentiamo oggi il bisogno di rivolgerle un saluto. Consapevoli della sua discrezione, non intendiamo fare molto rumore, ma non possiamo neanche far passare sotto silenzio un momento così particolare per lei e per noi.

Sarà, quindi, il nostro dire non il resoconto della vita professionale del dottor Enrico Longo che certamente è sotto gli occhi di tutti, ma l’espressione di un sentire di quanti, per tanto tempo, con ruoli diversi, le sono stati accanto e hanno camminato con lei come compagni di viaggio nel comune spazio educativo che è la Scuola.

Lo sguardo che le rivolgiamo oggi non vede le normali comuni divergenze di punti di vista, che hanno caratterizzato a volte il nostro modo di affrontare e di risolvere i problemi. Il nostro sguardo, oggi, osserva, al di là dei fatti contingenti, la persona che per tanti anni ha guidato la Scuola 1° Circolo Don L. Milani. Una persona che, con caparbietà elettiva, si è ispirata in gran parte ai principi e ai valori del grande educatore di Barbiana.

Quante volte la figura di Don L. Milani si è fatta presente nel suo essere uomo di scuola, amante del sapere, di quel sapere che vale solo se viene trasmesso.

Uomo di scuola e di cultura, aperto ai cambiamenti, capace di leggerli e di interpretarli in modo critico, di valutarne l’efficacia ai fini dell’operare quotidiano.

Uomo di passione per la storia del nostro territorio. Sebbene non sia stato galatonese di nascita ed abbia fatto sempre i conti con il suo “spirito emigrante”, galatonese lo è diventato per adozione; a Galatone ha costruito la sua bella famiglia e la rete di relazioni e di affetti che di solito radicano più in un luogo invece che in un altro.

E l’amore per il territorio di appartenenza è venuto fuori con la ricerca e l’approfondimento di figure di nostri concittadini che hanno dato lustro al nostro paese.

Il già famoso, fuori da Galatone, nostro poeta Ercole Ugo D’Andrea, ha potuto diffondere il profumo delicato del gelsomino anche tra i cuori di noi galatonesi, grazie alla sua opera di approfondimento e all’operare silenzioso e quotidiano di tanti docenti che hanno creduto come lei nella bellezza e nella singolarità della poesia dell’autore.

Lei ci ha ricordato, scrivendo il copione Le tante Storie, che la storia non viene scritta solo da grandi personaggi, ma anche da tutte quelle persone che “manzonianamente” sembrano passare sulla Terra senza lasciare traccia di sé. Dare invece valore al loro faticoso vivere quotidiano, ricostruirlo attraverso la ricerca di documenti scritti e di testimonianze dirette è un modo per rendere partecipi tutti di un patrimonio che ci appartiene e ci caratterizza e ci fa capire meglio chi eravamo, chi siamo e dove possiamo andare.

L’ultimo suo lavoro a favore delle classi quinte, ha mirato a far riconoscere le doti di accoglienza del nostro popolo anche verso gli Ebrei scampati all’olocausto.

E le testimonianze di noi compagni di viaggio non si fermerebbero qui.

Non dimentichiamo di ricordare “l’uomo di tolleranza” che, pur nel coraggio della verità, ha cercato sempre di salvaguardare il buon nome della scuola, di tutti noi, spesso bersaglio di attacchi esterni.

L’altra dote che le riconosciamo è quella della sensibilità umana, divenuta col tempo più ampia, ma sempre riservata e discreta: nessuno mai che si sia rivolto a lei per chiedere comprensione e aiuto, è rimasto inascoltato.

Sappiamo che il distacco della scuola non sarà indolore, ma siamo certi che lei si è già preparato. Le sue risorse intellettuali, sempre vive, troveranno terreno in altri spazi, il suo fervore di idee e la sua ricchezza di parole prenderanno forma, diventeranno poesia, storie narrate in copioni da drammatizzare, voce al microfono, per entrare nei fatti che caratterizzano la nostra società e, attraverso i moderni sentieri dell’etere, raggiungere menti e mete lontane.

E noi? Cercheremo di continuare a far valere la forza delle nostre idee, selezioneremo le nostre scelte con senso critico per progettare ancora itinerari al centro dei quali ci sarà sempre il bambino.

Siamo certi di interpretare così il suo augurio per noi, “gente di scuola”.

E per lei l’augurio di una nuova stagione felice.

 

Tutti noi della scuola

postato da: EnricoLongo alle ore 18:15 | Permalink | commenti (1)
categoria:cultura, scuola, pedagogia, fede, scienza, educazione, democrazia, galatone
giovedì, 02 luglio 2009

I docenti di Tuglie mi hanno chiesto di scrivere qualcosa per il giornale scolastico, La Voce della Scuola, sugli anni di insegnamento del loro dirigente scolastico, Antonio Imperiale, insegnante nel periodo in cui dirigevo il circolo didattico di Neviano che comprendeva anche le scuole di Tuglie, dove egli operava. Anni molto belli, ricchi di attività e di esperienze innovative, soprattutto di importanti rapporti umani che, per la loro sincerità e profondità, hanno contribuito a dare quel qualcosa in più all’impegno educativo e didattico. Ho aderito volentieri alla richiesta e, velocemente, ho buttato giù le parole che seguono, che mi sembra opportuno riportare su questo blog, che conserva tanti miei ricordi scolastici. Adesso vi aggiungerà queste parole che salutano il pensionamento di Antonio Imperiale che, per singolare coincidenza, cade nello stesso momento in cui anch'io lascio l'attività.

 

"Antonio Imperiale maestro"

Parlare di Antonio Imperiale maestro mi risulta, tutto sommato, non particolarmente difficile, data la linearità e la semplicità del suo carattere e il mio sicuro convincimento di averlo pienamente conosciuto nel corso dei tanti anni di convivenza, assidua e profonda, in qualità di amici prima che direttore e docente nelle scuole di Tuglie e di Neviano. Per riuscire nella descrizione e dire qualcosa di significativo si deve dunque andare alla persona, alla caccia di tratti e doti che nell’azione didattica quotidiana venivano fuori nella loro più autentica e fedele forma. Mi ripeteva spesso di aver vissuto una infanzia e una giovinezza molto felici e gratificanti, all’interno di una famiglia ricca di affetti e di valori: ne era chiaro e tangibile risultato. Una persona onesta, nei pensieri e nei comportamenti, aperta, sincera, amica; un maestro interamente dedito all’importante magistero, nel quale credeva fortemente e verso il quale riversava l’ammirabile bagaglio di doti di personalità e di cultura, di impegno, serietà, abnegazione. Capace di dialogo costante e appassionato con gli alunni, di naturale spirito empatico e di umana comprensione, si offriva spontaneamente quale esemplare modello e stimolo alla ricerca della conoscenza e dei valori che contano. Leader naturale e non solo per cultura negli anni in cui sono stato suo direttore era il mio punto di riferimento per le scuole di Tuglie, non solo in quanto collaboratore o vicario, ma per la sua prudenza, per l’agire responsabile e serio, per la particolare intelligenza, tutte doti che gli consentivano di risultare sempre congruo e all’altezza della situazione, di capire e sapere individuare le più giuste e opportune risposte. Su questi caratteri sicuramente converranno tutte le persone, colleghi e personale non docente, che hanno lavorato con lui o che abbiano avuto modo di relazionarsi in una certa maniera. Non gli ho mai sentito pronunciare alcunchè di disdicevole nei confronti di nessuno, anche quando forse sarebbe parso giustificabile: l’immagine della scuola e di ciascuno dei suoi operatori andavano posti al di sopra di ogni altra considerazione. Una persona libera e leale. Di questi tratti della sua personalità conservo nella memoria più di un episodio; rispettoso di tutti, non accettava che si attentasse alla sua dignità di persona e di docente libero, che gli si limitasse il diritto di poter dispiegare secondo personali modelli e opzioni l’azione didattica, che è anche azione educativa. Su questo fronte e per certe battaglie operavamo all’unisono. Parlare di Antonio Imperiale è, dunque, facile per uno come me che ne conserva piena e nitida immagine, purtuttavia le cose che rimangono non dette fanno aggio abbondantemente su quelle che possono venir fuori. Pensieri, valutazioni, sentimenti, che si ha più di una remora a significare, rappresentano la parte più notevole e caratterizzante di un rapporto umano. Non cedo comunque alla tentazione di esternarli, appartengono a me e li tengo, forse anche egoisticamente, per me. Un grande maestro Antonio Imperiale, e in queste mie parole non si vada a ricercare alcuna retorica o esagerazione. Un maestro ricco di quelle che ho sempre ritenuto le doti fondamentali per un educatore, competenza e motivazione. Antonio aggiungeva a queste doti una vasta e profonda cultura insieme alla naturale disposizione a relazionarsi, che gli veniva dagli studi di sociologia, completati nella tranquilla ed austera Urbino. Un grande maestro, di una generazione in rapida progressiva estinzione, di quelli di cui a scuola si sente profondamente la mancanza. Ogni giorno di più. “

 

Enrico Longo

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categoria:cultura, scuola, pedagogia
venerdì, 24 aprile 2009

LA POSTILLA N. 17

I bambini ci guardano

e a volte giudicano, e nei loro giudizi sono spesso taglienti e implacabili. Non sopportano di essere ingannati, non si lasciano prendere in giro, registrano, ricordano ed hanno memoria lunga. Un nutritissimo gruppo di Pricò di tre classi seconde del plesso Don Milani, andati alla scoperta della loro bella cittadina, sono tornati in classe letteralmente esterrefatti per lo spettacolo offerto loro dalla fontana di piazza Itria apparsa in una tristissima, drammatica edizione. Non finivano di raccontarmi la delusione vissuta. Deturpata, per tutta la sua superficie, da scritte e disegni, offesa al suo interno dall’acqua stagnante, scura e maleodorante, nella quale galleggiavano o giacevano rifiuti di ogni genere: palme e rami di altre piante, scatoloni, pacchetti di sigarette e tantissime cicche galleggianti, bottiglie, piatti e bicchieri di plastica, buste di plastica, bottiglie di vetro, frammenti di bottiglie evidentemente scagliate con forza contro la fontana. Ancora, barattoli, lattine, pietre, una biciclettina rotta, ecc...ecc...ecc... Una discarica “in umido”, nel bel mezzo di un giardino di una grande e bella piazza cittadina. Tutt’ intorno un miasma insopportabile, mosche e zanzare, insetti di ogni genere. Sono così preciso nell’elenco, peraltro incompleto, perchè, dietro il racconto dei bambini ( e delle loro maestre), ho avvertito la necessità di controllare di persona. Nella speranza che si fossero sbagliati. Che si fosse trattato solo di un momento. Chissà che tutto nel frattempo non fosse stato rimosso e che la fontana avesse già recuperato la sua naturale bellezza! E invece tutto era così come mi era stato descritto, anzi, debbo dire che forse i bambini erano stati sin troppo prudenti. Ho resistito soltanto pochi minuti davanti alla fontana, sono scappato via. Una bella lezione, non c’è che dire, per settanta bambini di seconda classe, iniziati dalle insegnanti al lavoro di ricerca e di...scoperta. E la prima di queste scoperte non era stata sicuramente delle più edificanti. Hanno iniziato a scoprire che quando gli adulti parlano di igiene dicono spesso cose su cui non credono poi tanto. Che quando parlano di raccolta differenziata fanno semplice esercizio di fabulazione; che non hanno alcuna cura o interesse per l’ambiente e per la loro città e che evidentemente considerano l’igiene e la salute delle cose assolutamente trascurabili, che non credono poi tanto negli insegnamenti sui quali essi si stanno impegnando in questi due primi anni di scuola primaria. Avevano scelto piazza Itria e la bella immagine della fontana per riposare un pochino sulle panchine e consumare una piccola colazione al termine della lunga passeggiata in città. “Avremmo gettato i rifiuti nei cestini” ritengono di dovermi assicurare, ma io su questo non nutrivo alcun dubbio perchè so bene come e quanto hanno lavorato in attività teorico-pratiche su certe questioni. Sono da tempo pronti, come i compagni delle classi più avanti, alla raccolta differenziata che verrà, o che almeno dovrebbe, prima o poi diventare realtà. E so bene come nell’intelletto e nella coscienza dei bambini radichino certi apprendimenti, specie se gli adulti hanno saputo bene motivarli ed orientarli nel processo di ricerca. Cosa avrei potuto raccontar loro per limitare i danni dell’esperienza antieducativa che avevano vissuto? Apprendevo in quel momento che molti ne avevano parlato a casa con i propri genitori, che qualcuno aveva già scritto e consegnato un bigliettino al sindaco, che era intendimento delle tre scolaresche di farsi sentire con gli amministratori cittadini perchè prendano i provvedimenti giusti per scongiurare che tali scempi abbiano a ripetersi. L’amministrazione cittadina, mi chiedo, non ha in cantiere un progetto per la promozione del territorio e del turismo? E lo stato attuale della fontana è in sintonia con tale strategia? Tornando ai bambini, ho chiesto loro chi ritenessero responsabili di tale scempio della fontana e dalle loro risposte ho rilevato il tentativo, o forse la speranza, di escludere gli adulti, le persone mature. Dunque responsabili sarebbero stati bambini maleducati, monelli e non rispettosi dell’ambiente e cose di questo genere. “Ma i bambini non fumano”, ha osservato qualcuno; “non bevono birra”, ha aggiunto qualche altro; “e non comprano bottiglie di plastica”, “non tagliano i rami”, “non svuotano i cartoni”, e così via. Sono stati dunque costretti a pensare anche ai grandi. Sì, sono i grandi, adulti che hanno tanto da imparare sul piano del civismo e della buona educazione, e tra questi forse anche padri e madri che pretendono dai figli (degli altri) il rispetto per l’ambiente, per l’igiene, per la pulizia e che invocano, pretendono e gridano l’importanza di una città pulita, che si effettui al più presto la raccolta differenziata, possibilmente spinta e “porta a porta”. E che, nel frattempo, hanno individuato un’utile discarica, a portata di mano. Ho colto in molti di loro delusione, perplessità, incertezza, uno strano atteggiamento di confusione, quasi si sentissero traditi. Da parte dei docenti, soprattutto delusione e rabbia, per una esperienza che rischia di distruggere giorni e mesi di lavoro e “macchia” un percorso formativo avviato con entusiasmo e rigore di metodo. Ho preso in mano i quaderni della ricerca. I fanciulli sanno già tanto della loro Galatone: la derivazione del suo nome, le origini, la storia, le bellezze architettoniche e artistiche, le chiese. Adesso sanno anche qualcosa educativamente non troppo edificante. Che nella loro città vivono persone incivili che possono compiere impunemente qualunque nefandezza, che tutto è lecito, che non ci sono controlli, che l’igiene e la pulizia sono optional di scarso rilievo. Che si può sporcare, si può deturpare, si può distruggere. I bambini hanno visto e hanno registrato cose che non avrebbero dovuto vedere e ricordare. Vorrei raccomandare, comunque, ai loro insegnanti di continuare, nonostante tutto, il lavoro intrapreso. Non esistono esperienze inutili nella vita dei bambini; con tatto e intelligenza pedagogica da qualunque vicenda o fatto possiamo sempre trar fuori qualcosa di utile. Conoscere a fondo la propria cittadina è importante per sentirsene parte; saperne apprezzare le bellezze, rispettarle e difenderle dall’incuria e dall’indifferenza è carattere di una buona formazione alla cittadinanza. Pretendere l’imposizione, da chi di dovere, di regole e di controlli, di misure di sicurezza e di tutela degli ambienti, di essere presenti e attivi, di farsi sentire, di usare ogni mezzo, preventivo e punitivo, per la salvaguardia del territorio è aspetto centrale e conclusivo di una buona educazione morale ed etica. Bene sarebbe comunque se presto potessero verificare che la loro denuncia ha trovato la giusta attenzione e che gli adulti, tra le loro mancanze, possiedono pure la capacità di cambiare. Questi insegnamenti dovrebbero poterli constatare direttamente, di persona, tornando nei luoghi dello scempio e constatando questa volta una piazza pulita, decorosa, con la fontana liberata dalle scritte e finalmente ridente nel dolce fragore dell’acqua tornata a zampillare nella sua fresca cascata. I bambini ci guardano, giudicano e condannano, ma sanno anche dimenticare.

Enrico Longo

Il MyboxTG di venerdì 24 aprile in cui è presente "La Postilla":

http://www.myboxtv.com/site/show.aspx?Cod=9075

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categoria:scuola, salute, educazione, società, rifiuti, pulizia, igiene, postilla, galatone